venerdì 29 aprile 2016

DilloConUnLibro: “Kitchen” di Banana Yoshimoto

Quando mi sono iscritta ad Acciobooks, il portale di scambio libri, ho fatto una sorta di wishlist mentale dei libri e degli autori che ero intenzionata a cercare, fra tutti avevo voglia di leggere qualche romanzo della letteratura giapponese, non avendo mai letto nulla ed essendo molto curiosa. Con un po’ di fortuna è arrivato fra le mie mani “Kitchen”, il primo romanzo di Banana Yoshimoto.
Sono stata doppiamente fortunata, perché l’edizione che ho ricevuto è del 1994 (ha il prezzo ancora in lire!) e contiene una postfazione del traduttore Giorgio Amitrano che mi ha aiutato ad inquadrare il romanzo e l’opera della Yoshimoto in un panorama culturale e letterario che io ignoravo.

Il libro si compone di due storie: la prima è la storia di due giovani, Mikage e Yuichi, mentre le ultime quaranta pagine sono occupate dal racconto “Moonlight Shadow”, prima prova letteraria della scrittrice nonché sua tesi di laurea presso la facoltà degli studi umanistici dell’Università del Giappone.
Dopo diversi giorni dalla fine della lettura non sono ancora riuscita a trovare un aggettivo per definire il mondo della Yoshimoto: forse strano, ma non rende bene l’idea. La scrittrice descrive il mondo giovanile, e lo fa con uno stile, parlando della sola edizione tradotta in italiano chiaramente, schietto, liscio, surreale. Sembra di trovarsi di fronte ad un manga: anche se non ci sono le immagini queste si ricompongono davanti agli occhi del lettore con tanto di fumetti. Le due storie ovviamente ruotano intorno ad una cucina e alla cucina: il cibo in questo caso ha un ruolo: riempie la solitudine. Sì, perché il fil rouge di tutto il libro è il ruolo che il cibo ha nelle vite di questi adolescenti: sazia, ma non solo fisicamente, sazia dai vuoti che Mikage, Yuichi, Satusuki vivono. Non ci sono famiglie convenzionali, la famiglia per la Yoshimoto è un mondo ad incastro, che si compone, si inventa, si spezza e si ricrea. Mikage si ritrova improvvisamente senza una famiglia, ed elegge come tale Yuichi e sua madre Eriko, ma Eriko a sua volta è insieme madre e padre, perché Eriko ha subito un intervento per cambiare sesso da uomo a donna.
A parte la voglia di visitare il Giappone e il desiderio di avere i capelli di seta delle sue meravigliose abitanti, ho apprezzato molto il lavoro di traduzione: ovviamente non conosco il giapponese, ma ho trovato il linguaggio efficace ed aderente alla poetica della scrittrice (sì, ho studiato prima di scrivere questa recensione!). Mi ha colpito soprattutto un aggettivo molto ricorrente: azzurro. Il cielo è azzurro, l’alba azzurrina, il freddo azzurro e tagliente.
È un libro che lascia qualcosa, una sensazione a fior di pelle, un pensiero delicato, scava nelle piccole solitudini che convivono con noi. È il racconto di una cultura lontana negli usi, ma accomunata dallo stesso senso di inquietudine e di vuoto.
Banana Yoshimoto è portabandiera eccellente della letteratura giapponese moderna, un delizioso frutto di una stagione letteraria nuova non solo nel panorama nipponico, ma nel panorama internazionale.

