mercoledì 28 settembre 2016

Quando sei raffreddato non puoi più nasconderti

Io ho un sistema immunitario abbastanza efficiente: non mi sento di definirlo una sorta di Alcatraz dei germi, che li imprigiona tutti senza evidenti segni di disagio esterni al corpo, ma si avvicina di più al Castello d'If del Conte di Montecristo, dove non c'è possibilità di evasione se non una volta su un milione. Il problema è che quella volta ogni morte di papa che ti ammali, è sempre il momento sbagliato, come ad esempio questa settimana.
 Dal momento che ho passato un'estate di nulla cosmico, in cui la massima attività fisica è stata passare dal letto al divano, con qualche sosta al tavolo per i pasti e alla toilette, a settembre ho deciso di partire non con 1, non con 2, ma bensì con 3 attività. Sono quindi evidentemente già prossima all'esaurimento, ed è forse per questo motivo che un microbo, novello Edmond Dantes, ha deciso di evadere dalla morsa del mio inquisitorio sistema immunitario ed infettarmi con un banalissimo raffreddore.
 Ammetto che ci ho messo del mio, uscendo un sabato sera a mezzanotte con un maglioncino così leggero che avrei fatto prima a girare nuda e probabilmente sarei stata più coperta, ma quel microbo sabato sera deve aver intercettato la mia stanchezza e immagino abbia voluto rimediare a modo suo, costringendomi a letto.
 E così, se lunedì avrei dovuto trascorrere il pomeriggio insieme a mia mamma, venuta dalla Calafrica appositamente per me, abbiamo passato il lunedì sera con coperta in pile e Pechino Express.  Se martedì sarei dovuta essere in ufficio dove sto ultimando le ultime ore di un tirocinio formativo, sono rimasta a casa ad analizzare gli andamenti della mia febbricola, più altalenante delle montagne russe.
 Oggi invece è mercoledì e avevo chiesto alla mia salute di venirci incontro, perchè è stata una giornata importante: il mio primo giorno di pratica legale, ovvero l'inizio dello sfruttamento per i prossimi 18 mesi. Niente da celebrare in pompa magna, ci mancherebbe, e devo dire che alla fine con la mia salute abbiamo trovato un compromesso.
Niente febbre stamattina.
Solo raffreddore.
Ora, immaginate me, giovane e intimorita, entrare in un biblioteca giuridica insieme ad altri 50 ragazzi più o meno della tua età, con i tuoi primi fascicoletti in mano. Vuoi fare una buona impressione, iniziare a dimostrare che sei una tosta, determinata, decisa, sicura di te, che te voj già magnà er monno, diventare una regina del foro, e invece il massimo che riesci a fare è tirare su col naso.
Per otto ore e mezzo.
Alternato a rumorosi soffiamenti di naso.
E a qualche fragoroso starnuto qua e là.
Sei tu, i tuoi fascicoletti, i tuoi orecchini di perle da brava ragazza, la camicina nera con il collo alla peter pan e un memorabile naso rosso.
Io non so che impressione ho dato ai miei colleghi, avranno sicuramente pensato che so na piattola, che c'è chi sta peggio al mondo, ma anche chi sta meglio, tipo tutti quelli che al momento non hanno il raffreddore.
Soprattutto, se c'è una persona che sta benissimo anche con il raffreddore è la tizia che fece la pubblicità del tachifludec un milione d'anni fa: ve la ricordate? La tizia che doveva uscire con l'amica, si trascina fino ad un bar sotto la pioggia, racconta tutti i sintomi all'amica che pare più un bollettino medico di morte imminente, e se tu, uomo comune, in questo caso anneghi la tua disperazione in una dormita profonda con relativa sbavazzata sul cuscino causa naso chiuso, lei invece, serafica e perfetta, chiede al barista "un po' d'acqua calda per favore".
Beve la pozione magica (che per inciso ha davvero un saporaccio).
Il tempo di una digestione rapida di un micro secondo e sta già benissimo.
No naso chiuso, no borse sotto gli occhi, no bocca impastata, saliva corrosiva che ti manda in fiamme la gola, dita sudate da febbre, capelli metà appiccicati in faccia, metà per aria.
No tachiflù, non ti userò mai più, perchè dopo averti preso la febbre mi è salita a più di 38.
Userò solo e soltanto il Vivin C, che mi ha conquistato sin da bambina grazie a questo spot.
(Solo ora ho capito che la musichetta cantava "Vinci vinci, con Vivin C". Io credevo solo ripetesse fino allo sfiato Vivin C. I traumi.)
https://www.youtube.com/watch?v=UsocStITYws

