venerdì 26 maggio 2017

DilloConUnLibro: "Eccomi" di Jonathan Safran Foer

Questo libro dalla coloratissima copertina gialla è stato il regalo di Natale dell’Ing., il quale non ne poteva più di sentirmi dire che volevo leggerlo disperatamente (non dite poi che i fidanzati non sanno cogliere i vostri messaggi subliminali in fatto di regali: non dovete lasciare che la vostra dolce metà interpreti i cambiamenti climatici per capire che regalo farvi. Siate dirette, dite “QUELLO!”).
Sì, perché io sono una lettrice che dà un’importanza ai limiti del narcisismo alle copertine: quando vedo copertine e/o colori inadeguati ad un libro mi arrabbio molto. Solo spennellando di giallo acceso e riempiendo la copertina con una lampadina che illumina solo il titolo e l’autore hai buone speranze di vendere un libro grosso come un piccolo Rocci. Oppure vendi se tutta la popolazione mondiale ha letto i precedenti libri di Safran Foer e quindi aspettava con ansia da dieci anni che uscisse un altro suo romanzo, come buona parte dei lettori. Io, invece, cado sempre dal pero e dell’esistenza di questo scrittore non ne sapevo nulla fino a quando questa copertina gialla ha riempito tutti i social, i giornali, le televisioni, le metropolitane. Incoraggiata da tutto ciò è partita la richiesta, finita prontamente sotto il mio albero di natale.

Riguardo la trama del romanzo, possiamo dire, mia personalissima interpretazione, che le storie che si muovono concentricamente sono due: la prima è la storia di una coppia e di una famiglia in crisi: Julia e Jacob sono la coppia anello di congiunzione all’interno della famiglia Bloch fra i loro 3 figli maschi, i nonni paterni, il resto di una famiglia ebrea divisa fra Washington e Israele. La diaspora personale di questa famiglia trova sollievo solo per le feste importanti, quando tutto il parentame da ogni parte del globo, dalla Spagna alla Polonia, si raccoglie intorno alle celebrazioni importanti, come sta per accadere per il Bar mitzvah del loro primogenito, Sam. C’è poi una seconda storia concentrica, che parte da ambientazioni reali, la vita a Washington, in Israele e nel resto del mondo, e finisce verso panorami, grazie a Dio (qualsiasi voi veneriate), non ancora accaduti: un terremoto devastante che mette in ginocchio l’intera penisola araba, lo scoppio di una guerra (quasi mondiale) che vede da un lato Israele contro la lega dei paesi panislamici, una nuova, imprevista guerra di religione.
Ecco, se devo essere sincera, questa seconda storia mi ha entusiasmato e coinvolta molto più della prima, storia famigliare che è diventata altresì convincente e intrigante ai miei occhi solo nel momento in cui si è indissolubilmente legata a quanto avveniva nel mondo.
Non mi elevo a Catone il censore della mia generazione, ma devo ammettere che il linguaggio licenzioso e sboccacciato che ha dato sfogo di sé soprattutto nella prima metà del libro, mi ha a dir poco infastidito. Sia chiaro, non perché mi imbarazzi leggere di sesso o di masturbazione, ma il linguaggio prettamente esplicito e scurrile che ho letto non me lo aspetto da uno scrittore di questa portata, e questo per due ordini di ragioni: perché questo tipo di linguaggio mi sta bene che lo usi un romanzo erotico di quart’ordine o un giornale porno, non uno scrittore che dimostra una padronanza vasta e profonda della scrittura. In secondo luogo, sono fermamente convinta che Safran Foer non sia una E. L. James qualunque completamente incapace di scrivere qualcosa bene; sa parlare di sesso, amore e onanismo con parole bellissime, che arrivano al lettore molto meglio, e anche più velocemente, dei messaggini porno che il protagonista invia dal suo cellulare che ci vengono ripetuti fino allo sfinimento.

Ad oggi la grande domanda resta: mi è piaciuto il libro? Sono passati circa tre mesi dalla fine della lettura (sì, ho tempi di maturazione che manco le pesche), e alla fine mi sento di dire questo: la storia non mi è piaciuta fino in fondo, ho apprezzato, e molto, alcuni margini di riflessione lasciati al lettore. Ho apprezzato la libertà lasciata al lettore di poter immaginare cosa sarebbe successo dopo, lasciando un finale essenzialmente incompiuto, ma forse è stato dato un margine di libertà eccessivo, perché in realtà un vero finale non c’è, la storia si conclude così, assonnata come era iniziata.

