domenica 29 gennaio 2017

Il mio primo instameet: alla scoperta di Maenza

Sono le 22:00 di una domenica sera: sorseggio una tisana al finocchio, ascoltando il mio stomaco che chiede pietà dopo una due giorni di cibo no-stop.
Ma come ho fatto a mangiare così tanto? Cosa ho fatto per meritare tutte queste bontà caserecce? Semplice: ho partecipato al mio primo instameet made in Italy!
Sì, la precisazione è d'obbligo, perchè non è il mio primo instameet in assoluto: qui infatti potrete leggere le mie gesta in quel di Valencia, alle prese con una birra al porto e un giro su un bus turistico.

....Momento nostalgia per l'amata Spagna......

Ok, riprendiamo da dove eravamo rimasti: gli igers. Allora, fra le varie communities presenti sul territorio italiano, devo dire che una delle più attive (e io posso dirlo, perchè le seguo praticamente tutte) è quella di igerslatina, una comunità fotografica nata con il difficile compito di promuovere un territorio, che è quello della provincia di Latina, indubbiamente bellissimo, come buona parte del territorio italiano d'altra parte, che, purtroppo, ha la "sfortuna" di trovarsi a pochi km da Romabbbbella; una competizione spietata insomma!
Devo dire però che i community manager si impegnano moltissimo per sponsorizzare il territorio e, fra le tante attività, organizzano spesso gli instameet in giro per la provincia. Ieri è stato il turno di Maenza, ridente borgo posizionato sui monti Lepini, di origini medievali e perfettamente conservato. Maenza è stata scelta come location per lanciare un nuovo hastag della comunità: #collipontini, l'hastag con cui potete taggare tutte le foto condivise sui social che ritraggono i borghi montani della provincia.
E quindi, dovete sapere che, fra le tante cose, l'Ing. è anche appassionato di fotografia, tipo che ormai è il mio fotografo ufficiale da sei anni, ho l'imbarazzo della scelta per le foto profilo di fb. Eh, lo so, tutte le fortune. Dicevo, è un appassionato di fotografia, fa un sacco di foto per la community e quindi che fai, non vai all'instameet?

Pieni di fiducia, alle 8:50 di un sabato mattina, io e l'Ing. abbiamo preso un cotral, direzione Maenza. Un'ora buona di paesaggio bucolico salendo verso i monti lepini, fino ad arrivare ai piedi del centro storico del borgo. Eccitati e desiderosi di caffè, in un paesello che già si prospettava grande come il mio soggiorno, chiediamo alla prima nonnina che incontriamo come arrivare alla loggia dei mercanti. Lei non solo ci accompagna fino a lì (deve aver capito che siamo capaci di perderci anche nel bagno di casa), ma ci racconta in cinque minuti tutta la sua vita. Arriviamo al luogo dell'incontro con gli altri igers con largo anticipo, ci concediamo un cappuccino vista colli pontini, cominciamo a scattare foto compulsive per allenare i pollici alla giornata, e cominciano ad arrivare gli altri compagni d'avventura.
Riuniti tutti i circa ottanta partecipanti, ci inoltriamo alla scoperta di Maenza: dalle mura di ingresso della città fino alle case-torri che delimitavano il perimetro della città, la chiesa di Maria Assunta in cielo e il castello baronale, dove è salito alla gloria del Padre Tommaso d'Aquino. Insomma, bellezza, nobiltà e nostalgia, case in pietra a vista, vicoli pieni di splendidi fiori alle finestre, panni stesi a catinelle e meravigliose vecchine che si prestavano a modelle mentre stendevano i loro preziosi panni, perchè voi dovete sapere che niente fa più instagram di nonni, panni stesi e portoncini di ogni grandezza e foggia. E io scattavo complusivamente, senza ritegno, peggio di una turista giapponese.

Arrivati ai piedi del castello baronale, dopo le foto in gruppo di rito e un workshop per aggiornarci sui numeri della community, è arrivato il momento del pranzo. Il menù prevedeva:
-antipasto con mozzarella di bufala, carciofini sott'olio, bruschette;
-polenta al sugo con salsiccia di san Biagio;
-caldarroste;
-il dolce tipico di Maenza, le crespelle.
Io non sono una persona viziata sul cibo, ma:
-i carciofi non mi piacciono, perchè non mi sanno di niente;
-la polenta ha un sapore che non gradisco;
-le castagne le mangio solo crude;
-non mi piace l'uvetta.
Vabbbbeh, è inutile dirvi che avevo così tanta fame che per poco me stavo a magnà pure un dito dell'Ing. insieme alla tovaglia. Poi faceva un freddo becco, per riscaldarci vai giù di vinello e passa la paura.

