mercoledì 17 febbraio 2016

DilloConUnLibro: “L’amore ai tempi del colera” di Gabriel Garcia Marquez

Non è facile per me scrivere questa recensione: ho impiegato più di un anno per finire questo romanzo, ed ora che l’ho finito sento nel cuore un vuoto inconsolabile. Due anni fa, ero a Valencia, passeggiavo con la Cami qualche giorno prima del mio compleanno e le dissi che volevo comprare qualche libro di Marquez in spagnolo. Il giorno del mio compleanno feci una festa (se volete sapere come è andata vi aspetto qui) e i miei quattro caballeros di avventure spagnole mi aspettavano con due libri di Marquez fra le mani. Iniziai a leggerlo che ero già tornata da un po’ in Italia, lo lasciavo sul comodino a prendere polvere perché non avevo voglia di leggere nulla, e poi mi sono ritrovata a distanza di un altro anno, sulla metropolitana di ritorno verso casa, in lacrime per la fine della più bella storia d'amore che io avessi mai letto.
Marquez pubblicò questo libro nel 1985, eppure il tono del romanzo è molto più antico, è un linguaggio ancestrale e universale, quello che muove i destini di Fermina Daza e Florentino Ariza, di un amore lungo 53 anni, 7 mesi e 11 giorni, notti incluse, di una Cartagena immobile e imperturbabile, il mare dei Caraibi di fronte che non risponde ai cambi di secolo, alle rivoluzioni e alle guerre civili, ai cambi di stagione e di cuore.
Fermina ci viene descritta semplicemente come la fanciulla più bella di tutta la Colombia di fine Ottocento, che si innamora di un giovanotto povero, tal Florentino Ariza, una persona non pratica di cose terrene, non propenso a quei mestieri terreni che portano soldi a casa, è dedito alle arti, a suonare il violino, a scrivere, solo a scrivere, scrivere lettere d’amore per coppie che non conosce, a rendere meravigliosa la vita degli altri con le sue parole montate a cesello su quei fogli di carta odorosi di odore di donna e fiori marciti. Ma il padre di Fermina non può permettere che la sua unica figlia vada in sposa ad un ragazzo senza né arte né parte, fa di tutto per distruggere quel fragile amore giovanile e alla fine Fermina cede alle pressioni paterne e sposerà il dottor Juvenal Urbino, giovane medico affascinante e capace, considerato eroe della città per aver combattuto il colera che imperversava nella città.
Meno di 500 pagine per raccontare ottant’anni di vita, per raccontare la vita felice di Fermina con suo marito e le scappatelle notturne e diurne di Florentino, che si mantiene vergine nei pensieri aspettando di potersi ricongiungere, anima e cuore, con la sola Dea incoronata della sua vita.
È un romanzo davvero di un’altra epoca, che contiene in sé tutte le storie d’amore, tutte le tappe della vita, tutte le miserie dell’essere umano. Sullo sfondo la tela sporca di un golfo caraibico sudicio di progresso e povertà, strade spazzate dal vento, i continui toni dell’ocra che dominano il cielo dell’altra parte del mondo.
Un romanzo che non smetterò mai di amare, il romanzo che mi apparterrà per sempre, perché Fermina farà parte di me fino a quando la pelle del mio viso inizierà a prendere pieghe non volute e i ricordi cominceranno a sbiadirsi. Fermina, che non vuole chiedere scusa, perché sentirsi sulle spalle il peso delle colpe gli è impossibile, che odia le melanzane per poi imparare a mangiarle, che prende in mano le redini della sua vita sin da piccola, che si impone nel luogo in cui si trova con la presenza. Di questa donna mi sento dentro tutte le fragilità, mi perseguiterà quando sbaglio, mi sarà vicina nei momenti di felicità e quando ci sarà bisogno di tirar fuori le unghie.
Da quando ho letto “Cent’anni di solitudine” avevo capito che Marquez me lo sarei portata dentro ogni giorno che passa, e aver letto questo romanzo in lingua originale mi ha permesso di entrare ancor più dentro il mistero di questo grande scrittore. Che c’era affinità fra noi avrei dovuto capirlo quando ho visto che siamo nati giusto a distanza di qualche ora ( e qualche anno, ma è un dettaglio).
“Era inevitabile: l’odore delle mandorle amare gli ricordava sempre il destino degli amori contrastati”: l’incipit letterario più bello di sempre, la scena che non lascerò mai più è un Florentino di mezza età che vede Fermina Daza riflessa nello specchio di un ristorante e comprerà lo specchio per avere quel riflesso solo per sè.
Quando Marquez è morto ho pianto lacrime dal sapore amaro di mandorla.

