sabato 26 marzo 2016

Manuale di sopravvivenza da mamme troppo brave

È un periodo decisamente NO della mia vita. Forse più che un periodo negativo, è un periodo di esplosioni, nell’arco di una decina di giorni sono scoppiate situazioni, sono scoppiata io, e adesso sono in un momento di stop fisiologico e forzato. Sono un po’ stufa, rammaricata, mortificata con me stessa, scocciata, infastidita perché quando le cose non vanno come dico io comincio a scapocciare, ma soprattutto avverto una stanchezza mentale che sembra non si voglia curare.
In questo brodo primordiale di acidità e malessere si inseriscono LORO: le mamme che hanno studiato e si sono diplomate a pieni voti all’ Accademia per Mamme Troppo Brave. Tali suddette allieve inquadrano subito la specie sub-filiale che hanno di fronte: giovane donnina ventiquattrenne, testa dura, arrabbiata con il mondo. Loro riescono a sciogliere tutti i nodi, a farti sembrare risolvibile ogni questione.
Lo schema operativo è all’incirca il seguente: comunichi ad una delle mamme-allieve che non vuoi fare una determinata cosa, perché sei arrabbiata/stanca/stufa/uffa/off line.
Tu immagini che la mamma comincerà a dirti subito che sbagli/così non si fa/che ti dice il cervello/non esiste proprio, quindi già ti stai gustando una litigata di cui hai bisogno, per te che sei alla ricerca di altra acidità gratuita.
E invece no.
Lei ti dice con naturalezza che la scelta è tua, che puoi fare ciò che vuoi, comincia a lodare il fatto che sei una ragazza giudiziosa, e in questo momento anche arrabbiata, ti capisce, lo senti davvero che ti capisce. E tu tiri un respiro di sollievo, perché meglio di una litigata c’è solo il senso di molle torpore in cui ti sollazzi in questi giorni, ne sei proprio felice.
Però.
Comincia ad abbracciarti, a dirti che sei troppo intelligente per non capire che tutto passa. Che quello che non succede oggi succederà domani ed avrà un sapore migliore, e questa cosa che non vuoi fare per ripicca non è detto che, una volta fatta, con il senno di poi non si riveli quasi salvifica.  E tu non riesci ad arrabbiarti perché sta per farti cambiare idea, la adori perché ti ha fatto cambiare punto di vista, e lo sai, perché lo sai, che ne avevi bisogno.
Poi ci sono quelle mamme dell’Accademia che sanno che hai pianto ininterrottamente per un giorno intero e non ti dicono nulla, ma la sera ti portano la camomilla a letto da bere e da mettere sugli occhi perché sono gonfi. Due carezze sulle guance ed un “non è successo nulla” a fior di labbra.
Infine ci sono le nonne-mamme (che hanno fatto anche il master all’Accademia), che torni a casa per Pasqua e ti dicono che ti fanno la pizza il Venerdì Santo, come se la cena del Venerdì Santo fosse una sorta di pre-pasquetta in chiave vegetariana.
Donne, io vi adoro, perché meglio di così non vi potevano fare. perché il vostro amore è perfetto. E mi date la tranquillità di cui ho bisogno in ogni momento della mia vita, belli e brutti. Ogni tanto mi chiedo, ma senza stress, se sarò capace di fare altrettanto quando toccherà a me, e se in un modo o nell’altro ne sono già capace ora, se basta veramente solo saper amare o se è richiesta un’arte diversa e maggiore. Io questo legame di donne e fra donne lo sento fra le fibre della pelle, come se fosse naturale come riconoscere il colore dei miei capelli. E probabilmente è una catena ancestrale che non si spezza dalla notte dei tempi, perché senza questi legami forse l’umanità si sarebbe fermata prima.  E non esiste un giorno più femminile del Sabato santo; la notte più lunga del mondo è stata squarciata proprio dall’amore materno delle donne.


(p.s. poi ci sono i Papà, che invece quando gli esponi un problema ti rispondono così:” e allora quelli che hanno una malattia che dovrebbero dire? Io che sopporto tua madre tutti i giorni, che dovrei dire?”) 

lunedì 21 marzo 2016

DilloConUnLibro: “L’amore che ti meriti” di Daria Bignardi


è un periodo un po' pesante questo per me; ho molta difficoltà a raccontare ciò che mi succede intorno, quello che mi passa dentro. è per questo motivo che mi sto attaccando con forza ai libri e al loro potere curativo, perchè senza le storie che mi affollano la mente avrei davvero troppo spazio per pensare a quello che succede. Raccontare dei libri che leggo è il contattp che voglio continuare a tenere saldo con voi. 