Come potete capire, questo sabato a Maenza mi è servito per diverse ragioni, ovvero:
-la polenta non mi piace, ma se a prepararla è l'Associazione "La cirasa" di Maenza, allora levateve tutti che voglio il bis;
-quando fa freddo mangio il doppio (ma anche quando fa caldo e quando ci sono le "mezze stagioni");
-l'Italia è piena di borghi bellissimi, visitateli tutti;
- ma la parola "igers" si pronuncia "aighers" o "ighers"?

venerdì 20 gennaio 2017

Quando una ragazza sola finisce da game stop

Avviso ai naviganti: state per leggere un post pieno di stereotipi e clichè. Oh, lo so che avete imparato a conoscermi come lettrice raffinata e donna colta in giro per mostre e musei, ma a volte accadono alcune cose nella vita che ti fanno capire chiaramente che, se i luoghi comuni esistono, ecco, non sono mica nati dal nulla, un qualche fondamento dovranno pur averlo.
 E quindi mi ritrovo qui a raccontarvi un episodio che ha del comico e del grottesco, ma a narrarvelo con un mese di ritardo, perchè all'epoca dei fatti ero in giro per negozi a trovare il giusto regalo di Natale per l'Ing., quindi non potevo fare spoiler.
 Detto ciò, quest'estate, dopo quasi sei anni di stabile relazione, l'Ing. ha voluto rivelarmi un suo lato che è riuscito a tenere quasi nascosto per tutti questi anni: il suo nerdismo tecnologico.
 Dovevo cominciare a capire tutto questo quando una volta in giro per saldi al centro commerciale, quando io gli ho chiesto in ginocchio di entrare nell'ennesimo negozio, lui a ceduto a patto che facessimo un giro da mediaword:" e per fare cosa, esattamente?"
-" ma per guardare tutte le novità!"
Vi sono sincera, pensavo avesse inventato la balla della tecnologia solo per respirare un po' di testosterone dopo una mattinata in giro per i saldi estivi, e io ci stavo pure eh, per carità, ma quando ha cominciato a parlarmi di processori e a tessermi le lodi di un televisore, onestamente mi sono persa in futili pensieri, tipo se qualcuno fosse mai rimasto chiuso dentro un centro commerciale di notte e si fosse messo a vedere la tv accendendo tutti i televisori contemporaneamente, o quale sarebbe il nesso logico di mettere nella stessa attività commerciale il macchinario per fare le copie delle chiavi e quello che incolla i tacchi alle scarpe.
 Dopo questo isolato episodio, giunse la verità. Lui era un nerd. Nulla, nulla me lo aveva fatto presagire prima, d'altra parte lui era solo:
-un ingegnere;
-un appassionato di serie tv;
-un lettore di focus;
-un possessore di un gruppo whatsapp only for men dove non sarei mai dovuta entrare, ma OOOOOPS!
-un accanito lettore di Harry Potter, Tolkien, Licia Troisi (Ndr: non mi ricordavo il cognome della Troisi, solo il nome, e ovviamente stavo scrivendo Licia Colò. AHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAH. Ok, scusate l'off topic) e quelle cose lì;
-NON HA voluto vedere con me Downton Abbey;
- un inabile a fare la lavatrice, ma perfetto caramellatore di zucchine e sfornatore di succulenti manicaretti.
Ora, mettendo insieme tutti questi elementi, COME avrei dovuto capire che è un appassionato di videogiochi??????????? E invece, convinto che il nostro amore potesse sopportare anche questa, mi ha rivelato che possiede intatta la sua PS1, che funziona ancora e che, esami permettendo, ci gioca. Ma anche che gioca con i videogiochi al pc, insomma, tutte queste cose che, secondo lui, dovevano renderlo disonorevole ai miei occhi. Io boh, onestamente la cosa non mi ha fatto nè caldo nè freddo, l'importante è che mi lasci vedere il Bello delle donne in pace, poi la nostra relazione può continuare benissimo così.
In questi mesi, fra una chiacchiera e l'altra, mi confida che avrebbe tanto voluto avere un videogioco, che pare essere stato il gioco dell'anno: the witcher. Vi giuro, me ne ha parlato per mesi, convinto che non fossi così aperta mentalmente da anche solo capire che lo voleva--> che io glielo regalassi --> che potesse essere suo.
Insomma, dopo essermi accertata che non costasse tre volte il mio stipendio, decido di comprarglielo.
-"Ma se io, mettiamo il caso, volessi comprare un videogioco, dove posso andare? in un negozio di arredo per il bagno?"
-" SCEMA! Devi andare da Gamestop!"
Era un pomeriggio buio e tempestoso. Io indossavo una gonna senza pretese, un cappotto blu con cui speravo di confondermi nel buio della notte.
E invece no.
il commesso mi nota. Anche il proprietario.
-"CIAO!!!! TI SERVE QUALCOSA??? CHIEDI PURE TUTTO QUELLO CHE VUOI!"
-"Si...ciao...mi servirebbe un videogioco... The witcher."
-"ODDIO!!!!! SIIIIIIII!!!!! Che versione ti serve???????? Semplice o con le estensioni????''
-"...Per computer????'"
"Si, ma semplice o con le estensioni?"
-"......"
-"Te le faccio vedere entrambe; qui c'è l'informativa, così vedi le caratteristiche del gioco."
-".........."
-"usi solo il computer per giocare o usi anche altre consolle?"
(evidentemente il mio silenzio deve aver dimostrato che sono una grande intenditrice, non una povera orfanella del sapere in materia) -"no, veramente devo regalarlo al mio compagno, non sono molto pratica di videogiochi".
-"ODDIOOOOOO!!! Devo dire anche io alla mia ragazza di farmi questi regali, TROPPO FORTE!"
-"Si... senti, voglio l'edizione con le estensioni."
-"vado a prendertela da giù!"
Il solerte commesso apre una porticina dietro il bancone, lo sento scendere le scale ed urlare a gran voce al collega, disperso anche lui nello stanzino:" LA GNOCCA DICE CHE è FIDANZATA, PERO' IL VIDEOGIOCO GLIELO VENDO LO STESSO!".
Scende un grande imbarazzo fra me e gli altri clienti presenti nel piccolo spazio addetto alla vendita di apparecchi del demonio, io, fingendo nonchalance sentenzio:" Dicono, ahimè, che i videogiochi non li vendano più nel reparto marmellate e confetture".
Caro Ing., tu, che fra un ripasso disperato e l'altro ti concedi mezzo'ora di svago aiutando Geralt a ritrovare l'adorata Ciri, sappi che il tuo regalo è costato caro al mondo degli stereotipi.