Titolo: Kitchen
Autore: Banana Yoshimoto
Editore: Feltrinelli
Pagine: 150

Prezzo: 11,05

martedì 26 aprile 2016

Il commento dei commenti: Game of thrones 6x01

ARIECCHICE QUAAAAA!
"winter is coming" per davvero questo week end: non solo anche qui in Calafrica le temperature sono scese di 10 gradi, ma è anche iniziata una nuova stagione di Game of thrones!
Quest'anno ho deciso di non fare la pigra come l'anno scorso, che ho narrato le gesta del continente orientale e occidentale solo per le ultime due puntate: vi accompagnerò per l'intera stagione, perchè mi è sembrato di capire che quei due post hanno avuto un discreto successo: sarà stato per l'altarino di jon snow che avevo preparato l'anno scorso, o forse cercavate la ricetta dell'abbacchio e siete accidentalmente finiti qui,ancora non è chiaro. Per rinfrescarvi la memoria e vedere dove eravamo rimasti vi rimando qui, dove trovate il commento all'ultima puntata della scorsa stagione.
cominciamo, che qui chi si ferma è perduto!
l'episodio inizia esattamente dove ci eravamo sanguinosamente lasciati, ovvero alla Barriera del Brennero, dove Giòsnò è diventato uguale e preciso all'omino portacoltelli voodoo.
siccome l'omino portacoltielli è un regalo figo e trash allo stesso tempo, decidono di piazzare Giò sul desco del cavaliere delle cipolle, che ci sta bene e ci sta la luce giusta per caricare le foto su instagram. Melisandre è ancora scossa dalla settimana de mmè che ha appena trascorso, e vedere Giò con le sembianze di un puntaspilli è l'ennesimo shock. Si ritira nei suoi appartamenti, in attesa di poter pagare la bolletta della luce per cui era scappata di gran fretta dal villaggio vacanze di Stannis. Mentre il cavaliere delle cipolle resta chiuso nella sua stanza insieme ad un gruppo di fedelissimi e fidati spadaccini di cui il migliore è cieco da un occhio, il consiglio dei ministri della barriera del Brennero è più litigioso del parlamento italiano: Thorne Salvini è convinto della bontà delle sue azioni: se GiòSnò è diventato un portastuzzicadenti è colpa sua: non doveva far entrare gli eeeemeeegrati/bruteee oltre la Barriera: RUUUUUUUSPA! 

In quel di Grande Piemonte invece i problemi sono altri: Myranda non è stata molto brava a giocare a tuttigggiùperterra insieme a Sansa e Theon perchè non ha usato il casco e si è spaccata la capoccia: Ramsey cerca di fare un elogio funebre dicendo che puzzava e puzzerà sempre di cani, ma il suo spirito di patata nulla può di fronte a quello che (non) gli è rimasto: senza moglie, senza amante, senza erede, probabilmente senza Grande Piemonte. Chiama anche lui la Sciarelli per cercare Sansa, la quale sta attraversando tutte le Alpi Giulie a piedi per arrivare alla barriera del Brennero. Viene trovata però non dalla troupe televisiva di "Chi l'ha visto?", ma da quella di "Barbarella D'urso, che la incalzano chiedendole una intervista esclusiva, alla faccia di Bruno Bolton Vespa che aveva fatto pure il plastico per trovarla. Sansa però non vuole assolutamente, perchè non si è portata dietro il vestito che aveva alla premiere della sesta stagione di GOT e non vuole prendere male in diretta. Barbarella cerca di convincerla in tutti i modi, ma ad una certa arriva Brienne che urla: "Sansa non farà MAI una intervista nello stesso studio dove si sono accomodati Malgioglio e Lory Del Santo! MAI!" e spacca i cavalletti in testa alla troupe. Depone un phon ai piedi di Sansa e le promette che non la farà mai andare in giro con quelle ridicole trecce che aveva alla premiere.   
        
E lei di buon grado accetta.

Nel mentre a Rome's landing, Cercei sente per strada "donne; è arrivato L'ARROTINO!", si precipita fuori di casa e trova Jaime di ritorno da CalabriaDorne; tutto molto bello fino a quando non si accorge che sua figlia Myrcella sta tornando a casa con i piedi d'avanti. La maga glielo aveva detto: i membri della sua famiglia sono allergici alla cipolla di Tropea, e mandare la bambina proprio in vacanza lì non è stato un colpo di genio.
E se Margaery si prende le peggio mazzate da Suor Hodor perchè non vuole ammettere che Gubbio è meglio di Rome's Landing, a CalabriaDorne viene scritta una brutta pagina di cucina locale : il principe Doran viene ucciso con una soppressata conficcata nel petto, mentre l'erede Trystane si trova un capocollo infilzato al posto del naso. Prendono potere Ellaria e le sue amiche, che dichiarano la dittatura vegan nel regno.

