domenica 11 dicembre 2016

il dizionario delle cose perdute 2.0: i Governi della prima Repubblica

Come dice il detto "ogni promessa è debito": a distanza di quasi due mesi, fra una comparsa di costituzione e risposta e un viaggio qua e là (si, per chi se lo stesse chiedendo ho iniziato la pratica forense e l'unico motivo che mi trattiene dal parlarne qui è che ormai sapete anche dove abito, quindi ci mettereste un attimo a risalire alle prodi gesta del mio dominus) sono qui a scrivere la prima voce di questo modernissimo dizionario delle cose perdute.
Mentre andavo a messa (sì, sono così adorabile che vado a messa tutte le domeniche. Quando vi dico che sono sempre stata la fidanzata ideale per tutte le mamme dei miei amici [e amiche] non esagero) scartabellavo fra i cassetti stracolmi di appunti "del mio cervellino" (come lo ha definito in un occasione il mio dominus) alla ricerca degli appunti per le varie voci del dizionario. Ad un certo punto la voce della mia coscienza mi ha suggerito "dolce Chiara! Con i tempi che corrono oggi, cosa c'è di più malinconicamente desueto di un governo della prima Repubblica?!"
E quindi: ma ve li ricordate i governi della prima Repubblica? Io no, perchè sono nata nel 1992, sono una vera e propria figlia del berlusconismo, eppure i fasti e le gioie della prima Repubblica sono stati tramandati per via orale ( e social) fino ai giorni nostri, tanto da far sentire le generazioni successive, in primis la mia, tanto coinvolti da sembrarci quasi di averli vissuti.
Per esempio; vogliamo parlare dei governi che non riuscivano ad arrivare alla fine della legislatura? No aspetta, quello è rimasto invariato anche dopo, proviamo a cambiare argomento: vi ricordate di quando ad ogni maledetta elezione, alla fine vinceva sempre la DC? Oppure di quella volta che Bettino Craxi formò il cosiddetto "pentapartito"? Noi oggi per "pentapartito" intendiamo ben altro, anzi, pardon, non intendiamo un partito, bensì un movimento, e quasi vien da pensare che alla fine tutto cambia per non cambiare nulla.
Craxi ai tempi di mani pulite disse "hanno creato un clima infame" e se ci pensate forse la frase è ancora attuale (e ben riciclabile) ai giorni nostri. E dunque, se le differenze fra le due Repubbliche non sono poi così tante, è davvero cambiato qualcosa?
Ebbene sì, qualcosa è cambiato: l'elettore. Che è diventato più ignorante. Ma non nel senso che è diventato un imbecille, ma nel senso che ignora, non conosce.
Perchè se devo leggere in giro lo sdegno di quanti lamentano la mancata elezione del presidente del consiglio dei ministri direttamente per mano popolare, si ingorano diverse cose, in primis la carta costituzionale.
così come si ignora che non sarebbe possibile indire referendum sull'uscita dall'Unione europea o un ritorno alla lira, per dire.
Si ignora anche, a mio dire, il ruolo che rivestono alcuni soggetti del panorama politico: ad esempio, se Salvini, formalmente, è un eurodeputato, ma come fa a passare mesi senza uscire dai patrii confini?
ma ciò che più di ogni altra cosa l'elettore della Repubblica 2.0 dimostra di ignorare sui social è un uso corretto della grammatica italiana; proprio la lingua, che di un paese costituisce l'essenza nazionale, nella battaglia social da "prima gli italiani, abbasso gli immigrati" è la nostra quotidiana Solferino.
Mi chiedo: che l'elettore abbia sviluppato tutta questa ignoranza (= non conoscenza) solo negli ultimi ventiquattro anni? La mia personale risposta è no, ma cosa vuole che le dica signora mia: "verba volant, scripta manent, birra tennent's"; nell'era dei social ogni commento che viene scritto diventa un marchio indelebile della nostra mancata o presunta conoscenza, pertanto è un qualcosa che rimane ad imperitura memoria.
In un post più nostalgico di una canzone dei Thegiornalisti, voglio lasciare agli aficionados della politica italiana un barlume di speranza: tutti vanno via, tutti affondano, tutti, chi prima, chi dopo, viene sommerso da una pioggia di monetine,ma solo uno, sul suo panfilo, non affonda mai: Massimo D'Alema.

