domenica 16 ottobre 2016

DilloConUnLibro: “Nuovo dizionario delle cose perdute” di Francesco Guccini

Molti di voi conoscono Francesco Guccini solo per le sue meravigliose canzoni o per i racconti fra mito e leggenda dei suoi concerti (e io sono stata una delle ultime fortunate elette ad aver assistito al suo ultimo tour; magari un giorno vi racconterò del delirio che si crea quando si sentono le prime note della Locomotiva); tanti non sanno però che Guccini è anche un finissimo scrittore, e il suo argomento preferito è il racconto di ciò che non c’è (o non ci può essere) più.
“Nuovo dizionario delle cose perdute” arriva dopo un primo dizionario che il cantautore bolognese aveva scritto nel 2012, ma così tanti furono gli oggetti e le situazioni passate emerse dalle maglie della sua memoria che ha avvertito l’esigenza di scrivere un nuovo dizionario, per ricordare a noi nati (quasi) nel nuovo millennio che esisteva un periodo in cui le cabine telefoniche servivano per chiamare gli amici lontani e non solo a Nembo kid (Nembo chi?) per infilarsi il costume da supereroe, il bucato non si faceva nelle lavatrici e che le catene di Sant’Antonio sono sempre esistite, ma non arrivavano tramite messaggi whatsapp, bensì per posta.
                                                             
È un continuo richiamo ad un Italia (o forse ad un mondo) che non c’è più, che è rimasto racchiuso fra le pagine ingiallite degli elenchi telefonici o fra scaffali alti e polverosi delle drogherie, un mondo migliore quello che è stato per Guccini, anche se io, nonostante il mio amore smisurato per lui, non riesco a condividere, e non solo perché sono “figlia del mio tempo”. Strano ma vero, ma molte delle situazioni da lui raccontate io le ricordo bene: mi ricordo di quando feci la mia prima gita di classe ad Altomonte in terza elementare e di mio papà che mi comprò una scheda telefonica da 5000 lire per chiamare casa, o dei fogli di carta carbone che mia mamma conservava nei cassetti della sua scrivania da impiegata statale, anche se, lo ammetto, non ho mai capito come funzionassero. È vero, non ho mai visto un carro gommato, né le strade completamente sgombre di macchine da poter giocare tranquillamente per strada, ma chi non è stato curato dai raffreddori con i rimedi della nonna? Oppure chi, da bambino la sera della vigilia non vedeva l’ora che il babbo si accorgesse delle letterine di Natale sotto il piatto?

Per Guccini nutro un rispetto profondo, la sua voce è stata di compagnia durante il periodo che mi ha traghettato dalla spensieratezza a pensieri più maturi, ancora oggi le mie canzoni preferite appartengono al suo repertorio, però una cosa che non mi piace di chi arriva all’età della saggezza è questo voltarsi indietro e dire “era meglio allora”. Perché magari il suo ricordo del bucato lavato con la cenere era poetico, ma sono abbastanza convinta che la lavatrice sia sicuramente meno faticosa e più redditizia, e sarebbero d'accordo con me tutte le lavandaie delle passate generazioni.
Non ho compiuto ancora venticinque anni, eppure di cose che ormai sono cadute in disuso ne ho viste tante: ma dico, ve le ricordate le videocassette? O gli squilli che si facevano fra amici per dire “ti penso”? Per copiare durante la versione di greco qualche anno fa noi usavamo bigliettini volanti e trucchi degni del mago Casanova; cosa ne sanno gli studenti di oggi cercare sul Rocci proprio la frase di Senofonte presente nella versione quando oggi hanno gli smartphone e in meno di cinque minuti tutte le opere senofontee tradotte in tre lingue a portata di dita? Loro non potranno raccontare delle soluzioni del compito di matematica che arrivavano in classe nella busta dei panini, ma avranno il loro mondo, le loro storie da raccontare.

 Il Nuovo dizionario resta però una lettura da fare per chi, come me, adora sentir raccontare storie. E siccome questo sentir narrare storie fa venire a mia volta in mente storie che vanno raccontate, colgo l'occasione di questo spazio per annunciare una nuova rubrica del blog, ovvero "Il dizionario delle cose perdute 2.0". In memoria di tutte le cose perdute e a quelle che verranno, e che oggi ci sembrano indispensabili.

Titolo: Nuovo dizionario delle cose perdute
Autore: Francesco Guccini
Editore: Mondadori
Pagine: 148

