sabato 25 febbraio 2017

In cucina con Chiara: la ricetta dei baci perugina handmade

Si sa, l'amore è un sentimento che ci porta ad andare oltre i nostri limiti, a migliorarci, a sublimarci per rendere felici le persone cui vogliamo bene.
Sulla base di tutto codesto lirismo, quest'anno per San Valentino, decido di fare (per la prima volta dalla nascita della nostra longeva storia d'amore) le cose per bene: l'Ing. avrebbe finito la sessione d'esame il giorno prima e noi ci saremmo potuti rilassare e amare tranquillamente il 14 febbraio.
Di conseguenza, non decido solo di comprargli un regalo scemo, trovare un outfit accattivante per la serata o prenotare nel nostro locale preferito, ma ADDIRITTURA decido di cucinare qualcosa per lui.
E già qui parte la prima improprietà: il verbo cucinare comporta ovviamente la cottura di qualcosa, cosa che, in questo caso, non è stata fatta. La seconda improprietà in tal contesto, invece, comporta immaginare me alle prese con del cibo, intenta a fare qualcosa di commestibile. Io, però, credo fortemente nel potere dell'amore e quindi mi cimento in un'impresa che, ai miei occhi profani, sembra decisamente semplice, ovvero i baci perugina fatti in casa.
La ricetta la trovo sul blog di petit patisserie, la leggo, mi munisco degli ingredienti nelle dovute quantità, inizio.
Primo passo: sciogliere a bagnomaria il cioccolato al latte e il cioccolato bianco. Dal momento che non ho a disposizione il numero richiesto di pentolini, decido di sciogliere il cioccolato al latte a bagnomaria, quello bianco, presente in quantità nettamente inferiori, nel microonde. Lascio sciogliere il cioccolato bianco per 20 secondi: non si è sciolto del tutto. Lascio sciogliere per altri 20 secondi: cioccolato bianco completamente bruciato, con tanto di tanfo cenerino in cucina, per tutta casa, per tutto il condominio, per tutta Roma.
Forse voleva essere un monito, decido di non interpretarlo in maniera nefasta, continuo, imperterrita, nella preparazione.
Sciolti i due cioccolati, incorporo una quantità imprecisata di Nutella, cacao in polvere, granella di nocciole. Provo ad amalgamare, ma la poltiglia non è neanche vagamente paragonabile ad un composto plastico, bensì ad un qualcosa troppo liquido per essere anche solo immaginato vicino al solido con la forza del pensiero.
Seguo il consiglio presente nella ricetta: infilo la ciotola in frigorifero (non in freezer, perchè il mio freezer straborda di prodotti calabri che servono al mio sostentamento nei giorni bui da frigo vuoto).
Metto a caricare sul pc "50 sfumature".
Rido a crepapelle, visto che è il film comico per eccellenza.
Dimentico il composto in frigo per più di mezz'ora.
Me ne ricordo mentre bevo il caffè e i miei occhi cadono su una enorme macchia di cioccolato sul tavolo della cucina.
Prendo la ciotola.
Il composto è ormai rappreso come calcestruzzo a presa rapida.
Ci piango sopra, nella speranza che le mie lacrime lo ammorbidiscano.
Il composto non si scompone, i miei baci perugina hanno decisamente un cuore di pietra.
Con l'ausilio di un martello pneumatico, provo a frantumare quella poltiglia, ricevo feedback positivi.
Continuo a seguire la ricetta: formare delle palline, adagiarvi sopra una nocciola e conferire al cioccolatino la classica forma del bacio perugina.
Facile, direte voi: peccato che il composto era così asciutto che le nocciole non stavano su neppure con l'ausilio delle mie preghiere.
Armata di mastice, incollo le maledette nocciole sulle maledette palline.
Grazie al cielo le terribili battute di 50 sfumature mi tengono allegra.
Nel mentre, sciolgo il cioccolato fondente per la copertura; le palline, invece, si rivelano a me sempre più ostili: nel tentativo di scrostare l'amalgama dalle pareti della ciotola, schegge di nocciole si depositano sotto le mie unghie, ferendomi quasi mortalmente.
Le palline di cioccolata di Belzebù sono finalmente pronte, è il momento di immergerle nel cioccolato fondente. Seguono momenti di indecisione: insaporire il cioccolato fondente con dell'arancio? Ma chi mi credo di essere, Iginio Massari? "No Maria, chiudi la busta all'aroma di arancio" e mi avvio verso la fase finale.
Adagio delicatamente il primo cioccolatino del demonio su un cucchiaio, gli faccio fare un bagnetto nel fondente sciolto, lo adagio nuovamente sulla carta forno.
Il calore eccessivo del fondente scioglie il cioccolatino e i miei vani sforzi: piuttosto che un bacio perugina, somiglia ad una frittella, letteralmente spalmato sulla carta forno.
Seguono lamenti nella lingua dei miei padri.
 Seguono mani che si battono il petto e vesti stracciate e capelli recisi con la forza delle unghie.
  Seguono lacrime, copiose lacrime, che inondano la cucina. Lacrime che hanno l'effetto di raffreddare il cioccolato fondente, il quale acquista il magico potere di non sciogliere più le mie palline, ma di amarle, abbracciarle, renderle lontanamente paragonabili a dei baci Perugina, il tutto è coinciso con la fine della visione del film.
Comprendo che i miei cioccolatini sonoresi nervosi dallo sguardo di fuoco di Mister Grey, canto loro autentiche canzoni d'amore, i miei cioccolatini si trasformano da Erinni in Eumenidi, finalmente assumono la forma desiderata.
Questo il risultato finale