Sono felice di averlo letto, perché mi ha aperto un mondo su una categoria di scrittori e romanzi che conosco molto poco, ovvero la letteratura ebraica, e mi ha dato una profondità che non conoscevo e forse non avevo e credo proprio che darò una seconda possibilità a Safran Foer. Ammetto che mi ha fatto molto sorridere vedere i grandi giornali osannare il romanzo come se fosse la nuova Bibbia appena uscito, quando poi i lettori sono rimasti profondamente delusi da questo romanzo molto atteso, soprattutto in relazione ai precedenti romanzi, che hanno avuto un forte impatto sul pubblico.
Questo romanzo mi ha comunque lasciato una traccia profonda, forse questo è il motivo per cui mi sento di essergli affezionata: mi sono informata circa i momenti che riguardano la liturgia del Bar Mitzvah e la celebrazione è data o dalla lettura della porzione settimanale della leggere, o recitare la benedizione prima o dopo la lettura, oppure condurre una d’var Torah, cioè la discussione di alcune questioni bibliche. Oltre ad ammirare molto la religione ebraica sotto questo aspetto, perché dà ai propri fedeli senso di responsabilità verso la propria religione e accresce le conoscenze teologiche, il bar mitzvah risulta essere un vero percorso formativo e spirituale, che permette anche una maggiore identificazione nelle parole della Torah, la legge ebraica. Il titolo del romanzo non è casuale; “eccomi” è la parola intorno alla quale Sam condurrà la sua d’var Torah e la lettura del suo discorso mi ha particolarmente colpita, perché il ragazzo ha messo in luce come “eccomi” sia un verbo che lo descriva.

Alla luce di questo ho deciso di fare un percorso similare, ovvero scegliere il verbo che più mi caratterizza e legarlo ad un passo della Bibbia che mi sta a cuore. Compio quindi la mia ascesa verso il podio e scelgo il verbo greco οἶδα, aoristo del verbo ὁράω croce e delizia di tutti gli studenti del liceo classico (più croce che delizia, ma vabbè). La particolarità del verbo ὁράω è che la traduzione letterale è vedere, ma nel tempo aoristo (un tempo al passato della lingua greca) οἶδα non viene mai tradotto come “ho visto”, ma “so”. Per i greci, infatti, ciò che si vede con i propri occhi è sinonimo di conoscenza, pertanto ciò che si è visto nel passato (οἶδα appunto) costituisce la conoscenza del mondo che noi ci siamo fatti oggi. Questa è una di quelle particolarità della lingua greca che più mi affascinò sui banchi di scuola e che ancora mi affascina moltissimo, perché la conoscenza legata al vissuto e al visto è un qualcosa che effettivamente mi caratterizza. Ma la particolarità e la poliedricità delle lingue antiche è il loro prestarsi ad interpretazioni meno letterarie e più libere: fra le varie traduzioni di οἶδα c’è anche l’espressione “aver cura di qualcuno, stare attento a”. Il passo che scelgo, dunque, è tratto dalla lettera ai Tessalonicesi, 5:12-21 “Vi preghiamo poi, fratelli, di aver riguardo per quelli che faticano tra di voi, che vi sono preposti nel Signore e vi ammoniscono; trattateli con molto rispetto e carità, a motivo del loro lavoro. Vivete in pace tra voi. Vi esortiamo, fratelli: correggete gli indisciplinati, confortate i pusillanimi, sostenete i deboli, siate pazienti con tutti. Guardatevi dal rendere male per male ad alcuno; ma cercate sempre il bene tra voi e con tutti. State sempre allegri, pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie; questa è infatti la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi. Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie; esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono”.
Titolo: Eccomi
Autore: Jonathan Safran Foer
Editore: Guanda
Pagine: 670