Titolo: l’amore ai tempi del colera
Autore: Gabriel Garcìa Marquez
Editore: Oscar Mondadori
Pagine:392

Prezzo:11 €

sabato 13 febbraio 2016

Hell’s kitchen: ( future) convivenze da incubo

Questa settimana che sta per concludersi ha portato con sé più di un avvenimento (sacro e profano) importante: la fine del Carnevale, l’inizio del tempo di quaresima, i festeggiamenti del capodanno cinese (perché questo è un blog internescionall e non ci vogliamo far mancare nulla), il giorno di San Valentino, festa degli innamorati. Fra tutte queste celebrazioni, quella che forse causa più scompensi è proprio quest’ultima (per quanto io all’idea di non potermi fare un toast con prosciutto e formaggio un giorno a settimana mi sento impazzire, ma è evidente che nelle mie scelte metto sempre prima lo stomaco e dopo tutti i restanti organi, perché mangiare è troppo bello); fra chi sta male perché non ha con chi festeggiarlo, chi ha con chi festeggiare ma vorrebbe farlo con qualcun altro, chi è felice di festeggiare con chi ha affianco, ma siccome è in sessione invernale preferisce il cianuro ai baci perugina.
Io voglio venire in vostro soccorso, e voglio farvi capire che l’amore è bello fino a quando non si va a vivere insieme e si devono condividere gli spazi vitali, fra cui mezza anta dell’armadio, il bicchiere degli spazzolini e il mobile dei biscotti della colazione. Sia chiaro, io e Duci siamo abbastanza lontani dal compiere questo passo, ma ammetto che ogni tanto finiamo lì a fantasticare su come sarà la convivenza insieme. C’è da aggiungere inoltre che, almeno una volta a settimana, Duci invade i miei appartamenti con le sue borse piene di grafici e la sua roba sparpagliata in giro tipo bricioline di Pollicino, perciò delle prove tecniche di trasmissione sono già in corso.
È tutto molto bello all’inizio: il caffè a letto (io spesso mi fingo morta al mattino, perciò è costretto a portarmelo a letto se vuole avanzare pretesa di fare quattro chiacchiere con me, sebbene io ne farei volentieri a meno, mentre lui è particolarmente loquace), le coccole a letto fino a tardi, gli spicchi di mela condivisi (no, Duci ste cose non le fa, non condivide nulla, neppure l’ultima foglia di insalata, ma mi piace immaginarlo), io che gli rubo le camicie perchè il mio guardaroba non mi basta e le sue camicie da boscaiolo mi piacciono, i commenti a c’è posta per te o alle fiction Rai.
Poi si entra nel vivo delle cose e la quotidianità può diventare…rocambolesca. Ora vi racconto uno spicchio della nostra normalità: il momento in cui si cucina per il pranzo.
Si decide di fare un piatto nuovo: focaccia ripiena in padella.
Vai al mercato a comprare un po’ di verdura fresca: compra un kg di cicoria non pulita per 2 euro, chiedi a Duci di aiutarti a pulirla.
Il suo occhio critico e il suo piglio ingegneristico nel selezionare le foglie buone da quelle marce è interessante, però se c'è un kilo di cicoria da pulire non possiamo passare la notte qui a calcolare il gradiente di giallino presente sulla singola foglia, urge una selezione più rapida.
Metti a bollire la verdura, spiega che quell’odore di bollito per casa è necessario e indispensabile per adempie alla funzione vitale del nutrirsi.
Fare l’impasto della focaccia. Ingredienti (secondo la ricetta trovata sul profilo ig se cucino io):
-300 gr di farina;
-1 cucchiaino di olio di semi;
-165 ml di acqua;
-mezza bustina di lievito istantaneo.
Io ho tutti questi ingredienti in cucina, ma non proprio dello stesso tipo: arrivo appena a 300 gr di farina, uso l’olio evo ed ho in casa lievito per dolci.
Mi convinco che è la stessa cosa, procedo a fare l’impasto. Secondo ricetta dovrebbe venire morbido e compatto. Il mio è terribilmente liquido.
Lacrime e maledizioni.
Richiesta di spiegazioni scientifiche al Duci circa la differenza fra lievito normale e lievito istantaneo; è per caso frutto dell’ingegno del demonio? È candidato al Nobel per la pace?
Le mie lacrime nell’impasto lo rendono ancora più liquido.
Si decide di procedere comunque alla cottura.
Verso in padella un quantitativo di olio pari a quello usato da una friggitoria un sabato sera. Piovono anatemi da parte di Duci di morte certa per trigliceridi sopra la media.
Ripassare intanto la cicoria in padella.
Il primo strato della focaccia ha sembiante di pizza fritta.
Si procede con il secondo strato, Duci nasconde l’olio nella portineria del palazzo.Il secondo disco somiglia ad una piadina molto, molto spessa. Entrambi i dischi risultano commestibili. Infiliamo nel mezzo la cicoria.
Duci ne assaggia un pezzetto e avverte un retrogusto dolce.
Gli confesso che il lievito usato è quello per dolci.
Comincia a cospargere la focaccia con sale come pioggia copiosa, di modo che, se non moriremo per il colesterolo troppo alto, ci porterà alla morte prima l’ipertensione.