giovedì 12 gennaio 2017

DilloConUnLibro: "After dark" di Haruki Murakami

Prima ti viene la pericardite, ma fai finta di non ascoltare il tuo corpo, e continui a lavorare e stressarti come sempre. Poi interviene un raffreddore cosmico, con perdita totale dell'olfatto e parziale dell'udito, ma niente, continui a lavorare come se niente fosse. 
Alla fine per costringermi a stare a letto ci ha pensato una congiuntivite acuta: con un occhio di meno lavorare diventa praticamente impossibile se devi stare 12 ore davanti ad un pc, ed alla fine decidi che sì, è arrivato il momento di ascoltare questa serie di messaggi neanche tanto impercettibile che il tuo corpo ti manda: ti fermi, stacchi cellulare e pc per più di 24 ore, decidi che gli atti posso aspettare, ti prendi uno spavento che ti urta come una botta in testa, ma almeno ti sei fermata. 
Giorno 2 di convalescenza: l'occhio destro si è (finalmente) schiuso come un bucaneve alla fine dell'inverno: con quattro paia d'occhiali riesco finalmente a riaprire un libro e leggere. 
 
Vista la letizia che lo stare in salute comporta, ho deciso di festeggiare questo giorno di pausa dalla vita con una recensione cromaticamente in tema con la stagione più fredda e buia dell'anno: "After dark", il primo libro di Murakami letto in vita mia (in attesa di reperire da qualche parte "Norwegian wood", definito il capolavoro di Murakami per eccellenza).
 La storia si svolge in un arco temporale piccolissimo per essere un romanzo, ovvero in sette ore circa, ed è una storia che si svolge tutta in notturna, come lo stesso titolo suggerisce. È un romanzo corale a più voci; ci sono Mari alla ricerca di una notte da trascorrere in solitudine, Takahashi che suona in una band jazz universitaria, sorveglianti di motel e relativo personale, impiegati che vivono e lavorano in notturna, prostitute picchiate e loschi individui della mafia cinese che si muovono su velocissimi e rumorosi scooter. E poi c’è Eri, sorella di Mari: lei è bellissima, ma ha deciso di dormire, per sempre (un po’ il sogno di tutti noi, peccato che persino io ad una certa mi sveglio, invece lei riesce indisturbata a dormire da mesi). Più dorme e più diventa bella (anche questo il sogno di tutte noi, perché io se dormo più di dieci ore i segni del cuscino dalle guance vanno via la sera dopo. Per non parlare dei capelli). Sullo sfondo si muove una Tokyo avvolta dalla notte eppure luminosissima nelle sue luci al neon e i suoi bar all’americana aperti praticamente a tutte le ore, i taxi che sfrecciano veloci, i supermercati aperti h24; mi è sembrato davvero di veder passare davanti agli occhi le scene di “Lost in traslation” di Sofia Coppola.