Prezzo:22 €

domenica 14 maggio 2017

Il mio primo concorso pubblico, ovvero il mito di Checco Zalone

Da diversi mesi i giornali dicono che il Governo stia lentamente inaugurando una nuova stagione di concorsi pubblici per sopperire (lentamente) ai vari turn over che ingolfano le pubbliche amministrazioni rallentandone l'azione. 
Posto che a rallentare l'agire della Pubblica Amministrazione molto spesso è la stessa incompetenza di chi ci lavora, ma va beh, non facciamo i soliti Krillini anti ka$ta, presa da un momento di sconforto durante il primo, duro, mese di pratica, mi sono fiondata su di lui, il concorso come assistente giudiziario. 
Avrei dovuto cogliere la drammaticità della situazione dal fatto che, perfino alle soglie delle preselettive, molti partecipanti fossero convinti che si trattasse del concorso per cancellieri pur essendo aperto ai diplomati. Nonostante ciò, ho presentato la mia domanda i primi di dicembre, aspettando, invano, l'uscita del calendario. 
Alla chiusura delle candidature, le domande inoltrate risultavano essere oltre 308.000, a fronte di 800 posti messi a bando. 
Ma come è possibile? Sarà il fuoco sacro della giustizia? Sarà spirito patrio di immolarsi per la propria Nazione fra scaffali polverosi e faldoni senza fine?
No, a spingere noi tutti novelli candidati era un solo desiderio: essere i nuovi Checco Zalone dello Stato italiano, la generazione POSTOFISSO. Già dall'iscrizione nel gruppo su fb del concorso si capiva subito che l'anelito che spingeva tanti uomini e donne a provare il concorso era uno solo: preservare quei talenti che il Signore ci da, come questo.
"io da grande voglio fare il posto fisso".

Passavano i mesi  e prima che uscisse il calendario delle prove preselettive le domande che affannavano le menti dei futuri aspiranti assistenti giudiziari erano le più variegate; per esempio
"dove stampo la ricevuta?"
"ma il giorno delle preselettive devo portare il libretto delle vaccinazioni?"
"ah, ma serve la ricevuta?"
"VERGONIAAAA! Questo concorso serve ad avvantaggiare i laureati in giurisprudenza!!! Perchè ci sono solo domande di diritto????? Non è altrettanto importante conoscere in quanti paesi si coltiva la barbabietola da zucchero????? E RENZIE CHE FA?????' DORME?????"
"ragazzi scusate: ma la ricevuta serve?"
"ragazzi, ma voi i trattati lateranensi li state studiando?"
Un po' come i gruppi universitari su facebook, ma peggio. 

Poi, finalmente, il 3 aprile 2017 è apparso lui, il decreto con il calendario delle preselettive. 
una lettura semplice anche per i non addetti ai lavori: da Abate a Bubu giorno X, da Caballi a Defenestrato giorno Y e così via, fino ad esaurimento di tutte le lettere dell'alfabeto. E qui le domande sui gruppi sono diventate più profonde, ad esempio:
"RAGAZZIIIIIIII, IL MIO NOME NON C'E' SCRITTO!!!! PERCHE' SONO STATO ELIMINATO??????? #vergoniaaaaa"
"Scusate una domanda: ma la ricevuta serve?"
Roba che, in realtà, le vere selezioni dovevano partire da qui, da questi gruppi che raccoglievano il meglio delle domande dei geni nostrani. E invece no, tutti ammassati alla fiera di Roma. 
Nell'imminenza della prova ero sempre più tentata a non andare proprio a sostenere la prova, ma, come nel film di Zalone, mio padre fungeva da grillo parlante della situazione e, co la stessa serietà di Lino Banfi nel film, mi diceva: "al posto fisso non si rinuncia MAI!"

Come la più bella delle favole è venerdì, il giorno prima c'è stato sciopero dei mezzi, e io mi trovo a prendere di corsa un treno carico di casi umani diretti tutti alla fiera di Roma. Intorno a me si parla di statistiche e di punteggi sicuri con cui accedere alle selettive, vengono ripetuti a iosa i beni demaniali, ci si dispera ad un tono di voce troppo alto per trovarci in un orario più vicino all'alba che allo spritz. 
Io ho portato con me un libro e bacio per terra perchè mi sono pure riuscita a sedere. Dal finestrino intravedo la fiera di Roma ed un fiume umano che inizia a muoversi per i corridoi.
Il sedile di quel treno è l'ultima cosa che vedrò che somigli ad una seduta: prima di sedermi nuovamente passeranno quasi tre ore.
E una lunga attesa. 