Tutto ciò per dirvi che la vita in coppia è questo, un altalenarsi fra vene otturate e pressione arteriosa ai limiti del normale, che se li aggiungete alle farfalle nello stomaco, le cerette prima delle uscite galanti, i morsi sul collo, escoriazioni varie fra una spadellata e l’altra, potrebbe sembrare una cosa estremamente pericolosa. Però alla fine se trovi qualcuno che, per amore, ti dice che è quella focaccia è proprio buona, forse un po’ ne è valsa la pena.

Buon San Valentino a tutti voi, alle coppie che ci sono e a quelle che saranno. 

mercoledì 3 febbraio 2016

DilloConUnLibro: “Il sorriso di Angelica” e “Il gioco degli specchi” di Andrea Camilleri

Alla tenera età di ventitrè anni mi trovo a leggere il mio primo Camilleri, ad immaginare per 180 pagine un Montalbano che ha il viso e le espressioni di Luca Zingaretti, per poi scoprire che, in verità nell'immaginario di Camilleri, Salvo Montalbano avrà per sempre gli occhi e i baffi del ferroviere Pietro Germi.
Ho dovuto aspettare di un’occasione ghiotta come la presenza di due romanzi di Camilleri nello stesso libro per farmi rapire dalle indagini di Montalbano ed entrare nel club degli appassionati dei delitti che scuotono il piccolo comune di Vigata.
                                                            
Se ne “il sorriso di Angelica” il nostro commissario a cinquantotto anni si muove fra strani furti presso famiglie per bene e la passione della giovane Angelica, somigliante in tutto e per tutto alla sua omonima de “l’Orlando furioso”, ne “il gioco degli specchi” invece Montalbano deve fare i conti con bombe che scoppiano senza un apparente motivo e i suoi nuovi vicini, i coniugi Lombardo, la cui Signora non dimostra grande fedeltà al marito.

Ancora una volta mi trovo fra le mani un libro che ha il profumo intenso di Sicilia: sento in bocca il sapore degli arancini di Adelina e degli antipasti di mare preparati da Enzo, vedo scorrere la vita tranquilla di un paese di provincia, le strade sottili come tratti di matita su cui si inseguono le macchine, e poi il mare, protagonista indiscusso dei racconti di Montalbano, forse l’unico amore e amante di Montalbano. A proposito, ma Livia invece, la storica fidanzata del commissario? La bionda Livia compare e scompare fra chiamate brevi, litigi telefonici, week end a sorpresa e vestiti freschi di sartoria.

Il mondo di Montalbano è il mondo in cui io vorrei vivere, al netto di morti ammazzati e furti in casa, si intende; scorrendo le pagine mi sono trovata più volte a desiderare di vivere con il mare negli occhi, ad avere una verandina che dà direttamente sulla spiaggia e fare lunghe passeggiate sul bagnasciuga, oppure poter vivere i tempi dilatati e rilassati del dopopranzo in un pomeriggio pieno di sole.

Il punto forte della narrazione di Camilleri, oltre ad una trama noir costruita ad arte e ad una architettura lineare e dalla precisione millimetrica che rende ogni suo romanzo un capolavoro, è sicuramente la lingua; i suoi romanzi sono scritti in un misto di italiano e dialetto siciliano, che danno un’impronta decisamente realistica a tutta la sua narrazione.

Due romanzi ironici e amari, che appassionano, lasciano con il fiato sospeso fino all’ultimo punto e con il desiderio di poter entrare a far parte di quel mondo soleggiato e dinamico.
E magari, come è successo a me, vi verrà voglia di riprendere in mano l’Orlando furioso per farvi travolgere per una seconda volta dalla bellezza che solo un’opera ben scritta sa suscitare.
Titolo:” Il sorriso di Angelica”; “Il gioco degli specchi”
Autore: Andrea Camilleri
Editore: Sellerio editore
Pagine:272
Prezzo: 14 €