So che non sembra possibile, eppure li ho fatti proprio io.
Anche oggi, nella primitiva lotta fra materie prime e Chiara, ha vinto Chiara.
Carlo Cracco scansate, è in arrivo una nuova Mastercheffa. 

domenica 19 febbraio 2017

DilloConUnLibro: "Zia Mame" di Patrick Dennis

Pronti a fare un salto nei ruggenti anni ’20?
Spolverate boa di piume e fili di perle lunghi fino alla cintura, perché questo romanzo di Patrick Dennis è pronto a farci fare un meraviglioso viaggio nel tempo in una delle epoche più prolifiche per la letteratura e le arti tutte.
Ma cosa c’entra la protagonista del nostro romanzo, la cara zia Mame, con l’arte e la letteratura? C’entra eccome, e adesso vi spiego perché.
Se vi dico “Zia Mame” a cosa pensate? Ad una cara zietta chiusa in una casetta di campagna, pronta a sfornare dolciumi e leccornie varie per i suoi nipotini? Siamo decisamente fuori strada, e la voce narrante del romanzo, ovvero Patrick Dennis in persona (pseudonimo di Edward Everett Tanner III, scrittore eclettico e lungimirante, degno rappresentante dell’epoca in cui ha vissuto), nipote dell’adorabile Mame ce lo fa capire sin da subito.
Il piccolo Patrick, già orfano di madre, rimane solo al mondo all’età di circa dieci anni, quando anche suo padre decide di abbandonare serenamente questa terra. L’unica persona al mondo che gli rimane è la zia Mame, sorella del padre, mai vista, etichettata da sempre dal genitore come una pazza senza religione e senza costumi. Una volta rimasto orfano non è che Patrick abbia molta scelta, è costretto a trasferirsi a New York dalla zia. E una volta arrivato lì viene messo in contatto con una realtà mai conosciuta né immaginata, fatta di artisti, letterati, musicisti, uomini d’affari, usanze orientali, nuovi tipi di cucina, donne e bambini, matrimoni saltati e unioni improvvisate, e tutto questo vortice di situazioni e persone lo accompagnerà fino a diventare un uomo maturo e con una vena tendente al folle, marchio di fabbrica di quanti vengono a contatto con Zia Mame.
Desideravo leggere questo romanzo da diverso tempo, ovvero da quando Adelphi nel 2009 decise di ripubblicarlo, balzando immediatamente in vetta alle classifiche dei libri più venduti in Italia per diversi mesi. Bei tempi quelli, quando nello stesso periodo fra i libri più venduti trovavi “Zia Mame” e “L’eleganza del riccio”, mentre a distanza di meno di dieci anni in classifica si fanno sempre più spesso compagnia Fabio Volo e Alessandro Baricco, ma va bhè, opinione personale. Insomma, grazie al solito scambio su Acciobooks mi sono ritrovata in mano una edizione Mondolibri che, visivamente, ha poco a che fare con i termini scoppiettanti del romanzo, ma siccome non siamo persone che giudicano i libri dalla copertina (in attesa di scovare l’edizione Adelphi da qualche parte, prima o poi ci riuscirò) ho ceduto allo scambio e mi sono goduta questa delizia.
Zia mame è la antiMaryPoppins per eccellenza, il suo concetto di educazione è molto lontano dal metodo Montessori o dalle regole classiche sull’educazione che ogni famiglia si tramanda di generazione in generazione, eppure è il vero motore non solo della vita di Patrick, ma anche, chiaramente, della nostra storia. Lei è molto di più di una protagonista, lei è la storia perché, leggendo una pagina dietro l’altra verrebbe da pensare che il secolo scorso così per come lo abbiamo conosciuto non esisterebbe se non ci fosse stata Mame. La protagonista ha il mirabile dono di saper rappresentare tutti i prototipi di donne conosciute in quell’epoca, senza omologarsi mai agli stereotipi del tempo passato e del presente, ma riuscendo a darne una nuova immagine. Mame è Rossella O’hara e musa ispiratrice, abile imprenditrice e commessa, donna altolocata e stralette da teatro a luci rosse, e senza essere mai forzata o scontata, riesce a dare un’anima e una personalità ad ogni fase della vita e ruolo che si trova a svolgere.
A me ha ricordato tantissimo Francesca Cacace del telefilm “La tata”, con la sua vita sentimentale travagliata e l’età anagrafica non dichiarata, e fra me e Mame è stato subito amore, tanto da sentirmi un po’ più sola a libro finito.
Romanzo stra-consigliato, ma non pensate che sia solo un romanzo per ridere e che non lascia nulla una volta finito, come in tutte le “favole” anche Mame vuole lasciarci la sua morale: non è mai troppo tardi per fallire e ricominciare, perché il fallimento dimostra che la vita, anche se presa dal verso sbagliato, l’abbiamo vissuta.
Titolo: Zia Mame
Autore: Patrick Dennis
Editore: Adelphi
Pagine:380