mercoledì 21 settembre 2016

DilloConUnLibro: “L’amante di Lady Chatterley” di David Herbert Lawrence

Dal momento che sono una grande amante dei classici della letteratura, ultimamente nella mia fame atavica di storie alterno ultime uscite con i classici mancanti alla mia collezione di letture, e grazie ad uno dei primi e proficui scambi su acciobooks sono riuscita a mettere le mani su una edizione d’antan de “L’amante di lady Chatterley”, ritornato in auge in questo periodo per ben due motivi: perché sono trascorsi ben 55 anni da quando il velo della censura è stato tolto dall’opera di Lawrence, permettendo così la stampa e messa in vendita del libro in Gran Bretagna, e perché ho visto l’ultima serie tv in ordine di tempo tratta dal libro, con un sempre aitante Richard Madden. Come mia consuetudine ho prima letto il libro, di cui non avevo maturato un ottimo giudizio, e dopo ho visto la serie tv, nella speranza che Richard compiesse il miracolo di farmelo piacere; e in effetti c’è riuscito, con la differenza però che la serie l’ho trovata terribile e lontana dal romanzo in modo scontato e crudele, mentre ho rivalutato il romanzo.

 Andiamo prima ai fatti: la giovane Constance sposa il nobile Clifford Chatterley dopo aver trascorso la sua giovinezza in giro per l’Europa. Non fanno in tempo a fondersi di felicità per le nozze compiute che il giovane Lord viene spedito sul fronte del primo conflitto mondiale, da cui tornerà sì vivo, ma paraplegico, rendendo la vita, sessuale e non, della curiosa e instabile Connie piatta e grigia. Nel bel mezzo del grigiore dell’Inghilterra più autentica compare l’aitante guardiacaccia della tenuta dei Chatterley, Oliver Mellors, che risveglierà le pulsioni sessuali e vitali di Connie.

 Cominciamo da una precisazione: avete presente quando leggete i commenti alla saga di “cinquanta sfumature” che lo apostrofano come un romanzo erotico ed hot? Ecco, di fronte all’opera di Lawrence la nostra E.L. James fa onestamente una bruttissima figura: non me la sono sentita di leggere tutta la saga, ho letto solo alcune pagine “piccanti”, e diciamo che il confronto con un romanzo scritto nel lontano 1925 fa sembrare cinquanta sfumature un libro per educande. L’amante di Lady Chatterley è un vero esempio di romanzo erotico, non risparmia nessun dettaglio sul piacere declinato al maschile e al femminile e le moderne traduzioni in italiano rendono vividamente il vocabolario scurrile e realistico usato da Lawrence (semmai vi dovesse capitare fra le mani la prima traduzione del romanzo risalente al 1945, troverete traduzioni molto fantasiose per on turbare la pubblica morale, come ad esempio il vero to fuck tradotto costantemente in italiano con il verbo baciare… proprio quello che voleva dire Lawrence insomma!).