Attraversando il mare stretto (di Messina), troviamo jorah e DaaaaAaAaAAAArio alla ricerca di Danaerys e Tyrion alle prese con il governo del Fantabosco ora che principessa Danaerys Odessa non c'è. Danaerys infatti si è persa nel Fantabosco, e per ritornare indietro ha preso la rotta balcanica, e infatti è finita fra i rifugiati, però la sua condizione di bambina albina non è vista di buon occhio: arrivata al campo profughi le dicono che la sistemeranno in una casa di riposo per vedove allegre, perchè il colore dei capelli distrae dalla vera età anagrafica della Khaleesi. E lei non ha la carta d'identità per dimostrare che in realtà ha 18 anni.
da Brav(o)oh(s) nessuna nuova: Arya è finita a fare la mendicante e viene corcata di botte perchè una simpatizzante casapound crede sia una rom.

L'episodio si conclude lìdove abbiamo iniziato, alla barriera del Brennero: Melisandre continua ad aspettare che riapra il tabbacchino per pagare quella famosa bolletta della Luce, ma come si dice?; il tempo vol quando ci si diverte. E infatti subisce una digievoluzione da Megara
 
a parca.

e tutto questo perchè aveva comprato un mega ciarpanazzo dal cinese sotto casa che le ha fatto irritazione alla pelle.

Il primo episodio è andato, aspettiamo lunedì prossimo per sapere cosa accadrà. E ricordate: la notte è buia e piena di spoilers.

domenica 24 aprile 2016

Mostre a Roma: the art of the brick

Ponte lungo sulla penisola questo fine settimana: mi dicono che su mezza Italia la primavera farà un passo indietro per lasciare il posto a pioggia, vento e grandine e, da qualche parte, una spruzzata di neve. che previsioni avete per questi giorni di relax?
Ho una idea last minute per chi si trova nei dintorni di Roma e teme piogge e catinelle che possono rovinare eventuali scampagnate: fino a domani, 25 aprile, al SET- Spazio Eventi Tirso di via Tirso 14 potrete ammirare la mostra "the art of the brick", che io e Duci siamo andati a vedere per voi.
Se da piccoli eravate dei veri appassionati del mattoncino più famoso del mondo l'esposizione dell'artista Nathan Sawaya fa al caso vostro; questo artista statunitense esprime tutta la sua creatività con l'impiego di soli mattoncini Lego.
come ha detto lo stesso Sawaya "i sogni si realizzano... un mattoncino alla volta!": Nathan è sempre stato un bimbo vivace e creativo che, una volta diventato adulto aveva messo da parte il suo spirito da artista per concentrarsi sulla sua carriera da avvocato a New York: nel 2000 abbandona la sua carriera per aprire un atelier in cui passa le giornate seduto a terra a creare opere d'arte con i Lego.
La mostra si apre con una sala in vi si trovano alcune opere che raffigurano oggetti quotidiani: una mela, una matita, un uomo seduto: tutto questo serve a far capire al visitatore che l'occhio di un artista, a prescindere dai materiali usati, usa sempre come punto di riferimento la realtà, da cui poi prende lo slancio per esprimere quello che ha dentro.
Le sale successive sono di transizione: i Lego a servizio dell'arte: le opere d'arte più famose delle varie epoche vengono raffigurate, quando possibile, in grandezza naturale, e assumono forme bidimensionali o tridimensionali a seconda che si tratti di un quadro o di una scultura: si può ammirare così "il pensatore" di Rodin, "il bacio" di Klimt, la "notte stellata", la Gioconda, il David di Michelangelo, la Sfinge e molte altre opere.
dopo una sala dedicata alla ritrattistica si arriva nelle sale in cui è possibile vedere l'estro creativo di Sawaya, il suo spirito di artista in una serie di opere che descrivono l'essere umano e il complesso panorama delle sue emozioni.
un enorme dinosauro lungo 6 metri ci accompagna verso l'ultima sala, dove su lunghi tavoli si trovano migliaia di mattoncini Lego con cui giocare e sbizzarrirsi.
avete meno di 24 ore per correre a vedere una mostra che merita, unica nel suo genere che ha fatto impazzire tutte le città che ha toccato fino ad ora (a Roma la mostra è stata prolungata di oltre un mese vista l'eccezionale affluenza registrata). Nel complesso la mostra si rivela coinvolgente, perchè ogni opera d'arte è accompagnata dalle parole di Sawaya, che ci racconta le peripezie che ogni opera ha visto prima di venire alla luce, una sorta di diario emotivo dell'artista che ci permette di ricollegare tutte le fasi creative che portano dalla genesi dell'opera fino al lavoro finito.
è una occasione per riscoprire l'arte e ritornare bambini: cosa state aspettando? siete ancora qui?