martedì 29 novembre 2016

il mio primo Erasmus +: Finding N.E.M.O. (Natural EnviroMental Orientation

Accade che nella vita pensi che il treno dell'Erasmus passi una volta sola nella vita, che una volta che lo hai preso (o non lo hai preso), dopo un lungo giro ti rilascia più o meno alla stessa stazione di partenza, carica altri passeggeri e ti lascia lì, con molti bagagli in più.
Poi però ti accorgi, iscrivendoti a qualche sito di annunci di lavoro e stage, che fra un annuncio e l'altro continua a rimbalzare la parola Erasmus +. Ma perchè, una volta laureata, ad università finita, o ad università neppure iniziata, si può ancora parlare di Erasmus+?
Ebbene, fra un passaparola e l'altro, compili l'application per sbaglio, e dopo due mesi sei lì, su un volo diretto ad Atene, senza avere la più pallida idea di cosa andrai a fare.
D'accordo, andiamo con ordine, perchè ho intenzione di dirvi tutto quello che c'è da sapere sul progetto europeo Erasmus plus.
Innanzitutto: cos'è? è il programma pensato dall'Unione Europea in tema di mobilità inerente l'istruzione, la formazione, la gioventù e lo sport. Oltre a comprendere il ben noto programma di scambio universitario, vi rientrano anche scambi interculturali, training course, Servizio di volontariato Europeo.
chi può partecipare? studenti di ogni ordine, formatori e professionisti di aziende, insegnanti e professori addirittura!
Uno degli obiettivi chiave, infatti, è alzare il livello di formazione in Europa e favorire la mobilità europea; non l'Unione Europea delle banche, ma dei cittadini, una Unione che vuole formare una nuova classe dirigente, che punta non solo alle conoscenze, ma alla formazione individuale.
Dette (e lette) tutte queste cose, una mattina di settembre compilo la mia application per uno scambio giovanile dalle tematiche strafighe: "Finding N.E.M.O." un progetto che coinvolge otto paesi (Germania, Italia, Grecia, Spagna, Turchia, Lituania, Polonia e Croazia) avente l'obiettivo di avvicinare i giovani alla natura e ad uno stile di vita salutare, il tutto in un ambiente dinamico e multiculturale.
Dopo qualche settimana Mattia, il Presidente di SOS Europa, associazione italiana partner del progetto, mi ha chiamato per dirmi che ero stata selezionata.
Fino al giorno stesso della partenza non sapevo bene cosa aspettarmi, e appena salita sull'aereo ho avuto un po' il timore di aver fatto una cazzata.
poi l'aereo si è sollevato da terra, ho lasciato in Italia le ansie e lo stress,ho chiuso gli occhi mentre volavo sopra Corfù e Corinto e all'ora del tramonto mi trovavo con gli occhi rivolti verso il mio mare greco, in un pic up con ragazzi polacchi, greci e spagnoli.
In questa settimana abbiamo fatto di tutto: riflettuto sulle abitudini alimentari, approfondito le dinamiche dell'economia rurale tipico della fascia costiera greca, sono andata a cavallo, tirato con l'arco e osservato il golfo di Megara dall'alto di una pineta scoscesa a strapiombo sul mare.
