mercoledì 20 luglio 2016

DilloConUnLibro: la saga de "l'amica geniale" di Elena Ferrante

Io quando leggo sono snob, molto snob (perchè invece sul resto... vabbè, altre storie). Quindi, quando è esploso il caso "Elena Ferrante", per molto tempo ho arricciato il naso, questo perchè, e lo dico senza vergogna, io dei giudizi di massa non mi fido affatto, anzi li rifuggo
 Poi, è successo che dovevo fare un regalo di laurea ad una "amica geniale", di nome Elena, come una delle due protagoniste. Non mi faccio incartare il libro poichè dovevo scrivere la dedica sopra, e insomma questa storia finisce con me che dopo mezz'ora avevo letto le prime cinquanta pagine, di un libro che non era mio, ma che anzi dovevo regalare. Ad un certo punto, per vergogna, confeziono tutto, la mia amica (geniale) si laurea, io me ne dimentico e continuo la mia vita. A marzo, una mattina di scazzo, entro in una libreria e lo compro, senza neppure vedere pagine, prezzo, copertina, nulla. Ho letto tutta la tetralogia (contando i giorni tecnici di lettura) in meno di un mese, per un totale di più di mille pagine, e ancora adesso, dopo quasi un mesetto dall'ultima pagina, sono assalita dal dolore della lettrice, che non vuole lasciare andare un libro che ama.
In quattro libri, la nostra scrittrice misteriosa (Elena Ferrante è uno pseudonimo, qualcuno addirittura dubita che ci sia una donna dietro la saga) ci racconta di questa amicizia senza tempo fra Lila e Lenuccia, nate nella Napoli del dopoguerra, che affronteranno insieme tutte le fasi della storia e delle loro storie cercandosi, allontanandosi, ferendosi, riavvicinandosi, sparendo per sempre. E non ci sono solo loro; le loro storie e vicende si intrecciano con le storie e le vicende di quanti il Rione (con la lettera maiuscola, poichè è il vero e proprio protagonista della tetralogia) lo vivono.
I temi che questa storia lunga, letteralmente, una vita tocca sono davvero molteplici, primo fra tutti l'importanza dell'istruzione: Lenuccia non si ferma alla quinta elementare come Lila, prosegue gli studi, addirittura si laurea ("ma la laurea cos'è? A cosa serve?" si chiedono in molti nel Rione), e fra le due amiche si crea così la più profonda spaccatura all'interno della loro amicizia. Lila è una bambina troppo intelligente, eppure si ferma alla licenza elementare, e proietta su Lenuccia tutte le aspettative che lei, sin da piccola, aveva visto nella scuola. L'istruzione, la conoscenza, la scuola; questo è ciò che salva dalla povertà, più dei soldi, dei mobili nuovissimi e degli appartamenti vista Vomero. Ma allora chi delle due è l'amica geniale? Lila dalla intelligenza irrefrenabile, o Lenuccia, che diventa scrittrice di fama mondiale?
Ci sono poi le figure maschili; nessuna di loro fa una bella figura, nessuno ne esce bene, sono tutti frantumi di anime, bestie arrabbiate, spiriti incompleti, menti mai troppo geniali (l'uso di questo aggettivo è fondamentale). Le donne, tutte le donne di questa storia, sono leoni: lottano nella disperazione della povertà, vogliono emergere, cercano di emergere dalla sporcizia in cui sono nate, in cui i loro uomini, padri, fratelli, provano a ricacciarle a suon di botte, minacce, lavoro sfiancante, camorra. Non esistono principi che salvano, sono tutte guerriere che lottano per la loro piccola e personale emancipazione.
Una analisi a parte merita la visione della storia da parte della nostra autrice (perchè sì, per me non c'è dubbio; questa storia non può che essere stata scritta da una donna); a dirci che il tempo passa, che cambiano i tempi, le mode, le generazioni, sono i fatti storici che fanno da sfondo alla storia: il "sogno" del partito comunista visto dagli occhi del proletariato, il colera a Napoli, il femminismo, il terremoto in Irpinia, gli anni di piombo, Tangentopoli; sono proprio questi eventi campali nella storia del nostro Paese a indicarci il passare degli anni, perchè le parole di Lenuccia, voce narrante della nostra storia, raccontano le vicende quasi come se il tempo non passasse, come se stessimo assistendo ad un lunghissimo piano sequenza che "non permette" ai protagonisti di crescere o invecchiare agli occhi immaginari del lettore.
Elena Ferrante è davvero una grande scrittrice? Ebbene sì, e non è necessario citare le grandi riviste internazionali per capirlo, basta leggere il romanzo per capire che ci troviamo di fronte ad uno straordinario spirito letterario. è una saga che vale la pena di leggere? Assolutamente sì, anche se il finale mi ha lasciato la bocca amara, non tanto per il finale in sè e per sè, ma perchè credo che ci fosse una difficoltà di fondo tangibile nel saper trovare la parola "fine" a questa storia.
Infine, voglio "sprecare" qualche parola ai "grandi" giornalisti e lettori che, con voracità e morbosità, vanno alla ricerca del vero volto che si nasconde dietro il nome di Elena Ferrante; è triste pensare che avete bisogno di un gossip per leggere qualcosa di ben scritto. Avete bisogno di smontare la vita di chi scrive in notizione, titoloni di giornale, macchine fotografiche pronte a scattare senza ritegno, leggere queste pagine solo per sapere se si nasconde la vita di chi scrive lì dentro, per giudicarla, per salire su un piedistallo e bacchettare. Perchè non vi basta una storia ben scritta, così vivida da palesarsi davanti ai vostri occhi, di sentire per davvero le scosse del terremoto irpino sulle braccia. Avete bisogno di giudicare il personaggio, non i personaggi (inventati), dovete smontarlo, farlo sentire niente anche se è stato capace di scrivere qualcosa di magico. Per voi l'invito è solo uno: poggiate i libri di Elena Ferrante sulla mensola della libreria, non sprecate soldi, perchè non siete capaci di apprezzare un libro ben scritto. Omero è riuscito a rendere immortali le sue opere anche se non conosciamo il suo volto, su Shakespeare ancora vi sono dubbi sulla sua vera identità, eppure i libri di Elena Ferrante hanno bisogno necessariamente del volto di chi li ha scritti. Lasciate perdere, la letteratura non fa per voi.
Titolo: L'amica geniale (primo di quattro volumi)
Autore: Elena Ferrante
Casa editrice: E/O