In questo caso l’aggettivo che meglio descrive questa storia è onirico: alla fine sembra di vivere in un sogno (o in un incubo, in base al punto di vista che prendiamo sulla narrazione), e sicuramente lo stile denota una grande maturità stilistica da parte dello scrittore, credo abbia delle peculiarità che lo distinguono da molti scrittori contemporanei, ha una penna innovativa anche solo rispetto ai suoi colleghi europei. Non mi sento di dire di aver apprezzato a pieno il romanzo, l’ho letto con un po’ di fatica, soprattutto la parte centrale, però non posso neppure dire che non mi sia piaciuto affatto, diciamo che vorrei leggere di più su di lui per pronunciarmi in maniera complessiva su Murakami. Un altro aggettivo con cui lo definirei è strano, ma da quel poco che ho letto di letteratura giapponese spero di non sbilanciarmi se dico che tutti i personaggi e le storie raccontate hanno caratteri che oscillano fra lo strano e l’inquietante.
Per me è un “ni”, a metà strada fra un libro perfetto e un libro da non leggere assolutamente; lo stile mi ha colpito molto, ma la storia con le sue trame volutamente irrisolte, il numero di personaggi crescenti cui facevo fatica a stare dietro e il clima grottesco tendente al macabro non mi hanno permesso di apprezzarlo.

Titolo: After dark
Autore: Haruki Murakami
Editore: Einaudi
Pagine: 164
Prezzo: 11 €

domenica 1 gennaio 2017

DilloConUnLibro: "Colpa delle stelle" di John Green

Siamo sotto le feste di Natale e, come sapete, questo è il periodo in cui possono succedere miracoli. Difatti ho letto un libro commerciale che probabilmente mai avrei letto di mia spontanea volontà, o addirittura comprato. "Colpa delle stelle" è stato comprato dalla più piccola di casa ( più piccola...ha ventanni e venti centimetri più di me!), mi trovavo in Calafrica, lontano dalla mensola-porta-libri-da-leggere-a-breve, e quindi mi sono lanciata.
 La storia credo la conosciate tutti, ma faccio un refresh per chi non ne avesse mai sentito parlare/l'ho sentito, ma non me lo ricordo/ l'ho letto, ma non ero in me: Hazel Grace è affetta da un cancro che ha ridotto drasticamente la sua aspettativa di vita, nonché la qualità della sua stessa quotidianità. è costretta dai suoi genitori ad andare ad un gruppo di supporto per ragazzi malati di malattie terminali, e qui incontra Gus, affetto in passato da un tumore osseo ormai sconfitto, ma che lo ha costretto all'amputazione di una gamba.
I due ovviamente si innamorano, e non spetta a me dirvi come questo amore si sviluppa e come finisce il libro, ma, leggendolo, sono evidenti i motivi per cui un'intera generazione di teenagers ha amato questa storia.
Io, che teenager ormai non sono più da quattro anni, non sono letteralmente impazzita per questo romanzo, tuttavia la storia convince,i personaggi sono ben caratterizzati, si parla d'amore e chi sono io per giudicare?
Per me il problema è sempre lo stesso: lo stile. Sì, il problema è evidentemente solo mio, anche perchè viene usato uno slang perfetto per il target di lettori cui si rivolge, ovvero adolescenti e giovanissimi, quindi è ovvio che il linguaggio è quello tipico degli sms e non quello della Divina Commedia. Tuttavia, mi chiedo spesso per quale motivo questo genere di romanzi, che oggi le case editrici etichettano come "young adults", debba necessariamente utilizzare un linguaggio in pillole: credo che se una storia è valida non abbia bisogno di ricorrere al mero linguaggio parlato, si possa permettere qualche fantasia stilistica in più. Perderebbe di credibilità? Probabile, se i protagonisti sono ragazzi "normali": nel nostro caso emerge chiaramente che sono due ragazzi che hanno qualche marcia in più rispetto alla media degli adolescenti di oggi, vuoi per interessi, vuoi per cultura. Eppure, lo stile non va oltre la basilare struttura logica del soggetto-predicato-complemento, e il livello narrativo non va oltre la descrizione dei fatti.
Ok, forse ho un po' troppo massacrato questa storia, che alla fine non boccio completamente; riassumo così il mio sentimento: non è il libro della mia vita, non mi ha fatto impazzire, tuttavia, se avessi delle sorelle/fratelli/cugine/nipoti adolescenti, mi farebbe piacere leggessero questa storia, perchè può essere un buon romanzo di transizione da un passato da lettori di storie solo per ragazzi verso la lettura di romanzi "da adulti", più impegnati e con qualche pretese in più.
Io alla fine non ho pianto, ma difficilmente piango leggendo un libro (strano, ma vero), ma il consiglio è di tenere a portata di mano una bella scorta di fazzoletti.
Titolo: Colpa delle stelle
Autore: John Green
Editore: Rizzoli
Pagine: 356
Prezzo: 16 €