In più di un momento ho avuto modo di trovarmi da sola con me stessa e riflettere su quanto mi stava succedendo attorno: poco dopo le sette dalla mia finestra vista mare vedevo spuntare il sole: infilavo un maglione e scendevo in spiaggia, per ringraziare dello spettacolo della natura.
è stato bello venire a contatto con culture diverse, imparare a dire ciao in altre sette lingue, a mangiare biscotti al cioccolato croati o il pismaniye turco (ma che bontà divina è????), scambiarsi esperienze davanti ad una birra (o un pita ghiros!).
Onestamente non credevo che questi otto giorni all'ombra di Atene potessero lasciarmi così tanto in termini umani, non immaginavo possibile affezionarsi, in così breve tempo, a persone fino a qualche settimana fa sconosciute.
A dare ancor più valore simbolico a questa esperienza è stato concludere il tutto ad Atene, a vedere il mondo dall'alto dell'Acropoli. all'ingresso al sito archeologico c'è un cartello: in inglese e in greco dice "L'europa è nata qui".
Mentre guardavo il flusso di persone scattare foto al Partenone, ho pensato a tutte le volte in cui, insieme agli altri ragazzi, all'inizio di ogni attività, ci disponevamo in cerchio per ascoltare.
Ho pensato alla bandiera dell'Unione Europea, non concentrandomi sullo sfondo blu o il numero di stelle, ma sul cerchio: la figura perfetta che tutto include e che nulla lascia al di fuori di sè.
Voglio pensare che questo cerchio virtuale, questo sogno immaginato decenni fa, siamo noi giovani, che viaggiamo grazie all'Unione senza confini, che approfittiamo delle opportunità che ci garantisce, che le condividiamo con quanti non le conoscono per rendere questo cerchio fatto di stelle ancora più grande.
il giorno prima della partenza ho espresso questo stesso pensiero mentre ero in cerchio insieme a tutti i miei compagni di avventura, su una spiaggia fatta di ciottoli, all'ora del tramonto.
Non pensavo che le mie parole potessero avere un forte impatto, eppure una ragazza si è avvicinata a me in lacrime, dicendomi "con le tue parole hai toccato la mia anima".
Ho acquisito la consapevolezza di ciò che avevo detto solo in quel momento, e l'ho capito fino in fondo.
vorrei trovare un modo per non spezzare questo cerchio magico che si è creato una settimana fa fra questi quaranta ragazzi provenienti dai quattro angoli d'Europa e che si crea ogni volta che inizia un progetto erasmus plus. ho capito che il mondo per non spezzarlo era uno solo: diffondere la mia esperienza.
è uno spazio piccolo questo blog, neanche così frequentato, eppure se riesce ad arrivare anche ad uno solo dei miei lettori, credo che avrò onorato il desiderio di Europa che tanto mi ha rincorso in questa settimana, in questi anni.
Ringrazio SOS Europa per questa esperienza forte, sperando sia la prima di tante altre.
Grazie ai ragazzi di Youth Horizons, che a Megara ci hanno accolti con un calore inimmaginabile.
Grazie ai volti dei miei 39 compagni di viaggio.
Caring is sharing.
p.s. "una faccia una razza" is the real power.