FILE
Per superare il concorso in verità non era tanto necessario studiare pubblico o amministrativo, quanto compiere un allenamento in palestra di almeno un paio di mesi. Ma anche un corso di yoga che addestrasse alla sacra arte della pazienza. 
Fila per entrare alla fiera di Roma.
Fila per salire sulle scale mobili (bloccate).
Fila per il deposito bagagli, perchè nel padiglione non può entrare alcun tipo di apparecchio elettronico, neanche un bypass, pertanto lasciate ogni speranza o voi cardiopatici che entrate. 
Men che meno possono entrare fogli, riviste, libri di qualsiasi natura. Avrei voluto almeno cinque mani per reggere la giacca, il portafogli, la maledetta ricevuta, una bottiglia d'acqua e una bustina con quattro gocciole per fare colazione, e invece inizi a tenere le gocciole in equilibrio sulla testa come facevano le nonne con il cesto dei panni da lavare.
Una fila. 
Un'altra fila.
La fila al bagno.
La fila nell'unico bar della fiera con rapina a mano non armata (una bottiglietta d'acqua venduta alla modesta cifra di 2 euro).
La fila per il controllo al metaldetector.
Controlli sulla mia persona.
Controlli sulla giacca.
Controlli al portafogli ("Quella cos'è?" "la tessera del Simply." "Ah.")
Controlli alla busta delle gocciole. 

Finalmente entro nel mio padiglione. Due funzionari mi chiedono:" quale busta scegli? La 1 o la 2?"
"Come nei quiz di Mike Bongiorno!"
"..."
Il mio entusiasmo non viene compreso, una decina di controllori mi accompagnano alla mia postazione. Finalmente mi siedo. 
Mangio le gocciole. 
Inizio a leggere tutte le tessere di supermercato accumulate negli anni.
"Signorina, sul banco non può tenere nulla se non la busta, metta tutto il resto nel banco vuoto accanto al suo".
Va bene, metto tutto lì nella speranza di non dimenticare nulla all'uscita. Ma poi "Signorina, l'acqua non può stare vicino al computer della postazione vuota accanto a lei, deve spostarla."
MA DOVE?? In bocca?
Fra un giro e l'altro del gioco della bottiglia, guardo il soffitto e penso a tutte le cose che potrei fare in quell'ora d'attesa nel padiglione senza niente. 
Quanto tempo tolto alla mia vita?
Chi mi restituirà le pagine del libro di Marquez che avrei potuto leggere e che mi viene impedito di fare? Chi mi restituirà i minuti preziosi sottratti a giocare a candycrush?
Dopo quaranta minuti d'attesa inizia la prova, il cui esito affiderò al destino ed alla mia imperitura memoria. 
Ho imparato molto da questo venerdì: ho imparato che i gomblottari ci saranno sempre, anche nei luoghi che meno immagini come i concorsi pubblici. Ho imparato che il presidente di commissione parla sillabando per permettere a tutti di comprendere, ma per te sarà solo un modo per dilatare ancora di più la concezione di tempo. Ho imparato che anche io sudo e no, caro infasil, pur usando il vostro deodorante non è vero che "più sudi più sai di fresco". Ma soprattutto, una ragazza napoletana in fila con me mi ha rivelato un segreto: come distribuire la farcia dei panzerotti senza che questa sparisca tutta sul fondo. 

martedì 9 maggio 2017

Il dizionario delle cose perdute 2.0: l’ora di educazione tecnica

Maggio è un mese crudele per gli studenti: il sole splende fuori dalla finestra, i fiori si schiudono colorando il paesaggio, gli ormoni ballano e la testa pure, e invece gli ultimi compiti in classe ed interrogazioni ti tengono inchiodato dentro casa ad una scrivania (ma questa chiusura ermetica nella propria dimora può avvenire anche a causa di pollini ed allergie, motivo altrettanto distruttivo).
No, lo so che l’ora di educazione tecnica non è stata eliminata dai programmi scolastici, ma per me riguarda una parentesi (in)felice legata alle scuole medie che ho lietamente abbandonato nei meandri delle mie capacità in qualche anfratto della mente.

Intanto, cosa si apprendeva durante questo corso? Sul punto, alla voce “programma di educazione tecnica per le medie” sulla pagina web Wikiuniversità si legge “L'educazione tecnica nella scuola media intende contribuire alla costruzione di una cultura produttiva attraverso una iniziazione ai metodi della tecnica ed alla riflessione tecnologica”.
Oh, tutto molto bello letto così.
Cosa sia successo dalla teoria alla pratica mi è ancora ignoto.
Difatti, da quello che ricordo, quelle quattro (?) ore settimanali di educazione tecnica si articolavano così:
-2 ore di insegnamento teorico;
-2 ore di insegnamento pratico così suddivise: un’ora di disegno tecnico, un’ora di laboratorio informatico.
Delle ore trascorse in aula ad imparare qualcosa sulle cosiddette “tecniche produttive” ricordo molto poco: so che abbiamo studiato i materiali, e in quelle occasioni ho scoperto che il vetro è composto da sabbia silicea, e devono essermi state date delle nozioni di impiantistica che personalmente non rammento. Fin tanto che si trattava di teoria io, da brava bambinella scrupolosa e diligente, facevo tutti i miei compitini ed imparavo la solfa.