Prezzo: 10,20 €

domenica 9 ottobre 2016

Mostre a Roma: LOVE al Chiostro del Bramante

Su questo blog, fra serio e faceto, affrontiamo pagine di vita in ordine sparso: esperienze personali, libri, serie tv, momenti di sclero, racconti di vita quotidiana.
Apriamo il mese di ottobre con un inserto culturale: sono pronta a raccontarvi la mostra "LOVE" al chiostro del Bramante.
Premessa necessaria: non sono un'amante dell'arte contemporanea, non ho la sensibilità giusta per capire subito cosa un artista vuole dire con la sua opera.
Ora, se fossi stata una persona seria che vuole fare una recensione di una mostra, prima spiegherebbe di cosa si tratta, se è una esposizione su un tema o su un artista, obiettivi della mostra, breve storia degli artisti e via discorrendo, io invece, che sono una perfetta signora Nessuna, ho introdotto il discorso con una premessa evidentemente inutile al nostro discorso.
Molto bene, continuiamo a raccontare allora perchè ho deciso di andare ad una mostra che, di per sè, sembrava non mi interessasse.
Il motivo per cui ho deciso di andare, devota e pellegrina, verso il chiostro è che chi cura le mostre di questo polo espositivo deve essere una persona che, evidentemente, ci sa fare. E anche i social media manager ci sanno fare, e pure parecchio, perchè a furia di vedere i profili social del chiostro ho capito che rischiavo di perdere l'evento culturale dell'autunno, e così mi sono portata dietro l'Ing. e, allegramente, abbiamo zompettato fino a piazza Navona.
La mostra inizia già nel Chiostro: due quadrati di lettere di Robert Indiana, LOVE e AMOR fanno bella mostra di sè, davanti agli occhi dei visitatori.
E noi chi siamo, dal rifiutarci di fotografarli e fotografarci con le opere? Io, vestita in perfetto stile Instagram mi sono posata languida e a più riprese sulle opere, facendo finta di non sapere di essere immortalata dall'Ing.
Si vede che non mi ero AFFATTO ACCORTA di essere fotografata? Bene, perchè è essenziale questo atteggiamento se vuoi fare un Instagram dall'alto tasso culturale.
Vabbè, dopo essermi spalmata per mezz'ora su ogni lettera, finalmente siamo entrati nel vivo della mostra. L'audio guida è inclusa nel prezzo del biglietto ed è fondamentale: quel gran genio che ha curato la mostra ha creato ben cinque diversi percorsi audio e tu, spettatore attento e radical chic, dovresti decidere il profilo giusto sulla base delle tue sensazioni.
Io ho scelto DAVID, che mi si è presentato così: "Un uomo senza tempo e senza età. Come and dream by me".
Sono troppo, ma troppo radical per non scegliere un profilo del genere.
il profilo dell'Ing.; AMY: "Sono la ragazza della porta accanto. Ascoltami che ti stupirò"
L'Ing. è troppo, ma troppo sgallettato per non scegliere un profilo del genere.
La mostra inizia e DAVID comincia a cantare canzoni suadenti alle mie orecchie ad ogni opera che sfila di fronte a noi. Grazie al cielo sono radical, troppo radical, per trattenermi dal tirare l'Ing. dentro il primo angolo appartato per fare camporella. Oh, d'altra parte si parla di amore, baci, carezze, canzoni romantiche: questa mostra potrebbe essere più efficace di una qualsiasi campagna sul fertility day della Lorenzin.
DAVID e AMY ci spingono da una stanza all'altra: Marc Quinn rappresenta un amore lussureggiante e graffiante insieme: fiori coloratissimi attaccati alle pareti e, al centro di una grande sala, una statua che immortala un bacio fra due innamorati: lei senza un braccio, lui con gli arti superiori atrofizzati.
L'amore non conosce linee perfette.
Una Marilyn Monroe di Andy Warhol  lascia il posto alle opere scritte di Tracey Emin: "My forgotten heart", scritto con il neon, freddo e imperituro.
Se con le sculture di Francesco Vezzoli ci si diverte, Joana Vasconcelos un enorme cuore rosso fatto di posate di plastica si muove e canta sulle note e con la voce di Amalia Rodriguez, regina del fado.
Che ve lo dico a fare, anche in questo caso sono stata DISTRATTAMENTE fotografata.
Ovviamente, da regina dei social qual sono, l'istallazione che più mi ha colpita è quella di Yayoi Kusama e la sua "Infinity mirrored room, All the eternal love I have for the pumpkins".
Sì sì, avete capito bene: in questa istallazione ci sono specchi e zucche insieme. Cosa c'entri con il tema dell'amore una stanza piena di specchi insieme a delle zucche psichedeliche personalmente non lo so, probabilmente le zucche sono un feticcio della Kusama: lei le zucche, io le puntate di "Beautiful", ognuno ha il suo. Per certo, posso dire che l'installazione è davvero ben riuscita, e 20 secondi da trascorrere in solitaria nella infinity room sono più che sufficienti; credo che se fossi rimasta qualche secondo di più mi avreste trovato con mazzi di capelli in mano.
 Giusto per rendere l'idea.
La mostra ci è piaciuta? Moltissimo, anche perchè quei geniacci che lavorano al chiostro hanno reso la mostra decisamente social, permettendo di fotografare tutte le opere e creando anche un hastag ad hoc, #chiostrolove. Noi siamo malati di social, figurarsi se potevamo tirarci indietro.
è davvero l'evento culturale della stagione? Assolutamente sì, perchè è una mostra ambiziosa e sa soddisfare a pieno il suo pubblico. 
ANDATE ANDATE ANDATE!
perchè sarà una mostra di cui vi porterete dietro l'indelebile e psichedelico ricordo.
(per maggiori informazioni/orari/prezzi/altri artisti in mostra vi invito ad andare qui.)