lunedì 7 novembre 2016

GNAM! (Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma)- e vedi che ti mang...vedi

immancabile come la visione dei dati auditel il giorno dopo la finale del Grande fratello (vip), anche questo mese abbiamo un inserto dedicato alla cultura; io e Duci abbiamo visitato per voi la GNAM, la Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma.
Ma come fanno i nostri eroi a farsi un museo al mese, pur essendo squattrinati e senza una lira? Molto furbescamente, noi due sappiamo approfittare da un evento per il quale bisogna fare un grande plauso al ministero dei Beni culturali: ogni prima domenica del mese tutti i musei statali sono gratuiti per tutti, cittadini italiani e stranieri.
E perdersi nel maestoso atrio della GNAM in una domenica uggiosa di novembre è tutto ciò che si potrebbe chiedere.
La scelta tattica è stata perfetta: il museo è così grande che non soffre problemi di sovraccarico: la struttura che ospita la galleria è il Padiglione delle Belle Arti costruito da Cesare Bazzani a Valle Giulia, scelta nel 1911: inizialmente la scelta viene criticata, soprattutto per la sua posizione fuori mano, con il tempo però si dimostra vincente, e ad oggi in quel di Valle Giulia, fra Villa Borghese da un lato e il Museo Etrusco dall'altro, l'originario sogno del "tempio delle arti" voluto da Bazzani sembra compiuto. 
La Galleria ospita dei veri capolavori: da molto tempo desideravo ritrovarmi viso a viso con la "psiche svenuta" di Pietro Terani, o ammirare la possanza della monumentale opera di Antonio Canova che raffigura l'ira di Ercole e le sventure di Lica. 
Le ninfee rosa di Monet e le tre età della donna di Klimt sono alcune delle opere più famose che la Galleria racchiude, ma al suo interno è possibile ammirare le corse dei cavalli con gli occhi di De Nittis, o inseguire il punto di fuga nel sole dipinto da Giuseppe Pelizza da Volpedo. 
Fra un Boccioni e un Mondrian, fra i ritratti di Modigliani e le enormi tele di Giuseppe Aristide Sartorio, se c'è una cosa che davvero è curiosa osservare è la fauna che popola il museo.
Difatti, in tre ore a zonzo per la Galleria, ecco cosa abbiamo visto:
-famiglie con molti bimbi al seguito, età media 6 anni (il che è un dato decisamente positivo, educhiamo i bambini all'arte!);
-giovani future coppie, dove lui sfodera tutte le sue conoscenze in storia dell'arte e lei fa finta di non sapere;
-il radical chic, declinato in tutte le sue forme: quello con il capello sfatto e la barba incolta, il gilet due taglie più grandi, cappelli sgargianti e l'immancabile occhialetto di corno;
-Giapponesi, giapponesi ovunque;
-turisti stranieri (li riconosci dall'abbigliamento: mentre tu sei avvolto da otto sciarpe, loro vanno in giro in bermuda e top);
-studenti dell'accademia delle belle arti;
-uomini con i baffoni a manubrio (neppure Kandinskij avrebbe saputo disegnarli più precisi).
è inutile dire che, di tutte queste, la categoria che mi ha colpito di più è quella dei baffoni, perchè ho temuto, con loro in giro, qualcuno potesse finire a mangiare bambini, una ghiottoneria per i comunisti baffuti, soprattutto perchè senza olio di palma. 
La Galleria Nazionale, con i suoi capolavori nascosti e la sua possente struttura, vi aspetta.
Time is out of joint now.   

domenica 16 ottobre 2016

DilloConUnLibro: “Nuovo dizionario delle cose perdute” di Francesco Guccini

Molti di voi conoscono Francesco Guccini solo per le sue meravigliose canzoni o per i racconti fra mito e leggenda dei suoi concerti (e io sono stata una delle ultime fortunate elette ad aver assistito al suo ultimo tour; magari un giorno vi racconterò del delirio che si crea quando si sentono le prime note della Locomotiva); tanti non sanno però che Guccini è anche un finissimo scrittore, e il suo argomento preferito è il racconto di ciò che non c’è (o non ci può essere) più.
“Nuovo dizionario delle cose perdute” arriva dopo un primo dizionario che il cantautore bolognese aveva scritto nel 2012, ma così tanti furono gli oggetti e le situazioni passate emerse dalle maglie della sua memoria che ha avvertito l’esigenza di scrivere un nuovo dizionario, per ricordare a noi nati (quasi) nel nuovo millennio che esisteva un periodo in cui le cabine telefoniche servivano per chiamare gli amici lontani e non solo a Nembo kid (Nembo chi?) per infilarsi il costume da supereroe, il bucato non si faceva nelle lavatrici e che le catene di Sant’Antonio sono sempre esistite, ma non arrivavano tramite messaggi whatsapp, bensì per posta.
                                                             
È un continuo richiamo ad un Italia (o forse ad un mondo) che non c’è più, che è rimasto racchiuso fra le pagine ingiallite degli elenchi telefonici o fra scaffali alti e polverosi delle drogherie, un mondo migliore quello che è stato per Guccini, anche se io, nonostante il mio amore smisurato per lui, non riesco a condividere, e non solo perché sono “figlia del mio tempo”. Strano ma vero, ma molte delle situazioni da lui raccontate io le ricordo bene: mi ricordo di quando feci la mia prima gita di classe ad Altomonte in terza elementare e di mio papà che mi comprò una scheda telefonica da 5000 lire per chiamare casa, o dei fogli di carta carbone che mia mamma conservava nei cassetti della sua scrivania da impiegata statale, anche se, lo ammetto, non ho mai capito come funzionassero. È vero, non ho mai visto un carro gommato, né le strade completamente sgombre di macchine da poter giocare tranquillamente per strada, ma chi non è stato curato dai raffreddori con i rimedi della nonna? Oppure chi, da bambino la sera della vigilia non vedeva l’ora che il babbo si accorgesse delle letterine di Natale sotto il piatto?