Arriva la recensione di un libro scritto da una donna! Ci riflettevo giusto ora, davanti a questa pagina bianca che non sapevo come iniziare a riempire: di tutte le recensioni fatte fino ad ora per la prima volta ospito un romanzo al femminile. Dopo aver scritto già ben tre romanzi nell’arco di quattro anni, la Bignardi è ritornata sugli scaffali delle librerie nel 2014 con un mistero ambientato nella sua Ferrara, dalla bella copertina in bianco e nero. Alma e Antonia sono madre e figlia, diverse fra loro per carattere, accomunate però da un alone di mestizia che trae origine dalla famiglia materna; la scomparsa del fratello di Alma, Maio, più di trent’anni fa, che portò la sua famiglia a sgretolarsi completamente nell’arco di poco più di un anno. Erano gli anni ’80, Ferrara una città ancora più piccola e chiusa di quella che è ora, tutti sanno tutto di tutti, eppure nel feudo estense Maio fa perdere completamente le sue tracce, forse morto d’overdose in qualche canneto sulle rive del Po, forse precipitato giù da qualche ponte, e Alma non riesce a sopportare la cappa opprimente della nebbia ferrarese, si sente responsabile per quello che è successo alla sua famiglia, scappa a Bologna, nasconde tutta la sua storia ad Antonia, per rivelargliela circa trent’anni più tardi, quando Antonia è incinta della sua prima figlia. Di fronte ad una nuova vita in arrivo, Alma sente il bisogno di sciogliere i nodi del passato, raccontare e raccontarsi. Dietro questo racconto in bianco e nero, Antonia decide di calarsi nei panni dell’investigatrice, come la protagonista dei romanzi gialli che lei scrive, per scoprire che fine ha fatto davvero suo zio.
Ero piccola quando ho visto Daria Bignardi per la prima volta: conduceva la prima edizione del “Grande Fratello”, il primo reality show arrivato in Italia, quando mettere 10 persone per 3 mesi in una casa senza contatti con l’esterno era un esperimento sociologico, e non una bufala televisiva collettore di gente senza né arte né parte. Ai tempi pensavo fosse un conduttrice scema come molte altre, chiedo scusa per la mancanza di formalismi, poi sono cresciuta ed ho imparato ad apprezzare il suo lavoro di giornalista e di donna dello spettacolo, soprattutto in una delle sue ultime fatiche, “le invasioni barbariche”. Lo stile narrativo è esattamente come lei; una scrittura pacata e posata, priva di grandi spasmi energici, molto equilibrata e pulita, soda. Uno stile che si scontra invece con una trama un po’ più articolata, che forse necessitava di qualche tratto di penna più marcato e deciso e che risente di queste due forze opposte sul finale, che si scioglie con una facilità che non avrei dato così tanto per scontato, su cui forse bisogna dilungarsi un po’ più a lungo per permettere al lettore di arrivare al punto finale con più calma, senza fretta. Alla fine il mistero della famiglia Sorani è rimasto nascosto per più di trent’anni, regalarci qualche pagina in più non ci avrebbe fatto male. Ho adorato invece la descrizione fatta di Ferrara. Il primo anno di liceo a scuola ci fecero leggere “Il giardino dei Finzi Contini” di Bassani, che mi lasciò un graffio sul cuore e mi piacque così tanto che durante l’estate convinsi i miei genitori, durante le vacanze in Romagna, a passare da Ferrara, solo per vedere dove sorgeva villa Finzi Contini. La delusione fu cocente quando scoprii che la villa non era mai esistita. Fra le righe del romanzo ho trovato immutate quelle atmosfere ferraresi che tanto mi colpirono allora, che mi fecero adorare subito quella città bianca e pulita e dove vorrei ritornare presto.
La caratterizzazione dei personaggi nel complesso funziona, anche se forse avrei bilanciato un po’ di più le informazioni in possesso del lettore: alcuni personaggi sono troppo opachi per poter essere riconosciuti nell’immaginario del lettore, altri invece sono caratterizzati in maniera forzata: la madre di Alma non ricordo neppure come si chiamasse, mentre invece sul personaggio di Alma ci sono delle forzature: hai già detto una volta che Alma è una persona forte, perché ripeterlo ogni volta che ritorna sulla pagina? I personaggi di un romanzo vanno lasciati liberi di svolazzare nella mente del lettore, ognuno deve estrarre quanto può da ogni profilo.
Nel complesso è un romanzo che funziona, anche se il finale troppo frettoloso resta la pecca di questa storia che poteva aspirare a molto di più. La vera chiave di lettura resta la copertina del libro.