Prezzo: 14,90

sabato 11 febbraio 2017

Mostre a Roma: Van Gogh Alive

Arriva quel periodo dell’anno in cui tante persone diventano più ciniche del solito: il 14 febbraio è data nefasta per quanti sono single, vivono un amore non corrisposto, vivono una storia insoddisfacente, fanno poco booooghie boooooghie, e quindi si sentono in dovere di scrivere cose tipo:
-“Buon S. Valentino a tutti i cornuti”;
-“S. Valentino è una festa consumistica: o si ama tutti i giorni o blablablabla CORNUTI”
-“S. Valentino: qualcuno crede di essere amato e invece è solo fregato.”
-“ Per me oggi è la festa dell’amicizia!!!! [e allora meriti la friendzone a vita dopo questa ipocrisia!]”
-“ Ma io amo solo la birra.”
Di tutte, l’unica che si può legittimare è solo l’ultima, perché anche l’alcol segue il linguaggio dell’amore. Per tutte le altre invece, l’unica cura è un po’ di sana attività fisica: propongo la zumba, così a furia di sudare diventate anche olfattivamente repellenti, che già con tutto questo cinismo ammazza-sientiment siete sulla giusta via.
MA se invece:
-avete un/una  partner;
-siete abbastanza radical chic, o hipster che dir si voglia;
-avete due lire in tasca;
-vi piace Van Gogh
eccomi pronta a suggerirmi il modo migliore per trascorrere una giornata d’amore: portate la vostra dolce metà (che sia un essere umano, una birra o una sacher) a vedere la mostra Van Gogh Alive.
Io e l’Ing. Siamo andati in avanscoperta per voi in una fredda sera di dicembre: faceva un freddo becco, ma i nostri cuori erano caldi d’ammmmore perché era il giorno del nostro anniversario. Avevo già adocchiato questa mostra nel lontano 2015, quando la mostra approdava per la prima volta in Italia a Firenze, nell’ex chiesa di Santo Stefano. Era maggio e fiorivano i papaveri, ma nel mio cuore e nella mia testa fioriva solo diritto commerciale, così fui costretta a rinunciare alla mostra. A distanza di due anni la mostra ha fatto capolinea nella capitale, e quindi non potevo lasciarmi scappare l’occasione di vederla.