Per Guccini nutro un rispetto profondo, la sua voce è stata di compagnia durante il periodo che mi ha traghettato dalla spensieratezza a pensieri più maturi, ancora oggi le mie canzoni preferite appartengono al suo repertorio, però una cosa che non mi piace di chi arriva all’età della saggezza è questo voltarsi indietro e dire “era meglio allora”. Perché magari il suo ricordo del bucato lavato con la cenere era poetico, ma sono abbastanza convinta che la lavatrice sia sicuramente meno faticosa e più redditizia, e sarebbero d'accordo con me tutte le lavandaie delle passate generazioni.
Non ho compiuto ancora venticinque anni, eppure di cose che ormai sono cadute in disuso ne ho viste tante: ma dico, ve le ricordate le videocassette? O gli squilli che si facevano fra amici per dire “ti penso”? Per copiare durante la versione di greco qualche anno fa noi usavamo bigliettini volanti e trucchi degni del mago Casanova; cosa ne sanno gli studenti di oggi cercare sul Rocci proprio la frase di Senofonte presente nella versione quando oggi hanno gli smartphone e in meno di cinque minuti tutte le opere senofontee tradotte in tre lingue a portata di dita? Loro non potranno raccontare delle soluzioni del compito di matematica che arrivavano in classe nella busta dei panini, ma avranno il loro mondo, le loro storie da raccontare.

 Il Nuovo dizionario resta però una lettura da fare per chi, come me, adora sentir raccontare storie. E siccome questo sentir narrare storie fa venire a mia volta in mente storie che vanno raccontate, colgo l'occasione di questo spazio per annunciare una nuova rubrica del blog, ovvero "Il dizionario delle cose perdute 2.0". In memoria di tutte le cose perdute e a quelle che verranno, e che oggi ci sembrano indispensabili.

Titolo: Nuovo dizionario delle cose perdute
Autore: Francesco Guccini
Editore: Mondadori
Pagine: 148