giovedì 21 aprile 2016

DilloConUnLibro: “Il traduttore del silenzio” di Daoud Hari

Un libro di poco più di 200 pagine che ho letto a fatica, la cui forza evocativa mi ha schiacciato contro la sedia ad ogni pagina, ad ogni parola.
 Daoud Hari nasce in Darfur, regione del Sudan in cui si sta perpetrando da dieci anni ormai un vero e proprio genocidio ai danni della maggioranza della popolazione non araba presente nella regione, comportando un esodo di massa verso il Ciad, stato confinante con il Sudan dove oggi sono dislocati numerosissimi campi profughi. Daud fa parte di quella parte della popolazione che sta vedendo le sue tribù decimarsi e della sua famiglia è stato l’unico che ha ricevuto un dono: quello di poter studiare. È proprio grazie allo studio e alla conoscenza della lingua inglese che Daoud ha fatto da interprete e da guida ai numerosi giornalisti e reporter che negli anni hanno deciso di documentare al resto del mondo la distruzione sistematica di un popolo intero che sta avvenendo in una zona della terra dimenticata agli occhi degli occidentali, i quali hanno prima giocato a Risiko con la regione del Darfur per poi abbandonarlo a se stesso. Nel corso di uno dei suoi tour Daoud è stato catturato, torturato e imprigionato. In seguito è stato liberato ed accolto negli USA come rifugiato. La sua famiglia è stata costretta a fuggire dal suo villaggio, il padre e il fratello maggiore sono morti durante l’esodo dalle loro terre, membri della sua famiglia dispersi: spinto dalla disperazione e dalle scene terribili che ha visto durante la sua vita rocambolesca Daoud ha deciso di dare voce a chi non ce l’ha, a tutta la sua gente, spesso a rischio della propria vita. Ovviamente non stiamo parlando di uno scrittore, questa storia raccolta in questo libro è una testimonianza cruda, violenta, necessaria per scuotere le nostre menti intorpidite. Non posso quindi commentare nulla a livello stilistico o narrativo, perché sarebbe stupido. La necessità di scrivere comunque questa recensione nasce più da un sentimento che provo: ritrovare il senso di sgomento e orrore che molto spesso rimane nascosto ai nostri occhi e ai nostri pensieri, presi come siamo dalle nostre vite. Abbiamo perso il senso dello scandalo, non riusciamo più a scandalizzarci di fronte a quelle torture che molti uomini subiscono ai quattro angoli del mondo. La diffusione diventa allora una necessità, perché un animo scosso è capace di reagire. Ad oggi resto ancora molto stupita di come spesso ci si preoccupi di più per la mattanza degli agnellini durante il periodo di Pasqua e meno, molto meno, per la strage di esseri umani che si consuma nel bacino del Mediterraneo ogni giorno. Se ci indigna di più lo stato di salute di un animale invece di quello di un uomo, cosa abbiamo perso in questi anni? Cosa i nostri occhi non riescono più a vedere? Che evoluzioni ha subito il nostro senso di pietà?
Interrogarsi è un dovere, informarsi è un dovere, non dimenticare è un diritto.