Le opere di Van Gogh, i suoi autoritratti, le lettere inviate al fratello Theo, gli schizzi fatti a matita, opere piene di luce e piene di tenebre, il blu della notte di Saint-Remy e i l’armonia cromatica dei campi coltivati a festa di Arles, il genio e la follia, la serenità e la disperazione, le lotte sociali e le lotte personali: c’è tutto Van Gogh in questa mostra multimediale e grazie al sistema Sensory4, che utilizza più di 50 proiettori in sincrono ad alta definizione ed un sistema surround per la trasmissione musicale, le opere non perdono definizione, si muovono e si animano, permettono allo spettatore di entrare fisicamente dentro i quadri del pittore olandese, di vivere almeno per qualche minuto dentro una favola olio su tela, ops, olio su muro.
La mostra è resa ancor più intensa dalla colonna sonora elaborata per accompagnare lo scorrimento delle opere nell’immenso spazio del palazzo degli Esami: melodie vivaci o tetre, innamorate o sognanti accompagnano lo spettatore nella comprensione della vita e delle opere di Van Gogh; sono stati scelti con cura, lì dove è stato possibile, autori più o meno contemporanei al pittore: da Debussy a Bach, passando per Vivaldi, Goldard, Lalo e Tobin, in modo tale da creare una esperienza museale multilivello, che abbracci completamente il visitatore.

Sì, credo che da questa mostra si possa uscire ancor più innamorati, non solo della persona che, magari, ci ha accompagnato nel vederla, ma della vita, dell’arte, della bellezza delle piccole e grandi cose. Andate a vedere la mostra una domenica di marzo, quando il quartiere Trastevere in cui si trova l’edificio è preso dal pasto della domenica, le strade sono vuote e tutte vostre. Oppure andate un pomeriggio di fine febbraio, quando, uscendo dal buio della mostra vi affaccerete sul Tevere mentre cala il sole e il fiume d’oro si colora.
Andateci al mattino presto, quando le strade sono piene dei ragazzi che vanno a scuola e voi vi sentirete padroni del giorno e del tempo, la sera che illumina i ponti di Roma per potervi concedere una cena intima e saporita.
Andate alla mostra in qualsiasi ora del giorno, in qualsiasi giorno della settimana, in ogni fase della vostra vita, per innamorarvi, ancora una volta di più, del mondo, del tempo, del bello.

venerdì 3 febbraio 2017

il dizionario delle cose perdute 2.0: la cabina telefonica, la scheda telefonica e gli squilli

Lorelai:" Si sta valutando se tenere o meno la cabina telefonica."
Rory:" E dove si cambierà Super man quando verrà a salvarci da Ben Affleck?"
Lorelai." Ho fatto la stessa identica osservazione".

Ho da fare un'onesta osservazione alle ragazze Gilmore e a chi per loro scrive le battute: "la stessa identica osservazione" è stata mossa già dal buon Guccini in "Nuovo dizionario delle cose perdute", con l'unica differenza che, ai tempi del Guccio, il supereroe si chiamava Nembo kid.
Io, per non saper né leggere né scrivere, non avevo la più pallida idea che Superman (o Nembo kid, che dir si voglia) usasse le cabine del telefono per cambiar d'abito (sulla mia ignoranza e avversione verso il mondo dei super eroi ne ho parlato qui), per certo posso dire di aver usato le cabine del telefono. 

Erano i ruggenti anni di inizio ultima decade del II Millennio, io ero una palletta riccioluta emigrata a Milano che adorava lanciar le macchinine dall'alto del nono piano in cui abitavamo all'epoca (almeno così mi raccontano, io personalmente non conservo molta memoria): ai tempi il babbo continuava a lavorare giù in Calafrica e saliva al Nooooorde all'incirca una volta al mese. Miah Matreh per permetterci di comunicare con lui, ai tempi dell'oscurantismo cibernetico, quando 1000 km pesavano il doppio, ci portava alla cabina telefonica sotto casa. Armata di una dose massiccia di alcool tale da poter incendiare Milano, ci faceva comunicare con Mioh Patreh e dimostrargli tutto il nostro amoreh.