 Personalmente non sono tanto gli aspetti erotici del romanzo ad avermi colpito, quanto altre tematiche davvero molto forti, su tutte la condizione sociale della classe operaia nei primi decenni del Novecento in Gran Bretagna, ma anche il complesso mondo femminile descritto.
 Ecco ad esempio un passo del libro:
” Il parco confinava con tre delle sue miniere. Era stato un uomo di vedute larghe e generose e praticamente aveva aperto il parco ai minatori. Non erano stati loro che lo avevano fatto ricco? Perciò, quando vedeva quei gruppi di uomini malandati aggirarsi intorno ai suoi stagni ornamentali- non nella parte privata del parco, no, lì aveva segnato un preciso confine- diceva “Forse i minatori non sono decorativi come i daini, ma rendono molto di più”.   
Ammetto che mi ha scioccato più questo passo che tutti i racconti sulle notti di passione fra Connie e il guardiacaccia. Certo, non mi aspettavo un romanzo alla morale cristiana del “siamo tutti fratelli, abbasso le schiavitù”, ma ad avermi colpito è il sentimento di Connie riguardo le differenze di classe, che lei respira e vive allo stesso modo. I suoi viaggi in giro per l’Europa l’hanno resa una donna emancipata fino ad un certo punto, purchè non si tratti di restringere i privilegi che la sua conformazione sociale si è guadagnata negli anni. Nonostante nutra un amore sincero per un uomo dalla estrazione sociale decisamente bassa, in tutto il romanzo il suo pensiero è uniforme alla sua classe sociale, ovvero la netta e abbietta inferiorità sociale di qualsiasi classe di lavoratori. Mentre in alcune parti del mondo si faceva strada la self made man philosophy, in altre parti del mondo si cercava ancora un legame divino fra un qualsiasi Dio e la corona.
 Innovativo resta comunque il ruolo della donna in questo romanzo: Connie è la classica esponente del Bovarismo, riesce a trasmetterci tutta la sua inquietudine fra la realtà cui appartiene e quella cui aspira. Porta la sua impossibile storia d’amore fino a raggiungere toni di forte lirismo bucolico, ed è proprio lei, donna, che se ne rende prima attrice. La donna che finge di essere oggetto di pulsioni, non solo sessuali, per condurre la storia esattamente dove vuole lei, se ne rende protagonista. Questo è il motivo per cui, nonostante il romanzo di per sé non mi è particolarmente piaciuto, porterò sempre con me qualcosa di Connie, piccola rivoluzionaria che riuscirà a mettere in prima linea il proprio piacere, espresso in tutte le sue forme, di fronte alle regole morali e sociali.
Connie è femminista senza esserne pienamente cosciente, proprio per questo deve piacere ad ognuna di noi.
Titolo: L’amante di Lady Chatterley
Autore: David Herbert Lawrence
Editore: Garzanti

Pagine: 377

martedì 13 settembre 2016

Molti mi dicono che ho occhi da orientale

Molti mi dicono che ho occhi da orientale.
Non ci ho mai pensato fino a quando non sono arrivata all'università e un mio amico mi fece notare questa cosa. In seguito, qualche mese dopo feci conoscenza di altre persone e una di loro mi disse: "Hai gli occhi di una principessa persiana." Qualche anno dopo, in Erasmus, in molti mi scambiavano per una indiana, ad oggi confermata come la somiglianza più accreditata. è inutile dirvi come questa cosa mi abbia fatto andare in fissa con i sari indiani e i film di Bollywood, passando anche per i tatuaggi all'hennè sulle mani.
 Mia nonna ha proprio la faccia da turca, mio zio, mia zia e mio padre hanno il viso turco. Quando ho detto questa cosa a mia nonna, lei mi ha ribattuto a più riprese "Noi siamo cattolici da generazioni", cosa che non metto in discussione ovviamente, ma non è certo colpa mia se i tratti moreschi ci sono. Tutte le mie sorelle hanno ovviamente ereditato i colori scuri, io invece, avvertita l'esigenza di differenziarmi dl resto della mia famiglia sin da quando avevo le sembianze di una morula, ho ereditato colori non propriamente tipici della gente del Sud: pelle e occhi chiari, capelli biondi alla nascita, scuritisi nel tempo. Una leggenda narra che la mia bisnonna materna fosse molto chiara. Che sia il frutto di ascendenze angioine? Non ci è dato sapere, per certo in Calabria si dice che le donne più belle vengano dai monti, dove la terra le ha generate dai capelli scuri e i lineamenti chiari e delicati, come la mia bisnonna.
 Naso decisamente mediterraneo, alta quanto basta per arrivare ai pedali della macchina, cosa che cerco di dissimulare portando quasi sempre scarpe alte, a differenza di mia sorella più piccola, alta come una colonna, come il mio nonno paterno, alto e dai capelli rossicci, un po' crucco, un po' irlandese.
 E se conosco gente alta quasi due metri, caratteristica tipica del nord Europa, il nostro dialetto è infarcito di parole greche, cui si aggiunge un substrato consistente di termini ed espressioni spagnolissime, un gusto artistico decisamente iberico, un senso della moda a tratti opulentemente barocco rococò, a tratti gitano, parole dialettali e italiane di origine araba, costruzioni sveve.
 Questa riflessione è servita in questi anni a me per comprendere che "la razza", se vogliamo freddamente chiamarla così, non è statica, ma si evolve e si connota di ciò che le sta intorno. Tutto fa Italia e italiano ormai, eppure quegli elementi che compongono la normalità delle nostre azioni sono ricche di esperienze altrui. E se alcuni elementi che inevitabilmente minano alla "purezza" italiana ormai fanno figo, come l'uso dello slang inglese o il sushi del lunedì, ho difficoltà a capire perchè altre possibili e non più future, ma presenti, esperienze di intercultura ci spaventino tanto. Cosa temiamo esattamente dell'altro? Cosa non ci rappresenta di più e unisce agli altri dell'appartenere tutti al genere umano?
Senza la scoperta delle Americhe non ci sarebbe stata la pizza Margherita co a pummalora 'ncoppa, senza il Celeste impero non avremmo imparato a filare la seta, veneriamo un Dio nato in Medio Oriente con un colore della pelle diverso dal nostro. Chissà se in tutti questi secoli abbiamo mai riflettuto sulle mescolanze di usi, costumi e pelli; tutto sommato il risultato finale non è stato così male.
Perchè dovrebbe esserlo in futuro?