Come sempre nella vita però, a fregarmi era l’applicazione pratica, e, nello specifico, l’ora di disegno tecnico.
Ecco, se ho sviluppato atteggiamenti degni di una eroina delle tragedie greche credo che la causa scatenante siano state proprio le ore di disegno tecnico.
La scrupolosità.
La pazienza.
La pignoleria.
LA PRECISIONE.
Sono tutte delle doti bellissime, ma che non mi appartengono. Il Signore ha preferito darmi altri doni, tipo la risata contagiosa ed i capelli senza doppie punte fino a vent’anni, non si può avere tutto dalla vita.
Ho cominciato a capire che la vita era amara quando ho riempito la cartella di squadre, goniometri, compassi e una riga lunga non so quanto che usciva fuori dallo zaino. Dettaglio che ricordo benissimo, visto che, a causa della sua lunghezza, la prima volta che l’ho messa in cartella si è rotta a causa della mia distrazione, poiché sbattevo la cartella in ogni angolo di casa. Per darmi una lezione, i miei non mi comprarono una nuova riga per tutti e tre gli anni di scuola media, e quindi io giravo con questa riga rattoppata con lo scotch che quando la usavo per tratteggiare righe nel punto scotchato sembrava mi fosse venuto un attacco di parkinson.
I primi disagi iniziavano con la quadratura del foglio. Mo io dico no, ma se la tecnica è andata così avanti tanto da mettere in commercio album già squadrati, la necessità di quella purga settimanale qual era? Perché per me era una purga la quadratura del foglio, intanto perché si usava l’album liscio e non ruvido, ciò implicando che la matita ci scivolava sopra come se pattinasse sull’olio, e poi perché io facevo onestamente delle quadrature inguardabili.
Marcavo molto con la matita, quindi se dovevo cancellare il segno della matita si vedeva fino a quattro fogli più giù, poi perché le cose in mano mia si animano di vita propria: il compasso per esempio, non stava mai fermo, era più snodato di Polly pocket e soprattutto il secondo giorno di scuola in genere avevo già perso tutte le mine di ricambio, e quindi elemosinavo mine o compassi dagli altri compagni e ciò comportava che io restassi indietro con i procedimenti per la quadratura e quindi continuassi a perseverare nel mio stato di incapacità. Anche le varie righe e squadre erano animate: una volta decisi di attaccare la lunga riga al banco con lo scotch (tanto ormai…), il brillante risultato fu la quasi evirazione di un compagno di classe che passava dalle parti del mio banco (questo accadeva perché ai tempi non avevo ancora il certificato di “pericolosità sociale” di cui oggi sono attrezzata. Ieri per esempio in metropolitana mentre mi approssimavo a scendere ho spinto un tizio in braccio ad un vecchio, ho pestato il piede ad un altro e un ragazzo ha sbattuto il naso al palo d’appoggio. In quanto a pericolosità sono posizionata fra le bombe carta e lo shampoo negli occhi dei bambini).

Le cose andavano meglio durante il laboratorio di informatica, dove il prof ci ha dato validi rudimenti sulle conoscenze del pacchetto office. Se oggi posso vantare un uso discreto di excel lo devo al mio Professore di educazione tecnica (ma anche a Salvatore Aranzulla, che venero più di Gianni Morandi). Il mio professore di educazione tecnica ricorreva al metodo educativo del bastone e della carota: se finivamo entro l’ora i compiti che ci assegnava, poi potevamo divertirci su paint. Ma che ne sanno i 2000 delle ore passate su Paint, a colorare chiazze indefinite con colori psichedelici?
Oppure dell’ardua scelta delle clip art da inserire in un testo word? Ma soprattutto, a cosa serve vivere se non si è mai vista questa schermata?
Ancora me la ricordo la mia tesina di terza media con tutti i titoli degli argomenti diversi, le gamme di colori usate e la precisione con cui inarcavo di più o di meno le scritte.
Ecco, anche se all'inizio non sembrava, anche questo post rientra di diritto nel dizionario delle cose perdute 2.0, non foss'altro perchè se su un documento word cercate le wordart, ormai si sono evolute anche loro, e quindi addio ai titoli arcobaleno!