Prezzo: 10,20 €

domenica 9 ottobre 2016

Mostre a Roma: LOVE al Chiostro del Bramante

Su questo blog, fra serio e faceto, affrontiamo pagine di vita in ordine sparso: esperienze personali, libri, serie tv, momenti di sclero, racconti di vita quotidiana.
Apriamo il mese di ottobre con un inserto culturale: sono pronta a raccontarvi la mostra "LOVE" al chiostro del Bramante.
Premessa necessaria: non sono un'amante dell'arte contemporanea, non ho la sensibilità giusta per capire subito cosa un artista vuole dire con la sua opera.
Ora, se fossi stata una persona seria che vuole fare una recensione di una mostra, prima spiegherebbe di cosa si tratta, se è una esposizione su un tema o su un artista, obiettivi della mostra, breve storia degli artisti e via discorrendo, io invece, che sono una perfetta signora Nessuna, ho introdotto il discorso con una premessa evidentemente inutile al nostro discorso.
Molto bene, continuiamo a raccontare allora perchè ho deciso di andare ad una mostra che, di per sè, sembrava non mi interessasse.
Il motivo per cui ho deciso di andare, devota e pellegrina, verso il chiostro è che chi cura le mostre di questo polo espositivo deve essere una persona che, evidentemente, ci sa fare. E anche i social media manager ci sanno fare, e pure parecchio, perchè a furia di vedere i profili social del chiostro ho capito che rischiavo di perdere l'evento culturale dell'autunno, e così mi sono portata dietro l'Ing. e, allegramente, abbiamo zompettato fino a piazza Navona.
La mostra inizia già nel Chiostro: due quadrati di lettere di Robert Indiana, LOVE e AMOR fanno bella mostra di sè, davanti agli occhi dei visitatori.
E noi chi siamo, dal rifiutarci di fotografarli e fotografarci con le opere? Io, vestita in perfetto stile Instagram mi sono posata languida e a più riprese sulle opere, facendo finta di non sapere di essere immortalata dall'Ing.
Si vede che non mi ero AFFATTO ACCORTA di essere fotografata? Bene, perchè è essenziale questo atteggiamento se vuoi fare un Instagram dall'alto tasso culturale.
Vabbè, dopo essermi spalmata per mezz'ora su ogni lettera, finalmente siamo entrati nel vivo della mostra. L'audio guida è inclusa nel prezzo del biglietto ed è fondamentale: quel gran genio che ha curato la mostra ha creato ben cinque diversi percorsi audio e tu, spettatore attento e radical chic, dovresti decidere il profilo giusto sulla base delle tue sensazioni.
Io ho scelto DAVID, che mi si è presentato così: "Un uomo senza tempo e senza età. Come and dream by me".
Sono troppo, ma troppo radical per non scegliere un profilo del genere.
il profilo dell'Ing.; AMY: "Sono la ragazza della porta accanto. Ascoltami che ti stupirò"
L'Ing. è troppo, ma troppo sgallettato per non scegliere un profilo del genere.
La mostra inizia e DAVID comincia a cantare canzoni suadenti alle mie orecchie ad ogni opera che sfila di fronte a noi. Grazie al cielo sono radical, troppo radical, per trattenermi dal tirare l'Ing. dentro il primo angolo appartato per fare camporella. Oh, d'altra parte si parla di amore, baci, carezze, canzoni romantiche: questa mostra potrebbe essere più efficace di una qualsiasi campagna sul fertility day della Lorenzin.
DAVID e AMY ci spingono da una stanza all'altra: Marc Quinn rappresenta un amore lussureggiante e graffiante insieme: fiori coloratissimi attaccati alle pareti e, al centro di una grande sala, una statua che immortala un bacio fra due innamorati: lei senza un braccio, lui con gli arti superiori atrofizzati.
L'amore non conosce linee perfette.
Una Marilyn Monroe di Andy Warhol  lascia il posto alle opere scritte di Tracey Emin: "My forgotten heart", scritto con il neon, freddo e imperituro.
Se con le sculture di Francesco Vezzoli ci si diverte, Joana Vasconcelos un enorme cuore rosso fatto di posate di plastica si muove e canta sulle note e con la voce di Amalia Rodriguez, regina del fado.
Che ve lo dico a fare, anche in questo caso sono stata DISTRATTAMENTE fotografata.
Ovviamente, da regina dei social qual sono, l'istallazione che più mi ha colpita è quella di Yayoi Kusama e la sua "Infinity mirrored room, All the eternal love I have for the pumpkins".
Sì sì, avete capito bene: in questa istallazione ci sono specchi e zucche insieme. Cosa c'entri con il tema dell'amore una stanza piena di specchi insieme a delle zucche psichedeliche personalmente non lo so, probabilmente le zucche sono un feticcio della Kusama: lei le zucche, io le puntate di "Beautiful", ognuno ha il suo. Per certo, posso dire che l'installazione è davvero ben riuscita, e 20 secondi da trascorrere in solitaria nella infinity room sono più che sufficienti; credo che se fossi rimasta qualche secondo di più mi avreste trovato con mazzi di capelli in mano.
 Giusto per rendere l'idea.
La mostra ci è piaciuta? Moltissimo, anche perchè quei geniacci che lavorano al chiostro hanno reso la mostra decisamente social, permettendo di fotografare tutte le opere e creando anche un hastag ad hoc, #chiostrolove. Noi siamo malati di social, figurarsi se potevamo tirarci indietro.
è davvero l'evento culturale della stagione? Assolutamente sì, perchè è una mostra ambiziosa e sa soddisfare a pieno il suo pubblico. 
ANDATE ANDATE ANDATE!
perchè sarà una mostra di cui vi porterete dietro l'indelebile e psichedelico ricordo.
(per maggiori informazioni/orari/prezzi/altri artisti in mostra vi invito ad andare qui.)