giovedì 14 luglio 2016

Grazie a tutti

Ebbene sì, alla fine la laurea è arrivata anche per me. Ancora non ci credo sapete? Qualcuno mi chiama "dottoressa" e non ho ancora la lucidità per realizzare che non si tratta di un appellativo qualsiasi, ma di un titolo conquistato e sudato. Le persone da ringraziare per essermi state così vicine in questi anni sono tantissime.
  Ho una lunga lista di amici da ringraziare, di tutti i tipi.
 Ringrazio En. e An., li ringrazio per primi perché hanno una certa età e vogliono sentirsi importanti. In verità li ringrazio per primi perché, nelle nostre chiacchierate quasi sempre in notturna forse più di altri hanno assistito a quel passaggio impercettibile e concreto che mi ha portato dalla ragazzina che ero a vivere la vita da giovane donna. E anche se non lo ammetteranno mai lo so che leggono qualcosa di bello in me, me lo dice la delicatezza dei loro sguardi.
 Ringrazio tutti gli amici e colleghi che ho avuto modo di conoscere da quando ho iniziato l’università. Non so come si faccia a stare dietro le mie crisi isteriche e la mia calma agitata da “minuto prima dell’esame”, forse vi siete prefissi il compito segreto di salvarmi da me stessa: qualunque sia la motivazione, grazie per avermi salvata da un esaurimento certo se mi fossi trovata da sola ogni volta. Porto con me tutte le persone fantastiche che ho incontrato e che mi salutano con abbracci calorosi ogni volta che rivedo, nessuno escluso. Alla Spicchy ed Ele che mi hanno accudita durante i deliri notturni da sessione in quel di via Saredo 74 a Jess e Aury per il semplice fatto che siete voi, splendide e magnifiche, con un cuore grande grande e dei sorrisi ancora più grandi.
Un agradecimiento especial quiero hacerlo a mi familia espanola; Cami, Vero, Fede, Gianlu y Roby. Os hemos encontrado en un momento particular de nuestra vida y nunca olvidaré el año de vida que hemos pasados juntos. Quando lleguè en Valencia yo queria dejar los estudios sin graduarme por qué estabo convecida que no podia llegar en el final, porqué no tenia mas la fuerza de lograr para todo eso. Ahora estoy aquì y en mi camino està un trozito de vosotros.
 C’è uno spazio del mio cuore che lascio a Giò, Zia Vevi e Vallè perché ho passato quasi metà di questa vita piccolina in compagnia delle vostre risate, dei vostri consigli, delle pizze serali e dei discorsi da ragazzini che si sono evoluti in parole adulte. Deve esserci qualcosa di speciale che ci lega ancora e più di prima, forse il fatto che ci siamo persi e poi ci siamo ritrovati sempre per scelta, perché con voi ho passato i giorni più belli di sempre.
Menzione speciale per L., il mio testimone di laurea. Siamo come uno di quegli abbinamenti in cucina che a prima vista sembrano azzardati, ma poi si rivelano riusciti. Non è vero che l’unica cosa che abbiamo in comune è il corso di laurea, nel nostro rapporto c’è molto di più; cantanti condivisi e scoperti, giri in macchina, cene in comune, Carlo Verdone, Antonello Venditti, sapori del sud, bottoni rammendati, il cupolone di Don Bosco, ma soprattutto tante parole. Anche se vaghiamo in giro per l’Europa come le palline dei Flipper, ogni volta che ci vediamo è una festa bellissima.
A tutti gli insegnati che ho incontrato nella mia vita; se sono innamorata dello studio è merito vostro. Fra i banchi di scuola ho scoperto le mie passioni, ho dato sfogo ai miei talenti, mi sono sentita compresa. Su tutti ringrazio il “triumvirato delle meraviglie” del ginnasio, Sacco-Cipriani-Filomia, tutte e tre donne, tutte bellissime.