Titolo: L’amore che ti meriti
Autore: Daria Bignardi
Editore: Mondadori
Pagine: 247

Prezzo: 18 € 

mercoledì 9 marzo 2016

DilloConUnLibro: “ La vita segreta e la strana morte della signorina Milne” di Andrew Nicoll

Come ho già anticipato sui miei profili social, ha inizio la mia collaborazione con la  casa editrice Sonzogno per la lettura in anteprima delle loro ultime novità. Non vi nascondo che la cosa mi elettrizza e spaventa insieme: ammiro da diversi anni l’operato della Sonzogno, una delle case editrici italiane più antiche che ha saputo mantenersi sempre al passo con i tempi senza però rinunciare mai alle caratteristiche di base della loro realtà editoriale: l’attenzione verso un pubblico ampio che abbia voglia di sperimentare e confrontarsi con qualcosa di differente dal panorama omologato del mondo letterario contemporaneo.
“La vita segreta e la strana morte della sigonrina Milne” è uscito in Italia il 25 febbraio, e proprio quel giorno il postino ha lasciato questo bellissimo pacco per me: fra un imprevisto e l’atro sono riuscita a finire il romanzo in un battibaleno ed a regalarvi questa recensione (per la prossima volta mi auguro che Poste Italiane decida di collaborare e consegni per tempo! Ne approfitto per ringraziare Valentina Bortoletto per la disponibilità e la pazienza a qualsiasi ora!).
Intanto partiamo da quello che per me è sempre stato uno dei punti di forza dei romanzi Sonzogno: l’impaginazione grafica e le illustrazioni di copertina. Io vorrei tanto stringere la mano agli illustratori che riescono a creare questi capolavori! Penso siano dei lavori molto innovativi e soprattutto terribilmente accattivanti (se è vero che un libro non si giudica dalla copertina, non ditemi se questa però non risulta essere comunque importantissima, soprattutto a primo impatto!) Su una copertina a sfondo giallo troviamo il calco della povera Signora Milne, protagonista di questa sventurata vicenda ambientata in un paesino scozzese nel 1912; un adorabile paesello arroccato sulle coste scozzesi Broughty Ferry, una località di villeggiatura abitata da persone per bene, con una certa fortuna alle spalle, un borgo dove tutti si conoscono e dove la polizia locale svolge diligentemente il proprio dovere. A sconvolgere la placida routine di questo paesino l’efferato assassinio della signorina Jean Milne, una “donna nubile non più giovane”, dall’innamoramento facile per ogni gentiluomo pronto a darle un po’ di confidenza, dal gusto eccentrico nell’abbigliamento, una donna definita da più di un compaesano “strana”. Tratto da una storia vera che sconvolse la Gran Bretagna agli inizi del secolo trascorso, io ho letteralmente adorato lo stile di Nicoll, autore scozzese che nel suo stile ha ereditato il senso dello humor inglese, ma anche la granitica cultura anglosassone in tema di romanzi noir. I riferimenti ad una maestra del crimine come Agatha Christie ci sono tutti, a cominciare da un finale a sorpresa che mi ha lasciata letteralmente di sasso, ma anche nello stile compassato e monarchico di cui il romanzo è intriso.
Fra i vari spunti di lettura che il libro offre quello che più mi ha colpito è il tema caro agli inglesi dell’upstairs e downstairs, ovvero il rigido sistema di classi dell’Inghilterra del periodo; le relazioni fra nobilità e servitù (benchè nel libro il riferimento è più alla ricca borghesia che alla classe nobiliare vera e propria) sono molto forti e in opposizione, e credo che in un paese come il nostro dove la nobiltà ha quasi sempre fatto rima con miseria, soprattutto con il passaggio alla Repubblica, la percezione della netta divisione in classi dell’Inghilterra del tempo ci risulta difficile. Nicoll parla di un esercito di veri e propri “invisibili”; servette, cuoche, lavandaie, giardinieri, maggiordomi che escono dalle loro fredde case ancor prima che si affacci il giorno per tenere in caldo le case dei loro signori, per far trovare il camino acceso, il cibo pronto, la biancheria pulita. Così invisibile è il loro operato che i signori non si accorgono neppure della loro presenza, e questo sciame di domestici tutto sa delle loro abitudini che prendono vita dietro la cortina discreta delle loro tende; sono dunque terreno fertile per le indagini della polizia di Broughty Ferry.
Consiglio il romanzo agli amanti del giallo d’autore, a chi vuole lasciarsi sorprendere da un finale a sorpresa, a chi vuol fare un salto indietro nel tempo nella Scozia di inizio secolo, a chi piace leggere romanzi scritti bene.
I segreti della signorina Milne vi aspettano in libreria!
Titolo: La vita segreta e la strana morte della signorina Milne
Autore: Andrew Nicoll
Editore: Sonzogno
Pagine: 347

Prezzo: 17,50 €