venerdì 2 settembre 2016

DilloConUnLibro: "Minchia di re" di Giacomo Pilati

Come vi avevo già annunciato nel post di lunedì, oggi, primo venerdì del mese di settembre vi avrei consigliato un libro da leggere nel caso foste ancora sotto l'ombrellone, foste a casa ma ancora in ferie, a lavoro ma avete voglia di leggere un romanzo che ha un incredibile profumo di mare. Mi ero ripromessa ce avrei fatto uscire la recensione entro l'ora di pranzo, poi è successo che mi sono chiusa su una serie tv e mi sento come in una nota canzone di Lucio Battisti ("Che anno èèèèè, ce giorno èèèèèè" per intenderci).
 Nel post di oggi parlo di un libro che desideravo leggere da tempo, che difficilmente ho trovato in giro di cui sono riuscita finalmente a venire in possesso tramite uno scambio fortunatissimo su acciobooks. "Minchia di re"viene pubblicato nel 2003, riceve il plauso di Andrea Camilleri, che quando si trova fra le mani un libro ben scritto e ambientato in Sicilia si infiamma come pochi, diventa film nel 2009 con un titolo quasi più romantico, ovvero "Viola di mare",  con un cast fantastico che vanta nomi come Isabella Aragonese e Valeria Solarino, Ennio Fantastichini e Maria Grazie Cucinotta.
 Siamo sull'isola di Favignana, dopo lo sbarco dei Mille: Pina e Sara sono due bambine nate e cresciute sull'isola e con gli anni si innamorano. La storia viene raccontata dal punto di vista di Pina, che vive con un padre-padrone, una madre succube delle angherie del marito, la zia materna, che vive in casa da suora, con il velo e tutto il resto. Pina farà di tutto per amare la sua Sara, fino a prendere una decisione estrema; passare da Pina a Pino, fingersi uomo con il beneplacito degli abitanti dell'isola, dal Barone all'ultimo dei contadini. Si presta ad uno stravolgimento epocale della sua vita, a prendere in giro se stessa e gli altri, e questo solo per l'amore di Sara.
Tratto da una storia vera, questo romanzo racconta l'omosessualità femminile con parole crude e delicate insieme, non si risparmia nulla, eppure non risulta mai eccessivo, non è volgare, si legge bene anche se fa male, anche se il dolore di Pina per il dover essere altro da sè è palpabile e lo senti tutto tuo. è un romanzo che non ha affatto deluso le aspettative, che mi ha molto entusiasmato, che mi ha rapito dalle prime battute. I punti di debolezza per me sono due: avrei voluto vedere di più Sara: poichè la storia viene raccontata da Pina, di Sara perdiamo le tracce, la ritroviamo, la sua descrizione fisica è minuziosa e fatta di metafore, eppure di lei avremmo voluto sapere di più, avremmo voluto vedere le reazioni della sua famiglia, le sue difficoltà, il suo dolore. Secondo aspetto negativo è il finale, un po' forzato e quasi favolistico a tratti, ma perdonabile grazie alle pagine finali, la chiusura giusta per questa storia difficile.
 Questo è un romanzo che farei leggere nelle scuole, perchè se vogliamo superare l'omofobia, vogliamo andare finalmente oltre le parole offensive, vogliamo costruire una società che riesca ad abbattere le diversità, le storie possono venirci incontro e darci una mano. E poi fa bene anche a noi adulti, perchè i valori che ci formano sono una nostra personale conquista che va alimentata continuamente. E poi è un romanzo ben scritto, che ti fa sentire addosso la salsedine del mare, la sabbia sotto i piedi, il sale di mare negli occhi.
è un romanzo speciale, non perdetevelo.
Titolo: Minchia di re
Autore: Giacomo Pilati
Editore: Mursia editore
Pagine: 182
Prezzo: 13 €