  Tutto quello che so, ho visto, ho imparato, ho amato o odiato mi riporta alle mie sorelle, perché non c’è mai stato un capitolo della mia vita che non vi ha viste protagoniste. Quello che mamma e papà sono riusciti a creare con noi non ha valore, non si può spiegare in nessun modo. Siamo diverse e indispensabili l’una per l’altra in modo difforme, come i punti cardinali: c’è il Nord che segna il cammino da seguire, il Sud che gonfia l’aria di profumi e calore, l’Est che toglie il fiato con albe incantate e l’Ovest che segna il tempo e regala tramonti. C’è tutto questo in noi e voi tutto questo siete per me; ogni cosa, l’inizio e la fine del tempo.
  Ringrazio mamma e papà. Vorrei trovare parole magnifiche per voi, un semplice “grazie” sembra qualcosa di misero in confronto a tutto quello che fate e continuate a fare per me. Avete messo in moto una giostra bellissima, un gioco straordinario in cui si alternano dispiaceri e conquiste, gioie e fatiche e ad ogni nuovo giro, ad ogni nuova corsa siete sempre qui, pronti a travolgermi in uno dei vostri abbracci. Di quello che è successo in questi anni, che sta succedendo oggi, molto, forse tutto, lo devo a mamma, la voce della mia coscienza, delle paure che non dico a me stessa, delle gioie sottili. Spero di averti reso orgoglioso di me papà, spero che questo orgoglio non finisca mai, spero che tu possa vedere qualcosa di me in te, e che tu possa vedere nel mio carattere e nei miei gesti tutti quei pezzi di famiglia che sono venuti al mondo prima di me. Voi due e la grande famiglia che mi avete costruito attorno mi fa sentire parte di un tutto. Di noi quattro io sono stata etichettata da sempre come il miscuglio delle vostre famiglie. È un’eredità molto pesante, ma l’accetto volentieri, perché spero di riuscirne a prendere di volta in volta il meglio.
  A tutta la mia famiglia, agli zii che mi tenevano per mano mentre imparavo a camminare, a chi mi ha insegnato a leggere prima del tempo, ai cugini che mi hanno fatto passare estati piene di gioco, ai pranzi della domenica delle nonne, a chi è venuto a Roma per la prima volta per me; grazie! Spero di riuscire a dimostrarvi ogni giorno che passa quanto siete importanti per me.
Carlo, Adele, Marco e Piero: chiamarvi solo zii è riduttivo, ci siamo trovati a crescere insieme e avete reso la mia infanzia spensierata. Le vostre mogli, i mariti e le compagne hanno fatto per me più di quello che si fa per una nipote. Intorno ai tavoli con le torte di compleanno e le candeline che crescono di numero cercherò sempre i vostri visi.
 “L’ultima riga delle favole” invece è solo per te, luce del mio sguardo, colore dei miei sorrisi, anima dei miei gesti. Tutte queste perifrasi e mille altre le uso nella mia testa quando voglio pensare a te, poetici (forse) giochi di parole che compongo per dirti che ti amo. Ringrazio quella felicità venuta da lontano che ti ha portato fino a me, che mi è rimasta dentro e non è uscita più. Scegliere un ricordo per ringraziarti non è semplice, ma non dimenticherò mai un pomeriggio forse più buio degli altri in cui non sapevo cosa fare e tu, prima di sederti accanto a me, hai sistemato con cura tutto ciò che avevi nelle tasche sul tavolo. In quel momento ho pensato:” è arrivato di nuovo l’unico vento capace di mettere ordine nella mia vita.”.