Titolo: il traduttore del silenzio
Autore: Daoud Hari
Editore: Piemme
Pagine: 218

Prezzo: 6,50

martedì 12 aprile 2016

DilloConUnLibro: “Fuga da Villa del lieto tramonto” di Minna Lindgren

Eccoci di nuovo nel pianeta Sonzogno: il 14 aprile uscirà nelle librerie il secondo libro della trilogia di Helsinki “Fuga da Villa del lieto tramonto” e il gentile ufficio stampa della Sonzogno ha pensato bene di inviarmi via mail il romanzo da leggere in anteprima per voi.
È la prima volta che leggo un romanzo in digitale: non ho kindle né ebook sul tablet, quindi mi sono trovata a passare il mio week end con il computer in mano, più inseparabile di Stanlio e Olio, mentre mi facevo prendere dalle storie di Siiri, Irma e Anna-Liisa.
Il grande vantaggio, soprattutto in queste occasioni in cui mi trovo a dover leggere un libro nel più breve tempo possibile, è il fatto che, in meno di un paio d’ore, avevo già il romanzo fra le mani (virtuali), mentre quando c’è da aspettare Poste italiane… non si sa come va a finire ecco, mettiamola così.  Dopo questo esperimento, che non rimarrà solo tale probabilmente, ho comunque capito che fra le due ideologie: libro/ebook, io resto fedele al primo partito. Con i libri in senso materiale io ho proprio un rapporto viscerale, un attaccamento da innamorato pazzo. Sarà l’odore della carta o quella coperta di parole sistemata fra le pagine, ma il libro è il mio grande amore.
Detto questo, andiamo alla storia: l’età media delle nostre arzillissime protagoniste si muove intorno agli otto decenni, ma nonostante abbiamo il bastone da passeggio e usino le Crocs per deambulare sono decisamente più sveglie e attive de me, che potrei essere la loro bisnipote. E infatti, nel bel mezzo della ristrutturazione che sta coinvolgendo Villa del lieto tramonto non si fanno prendere dallo sconforto dovuto ai calcinacci e ai rumori molesti: Irma e Siiri decidono di lasciare l’invivibile residenza, non solo rumorosa, ma animata anche da loschi figuri, affittando un lussuoso appartamento nel centro di Helsinki. Nonostante le nuove e vivaci regole che si stabiliscono nell’appartamento, la mente di Siiri e Irma rimane alla Villa: questi lavori sono troppo sospetti per essere solo dei lavori.
Fra battute sagaci e riflessioni sulla società nord europea, il romanzo ha un ritmo interessante, molto vivace, come i caratteri delle sue protagoniste, un’altalena sapiente fra ironia pura e la saggezza che si acquisisce con l’età.
Per la prima volta nella mia storia di lettrice mi trovo a leggere un romanzo scritto da così nordiche mani: con curiosità ho notato come effettivamente la scrittura non è un qualcosa legato solo alla personalità, ma che spesso sa essere lo specchio di un popolo, quindi di un modo di pensare, di essere, di vivere. E ammetto che l’immagine che ho degli abitanti del Nord Europa è fatta di commenti puliti e frasi ben equilibrate, mai eccessive in nessuna direzione.
Due parole sul finale: senza spoilerarvi nulla l’ho trovato estremamente delicato. Ho riso molto con questo romanzo, però il valore aggiunto di Minna Lindgren e della sua narrazione è il tatto con cui descrive un’età piena di tabù e di momenti tenuti nascosti perché imbarazzanti quale è l’anzianità. Non usa mai parole scomposte né sfrutta il possibile tasso di emotività: racconta la vecchiaia con gli stessi toni ironici e reali con cui in genere vengono descritte le varie età della vita.
Sì, i nostri personaggi si trovano ad assistere al tramonto della loro vita da vicino, ma non c’è rassegnazione o pantomime, ma lo sguardo reale di chi sa di avere di fronte gli ultimi giorni d’estate e vuole viverli tutti, senza conoscere la parola rimpianto.
È difficile trovare romanzi che raccontano la terza età, e le storie della Lindgren danno una immagine equilibrata e reale.
Una lettura perfetta per il week end, per riposare la mente ma senza staccarla del tutto, una lettura leggera che lascia qualcosa, anche solo visitare Helsinki con la mappa disegnata nel libro!