Questa storia di genitorialità a distanza si è conclusa molto presto, perchè Mamma ha ottenuto il trasferimento in terronia, giusto in tempo per non prendere l'accento milanese e cominciare a chiamare la gente mettendo l'articolo determinativo davanti ai nomi. Con l'ausilio di Paneh e Polpetthe sono cresciuta ed ho affrontato le scuole elementari. In terza elementare arrivò il momento di affrontare LA MIA PRIMA GITA SCOLASTICA IMPORTANTE: la località prescelta dalle maestre fu Altomonte, ad un'ora e mezzo di strade sconnesse da casa mia e saremmo tornati ADDIRITTURA PER LE 16:30.
Un giorno da ricordare per tutta la vita praticamente.
Il mio primo evento social, un instameet ante litteram senza instagram.
In quella occasione, il giorno prima di partire, mio padre mi diede lei: la tessera telefonica. Io ero straconvinta che le tessere telefoniche servissero solo per essere collezionate dal mio compagnetto di classe Giandomenico, tipo le figurine (e mi sono sempre chiesta: MA CHE RAZZA DI HOBBY E' COLLEZIONARE STE TESSERE??????? Non fai prima a fare la collezione dei Topolino???? E poi che ci fai con tutte queste schede, ci tagli la ddddroga????? [No, evidentemente quest'ultima cosa non la pensavo ai tempi, ho riflettuto su questo utilizzo solo ora che sto scrivendo. Colpa di narcos, che ancora non ho visto. Quando comincerò a vederlo forse dirò alla gente plata o plomo????']).
"Poi domani con questa ci chiami all'ora di pranzo per dirci se sta andando tutto bene. La tessera ha un traffico di 5000 lire, attenta a consumarle!"
CINQUE MILA LIRE?????????? MADREDIDDDDDIOOOOOOH!!!! Praticamente ci stavano più soldi nella scheda che nel mio portafogli ( e, per dimostrarmi sempre costante nella vita, anche oggi la cosa non è molto diversa). Con la scaltrezza e l'intelligenza di una spia, riuscii a mettermi in contatto con casa mia, vivere con gioia la gita, mangiare il panino che mi aveva preparato mammina e tornare a casa.


I tempi poi sono cambiati, si sono digievoluti, e nelle nostre case e tasche sono entrati i cellulari. Come tutte le cose che si trovano all'inizio della loro carriera, costavano un fracco e anche il mantenimento del servizio era esoso, pertanto io, giovane pischelletta di terza media, facevo di tutto per fare in modo che quei cinque euro di ricarica durassero almeno un mese. La tentazione era fortissima: da un lato si aveva in mano uno strumento per poter essere sempre in contatto con la propria amichetta del cuore, dall'altro tale bisogno di vita sociale veniva minato dagli alti costi e dai magri guadagni personali.
Come ovviare al problema? Ancora non è chiaro chi sia stato il genio che ha inventato il sistema di comunicazione dello squillo.
Più evoluto dei messaggi di fumo, più sicuro del piccione viaggiatore, il sistema degli squilli era una sorta di alfabeto morse della comunicazione dei primi anni 2000: l'alfabeto era:
-1 squillo: ti penso;
-2 squilli: io ti penso, tu mi pensi?
-3 squilli: ehi amica! Chiamami!
-il quarto squillo era ormai una chiamata che iniziava, più o meno così:" A 'MBRANATAAAAAAA!!!! Ma me voj chiamà????????"
Come potete immaginare, in the game of squilli You win or you die, e quindi, dal primo squillo partiva una gara a rispondere allo squillo per dire che ti penso, a sospirare quando a farti due squilli era il tipo che ti piaceva, a scoppiare di gioia quando sentivi nell'altra stanza che il tuo cellulare emetteva non uno, non due, ma più di tre squilli, salvo poi scoprire che era una compagnia telefonica avversaria che ti invogliava a passare in campo nemico.

Nell'epoca di whatsapp, delle chat di gruppo e di internet che ha di fatto eliminato i confini, stare lì a ricordare gli squilli, o addirittura le cabine del telefono, è diventato un passatempo vintage: i primi ormai sono stati sonoramente banditi, le seconde, con annesse schede del telefono, ormai sono andate perdute, o, quelle poche rimaste fanno da tetto a qualche anima infelice senza casa e no sa dove ripararsi in un giorno di pioggia.
Di certo ad aver fatto una fine peggiore sono state le cabine telefoniche inglesi, usate come elemento di decoro e ormai immortalate solo per scatti banali sui social (che sia chiaro: appena andrò a Londra anche io sarò la prima a fare questo tipo di foto, ma si sa; io sono The Queen of mainstream).