Ti amo Angelo, come tutti i fiori del creato amano la primavera. 

domenica 3 luglio 2016

DilloConUnLibro: “Due di due” di Andrea de Carlo

Parto facendo una confessione: questo è stato il primo libro di De Carlo che ho letto, e mi sono avvicinata a questo libro con pregiudizio, perché non sopporto l’autore, o meglio, ho letteralmente odiato il personaggio che si è cucito addosso in quel programma terribile quale fu “masterpierce”, il primo presunto talent letterario della storia della tv (se nessuno ci aveva mai pensato prima un motivo ci sarà dico io…), in cui De Carlo ha voluto interpretare il Joe Bastianich della situazione lanciando manoscritti per aria e facendo l’arrogante. Tutto ciò senza essere Bastianich, il che risultava abbastanza ridicolo. Ammetto, con un pizzico di vergogna, che quel pregiudizio non mi ha abbandonato per tutta la lettura del libro, che mi è davvero pesato, forse perché la lettura che do io a quel periodo storico delle rivolte studentesche è molto più critica rispetto a chi la vissuta, senza girarci intorno non nutro molta stima nei confronti dei presunti sessantottini. Questo insieme di cose mi ha portato ad avere un giudizio negativo sul libro, questo perché i due protagonisti rappresentano quel tipo di persone che nella vita reale rifuggo come la peste: Guido, presunto genio incompreso che non riesce a trovare un posto nel mondo, e Mario, ragazzo timido che vive all’ombra delle gesta di Guido. Il romanzo racconta dell’amicizia fra questi due giovani ragazzi e li accompagnerà per circa vent’anni della loro vita, affrontando la fase della maturità, le scelte compiute, le loro personali risposte alla vita. Studiando un po’ il romanzo e la vita dello scrittore mi sembra di capire che molto della vita di De Carlo è confluita nella storia di Guido, nei suoi viaggi frenetici intorno al mondo,  la vita a Milano, le esperienze da scrittore, al che molti hanno chiesto a De Carlo quanto ci sia di Guido in lui. Io spero ci sia poco in verità; credo che, nonostante l’irrequietezza naturale che accompagna un po’ tutti, il desiderio di saper trovare un proprio posto nel mondo lo abbiamo tutti, e Guido rifugge da sempre qualsiasi legame con ogni tipo di realtà stabile, non solo con il mondo materiale, ma anche con quello immateriale dei sentimenti. Nessuno, nemmeno Mario, ha il coraggio di dire che Guido è autolesionista, e che spesso spinge in questo mondo di ferite interiori anche chi gli sta intorno. Lo fa con tutti i personaggi che vengono in contatto con lui, ed ho cominciato ad apprezzare il personaggio di ario solo nel momento in cui comincia ad affrancarsi faticosamente dalla figura di Guido. Non mi ha lasciato molto questo libro, anche se per certo posso dire che può vantare un tipo di scrittura abbastanza efficace, perché il disgusto per il mondo che Guido prova passa apertamente dalle parole dello scrittore, riesce a portare il lettore nel mondo tradito della generazione di Guido e Mario. Ho sorriso di fronte i racconti della Milano industriale degli anni ’70, perché mi hanno ricordato i racconti di mia madre e del suo faticoso periodo di vita lì, quando io ero troppo piccola per incamerare ricordi. Questi racconti mi permettono di dire che, a distanza di più di vent’anni alcune città, Milano in primis, hanno perso quell’atteggiamento impersonale che negli anni scorsi le etichettavano come città-dormitorio, per le quali non si provava affetto. Forse in parte si sta compiendo il sogno della generazione di Guido di rendere le città più a portata d’uomo.

Titolo: Due di due
Autore: Andrea De Carlo
Editore: Bompiani
Pagine:389

Prezzo: 11 €