Titolo: Fuga da villa del lieto tramonto
Autore: Minna Lindgren
Editore: Sonzogno
Pagine: 320
Prezzo: 17,50 

martedì 5 aprile 2016

L’hanno chiamata Ikea perché “il negozio di Satana” pareva brutto

Voi non lo sapete, anzi se mi seguite dall’inizio lo sapete molto bene, in questi ultimi tre anni sono più i traslochi che ho fatto che i caffè che ho bevuto, e io di caffè ne bevo molti. E infatti sono alle prese con l’ennesimo trasloco. Dicono che questo sarà l’ultimo per almeno i prossimi N anni, pertanto questa volta sto facendo le cose in grande ed ho deciso di andare persino all’Ikea a fare rifornimento di…niente. Perché se si va all’Ikea per zigzagare alla fine si finisce così. Ma andiamo con ordine.

Trasloco, dicevamo.

Se queste vacanze di Pasqua sono state così veloci e repentine che io neppure mi ricordo di essere stata a casa (Calabria? Ma dove? 14 ore di pullman? Ma quando? Ma chi, io? Ma è pancetta alla brace quella?), il ritorno a Capital city mi suggerisce una sola parola: scatoloni. Ma come è possibile aver riempito una casa con tutta questa roba? Perché tre giovani ragazze nubili hanno tutte queste scarpe? Quando finirò davvero di lavare tutte le lenzuola e gli asciugamani sporchi? 
Ancora non so come è avvenuto, eppure tutto ciò che avevamo nel nostro vecchio e scalcinato appartamento sta LENTAMENTE trovando una sistemazione in questo appartamento che profuma di nuovo e vernice fresca.
 Però una casa abitata da persone giovani (e mediamente senza soldi) non può essere inaugurata senza un pellegrinaggio da Ikea, e così ho deciso di sacrificare il mio sabato mattina in zona Anagnina fra tende a rullo e sedie in plastica dai nomi impronunciabili. 
Già arrivare in zona può risultare problematico: se considerate che qualche mese fa io e mio padre ci siamo persi in macchina fra le rampe di tangenziale est e per ritornare verso il nido abbiamo speso un pieno di benzina e siamo arrivati fino a Monte sacro capite bene come la circonvallazione tiburtina e il GRA ci siano abbastanza invisi. Nonostante ci siamo fermati nel bel mezzo del GRA  perché non sapevamo cosa fare con tanto di improperi degli automobilisti incazzati, alla fine siamo arrivati, e addirittura abbiamo trovato subito parcheggio. 
Come sempre la nostra Ikea family sparisce quando abbiamo bisogno di lei, pertanto la prima stazione di questa via crucis è la postazione per stampare l’ennesima ikea family. 
Finalmente si entra nel vivo della competizione. 

