domenica 11 dicembre 2016

il dizionario delle cose perdute 2.0: i Governi della prima Repubblica

Come dice il detto "ogni promessa è debito": a distanza di quasi due mesi, fra una comparsa di costituzione e risposta e un viaggio qua e là (si, per chi se lo stesse chiedendo ho iniziato la pratica forense e l'unico motivo che mi trattiene dal parlarne qui è che ormai sapete anche dove abito, quindi ci mettereste un attimo a risalire alle prodi gesta del mio dominus) sono qui a scrivere la prima voce di questo modernissimo dizionario delle cose perdute.
Mentre andavo a messa (sì, sono così adorabile che vado a messa tutte le domeniche. Quando vi dico che sono sempre stata la fidanzata ideale per tutte le mamme dei miei amici [e amiche] non esagero) scartabellavo fra i cassetti stracolmi di appunti "del mio cervellino" (come lo ha definito in un occasione il mio dominus) alla ricerca degli appunti per le varie voci del dizionario. Ad un certo punto la voce della mia coscienza mi ha suggerito "dolce Chiara! Con i tempi che corrono oggi, cosa c'è di più malinconicamente desueto di un governo della prima Repubblica?!"
E quindi: ma ve li ricordate i governi della prima Repubblica? Io no, perchè sono nata nel 1992, sono una vera e propria figlia del berlusconismo, eppure i fasti e le gioie della prima Repubblica sono stati tramandati per via orale ( e social) fino ai giorni nostri, tanto da far sentire le generazioni successive, in primis la mia, tanto coinvolti da sembrarci quasi di averli vissuti.
Per esempio; vogliamo parlare dei governi che non riuscivano ad arrivare alla fine della legislatura? No aspetta, quello è rimasto invariato anche dopo, proviamo a cambiare argomento: vi ricordate di quando ad ogni maledetta elezione, alla fine vinceva sempre la DC? Oppure di quella volta che Bettino Craxi formò il cosiddetto "pentapartito"? Noi oggi per "pentapartito" intendiamo ben altro, anzi, pardon, non intendiamo un partito, bensì un movimento, e quasi vien da pensare che alla fine tutto cambia per non cambiare nulla.
Craxi ai tempi di mani pulite disse "hanno creato un clima infame" e se ci pensate forse la frase è ancora attuale (e ben riciclabile) ai giorni nostri. E dunque, se le differenze fra le due Repubbliche non sono poi così tante, è davvero cambiato qualcosa?
Ebbene sì, qualcosa è cambiato: l'elettore. Che è diventato più ignorante. Ma non nel senso che è diventato un imbecille, ma nel senso che ignora, non conosce.
Perchè se devo leggere in giro lo sdegno di quanti lamentano la mancata elezione del presidente del consiglio dei ministri direttamente per mano popolare, si ingorano diverse cose, in primis la carta costituzionale.
così come si ignora che non sarebbe possibile indire referendum sull'uscita dall'Unione europea o un ritorno alla lira, per dire.
Si ignora anche, a mio dire, il ruolo che rivestono alcuni soggetti del panorama politico: ad esempio, se Salvini, formalmente, è un eurodeputato, ma come fa a passare mesi senza uscire dai patrii confini?
ma ciò che più di ogni altra cosa l'elettore della Repubblica 2.0 dimostra di ignorare sui social è un uso corretto della grammatica italiana; proprio la lingua, che di un paese costituisce l'essenza nazionale, nella battaglia social da "prima gli italiani, abbasso gli immigrati" è la nostra quotidiana Solferino.
Mi chiedo: che l'elettore abbia sviluppato tutta questa ignoranza (= non conoscenza) solo negli ultimi ventiquattro anni? La mia personale risposta è no, ma cosa vuole che le dica signora mia: "verba volant, scripta manent, birra tennent's"; nell'era dei social ogni commento che viene scritto diventa un marchio indelebile della nostra mancata o presunta conoscenza, pertanto è un qualcosa che rimane ad imperitura memoria.
In un post più nostalgico di una canzone dei Thegiornalisti, voglio lasciare agli aficionados della politica italiana un barlume di speranza: tutti vanno via, tutti affondano, tutti, chi prima, chi dopo, viene sommerso da una pioggia di monetine,ma solo uno, sul suo panfilo, non affonda mai: Massimo D'Alema.