Tu entri nel negozio e si risveglia il lato più estroso di te che ti fa sentire a metà strada fra Santiago Calatrava e Le corbousier; resti affascinato dalle situazioni abitative ricreate, da tutte quelle lampade al LED le cui luci LED costano più della lampada stessa,  i finti libri per creare un ambiente confortevole in soggiorno, cucine in perfetto stile scandinavo dai colori naturali che si affacciano nel puzzo del Raccordo. All’inizio è un estasi, perché ti piace tutto, perché ti fa venire in mente una delle scene più belle di “500 giorni insieme” (avete capito benissimo quale) e ti verrebbe voglia di vivere per sempre in una casa ikea di 40 mq, perché piccolo e laccato è bello.
 Tutto ciò per la prima ora. 
Poi i mobili si moltiplicano, le cianfrusaglie di cui credevi di avere urgente bisogno si dileguano, vorresti comprare un letto, ma quello che vedi scritto è praticamente il costo delle sole viti di montaggio perché le doghe, il materasso, tutto il resto va comprato a parte.
 Ti scoraggi, perché comprare un divano letto e un tavolo insieme è un’impresa da titani e se penso che mi devo montare anche uno sgabello da meno di dieci euro mi scoppia il naso a sangue. Ma imperterrito continui a camminare per i corridoi, i bambini urlano come forsennati perché a loro nun je pare vero di poter giocare a nascondino con tutto quello spazio, qualcuno si porta dietro anche il cane (ma il WWF non dice nulla a riguardo? L’odore invasivo delle polpette svedesi non dovrebbe essere considerato una forma di violenza nei confronti degli animali?), i carrelli ti ciancano i piedi e dopo due ore hai comprato solo un tagliere in silicone perché mamma dice che so boni. 

Puntuali come se ci trovassimo in fabbrica, all’una i corridoi si svuotano per trovarci tutti insieme presso il ristorante svedese. Qui i partiti da abbracciare possono essere due: o si decide di rimanere sul sicuro mangiando piatti tipici della cucina italiana, oppure si punta sulla scelta esotica e si va giù di cibo svedese. Che io ora non so: non sono mai stata in Svezia, quindi oltre alla marmellata di lamponi e salmone come si piovesse non ho la più pallida idea di quale siano i piatti tipici di questo paese, però spero che la cucina svedese sia qualcosa in più delle polpettine di carne con la bandierina gialla e blu sopra. Ma veramente mettete la crema di lamponi anche sulla carne? Cromaticamente parlando sono piatti che per instagram funzionano molto. Anche se ho fatto 40 minuti di fila per magiare qualcosa, poter bere qualsiasi bibita alla spina gratis dopo la prima consumazione è una bella conquista. 

Finito il nordico pasto il girone infernale si restringe: si scende nel deposito. E lì la tragedia: madri che hanno smarrito figli, giovani donne che dopo anni ritrovano il proprio fratello perduto 15 anni prima fra quegli scaffali imballato insieme ad un tavolino lack, cani che scappano dai propri padroni, reparto ceramiche più introvabile dell’isola che non c’è, finalmente si arriva alle casse, con il carello pieno di tutto e niente. Io ho infatti comprato: una pianta vera, una pianta finta, uno zerbino bellissimo, un sottopentola che mia madre ha detto “lo userai tantissimo”, lo scopettino del bagno a meno di un euro, sedie e sgabelli. Ho dimenticato di prendere l’appendi panni, in compenso ho scoperto un reparto bellissimo: il reparto “grandi occasioni”: posto alla fine di tutta questa fiera raccoglie tutti i mobili zoppi, mal usciti, graffiati. Ma come se fa a vendere un tavolo che, su quattro gambe, tutte e quattro sono diverse?
Perplessa sono uscita dall’ikea quasi cinque ore dopo, con un pacco di biscotti all’avena buonissimi e un frozen yogurt che si è sciolto con i 26 gradi romani.


In conclusione, l’Ikea è chiamata così perché chiamarla direttamente “flagello di Dio” sarebbe stato poco commerciabile, o magari Ikea vuol dire proprio Belzebù  in svedese e noi non lo sappiamo, sta di fatto che in mezz’ora sono riuscita a montare lo sgabello che probabilmente in fabbrica avranno prodotto e assemblato in meno di cinque secondi. E infatti , come ogni cataclisma che si rispetta, tutto questo non può consumarsi in un attimo (se vogliamo definire “attimo” cinque ore con bellavista sul GRA): verrà il momento di montare quei mobili, e avrà lo stesso colore degli occhi di Attila flagello didddio. 
Montati da solo il letto, dicevano; sarà facile, dicevano. Dopo aver speso la domenica seguente a tenere in piedi quattro assi a forma di letto, ho rimpianto tutta l’attenzione che non ho prestato nelle puntate di art attack.