mercoledì 28 settembre 2016

Quando sei raffreddato non puoi più nasconderti

Io ho un sistema immunitario abbastanza efficiente: non mi sento di definirlo una sorta di Alcatraz dei germi, che li imprigiona tutti senza evidenti segni di disagio esterni al corpo, ma si avvicina di più al Castello d'If del Conte di Montecristo, dove non c'è possibilità di evasione se non una volta su un milione. Il problema è che quella volta ogni morte di papa che ti ammali, è sempre il momento sbagliato, come ad esempio questa settimana.
 Dal momento che ho passato un'estate di nulla cosmico, in cui la massima attività fisica è stata passare dal letto al divano, con qualche sosta al tavolo per i pasti e alla toilette, a settembre ho deciso di partire non con 1, non con 2, ma bensì con 3 attività. Sono quindi evidentemente già prossima all'esaurimento, ed è forse per questo motivo che un microbo, novello Edmond Dantes, ha deciso di evadere dalla morsa del mio inquisitorio sistema immunitario ed infettarmi con un banalissimo raffreddore.
 Ammetto che ci ho messo del mio, uscendo un sabato sera a mezzanotte con un maglioncino così leggero che avrei fatto prima a girare nuda e probabilmente sarei stata più coperta, ma quel microbo sabato sera deve aver intercettato la mia stanchezza e immagino abbia voluto rimediare a modo suo, costringendomi a letto.
 E così, se lunedì avrei dovuto trascorrere il pomeriggio insieme a mia mamma, venuta dalla Calafrica appositamente per me, abbiamo passato il lunedì sera con coperta in pile e Pechino Express.  Se martedì sarei dovuta essere in ufficio dove sto ultimando le ultime ore di un tirocinio formativo, sono rimasta a casa ad analizzare gli andamenti della mia febbricola, più altalenante delle montagne russe.
 Oggi invece è mercoledì e avevo chiesto alla mia salute di venirci incontro, perchè è stata una giornata importante: il mio primo giorno di pratica legale, ovvero l'inizio dello sfruttamento per i prossimi 18 mesi. Niente da celebrare in pompa magna, ci mancherebbe, e devo dire che alla fine con la mia salute abbiamo trovato un compromesso.
Niente febbre stamattina.
Solo raffreddore.
Ora, immaginate me, giovane e intimorita, entrare in un biblioteca giuridica insieme ad altri 50 ragazzi più o meno della tua età, con i tuoi primi fascicoletti in mano. Vuoi fare una buona impressione, iniziare a dimostrare che sei una tosta, determinata, decisa, sicura di te, che te voj già magnà er monno, diventare una regina del foro, e invece il massimo che riesci a fare è tirare su col naso.
Per otto ore e mezzo.
Alternato a rumorosi soffiamenti di naso.
E a qualche fragoroso starnuto qua e là.
Sei tu, i tuoi fascicoletti, i tuoi orecchini di perle da brava ragazza, la camicina nera con il collo alla peter pan e un memorabile naso rosso.
Io non so che impressione ho dato ai miei colleghi, avranno sicuramente pensato che so na piattola, che c'è chi sta peggio al mondo, ma anche chi sta meglio, tipo tutti quelli che al momento non hanno il raffreddore.
Soprattutto, se c'è una persona che sta benissimo anche con il raffreddore è la tizia che fece la pubblicità del tachifludec un milione d'anni fa: ve la ricordate? La tizia che doveva uscire con l'amica, si trascina fino ad un bar sotto la pioggia, racconta tutti i sintomi all'amica che pare più un bollettino medico di morte imminente, e se tu, uomo comune, in questo caso anneghi la tua disperazione in una dormita profonda con relativa sbavazzata sul cuscino causa naso chiuso, lei invece, serafica e perfetta, chiede al barista "un po' d'acqua calda per favore".
Beve la pozione magica (che per inciso ha davvero un saporaccio).
Il tempo di una digestione rapida di un micro secondo e sta già benissimo.
No naso chiuso, no borse sotto gli occhi, no bocca impastata, saliva corrosiva che ti manda in fiamme la gola, dita sudate da febbre, capelli metà appiccicati in faccia, metà per aria.
No tachiflù, non ti userò mai più, perchè dopo averti preso la febbre mi è salita a più di 38.
Userò solo e soltanto il Vivin C, che mi ha conquistato sin da bambina grazie a questo spot.
(Solo ora ho capito che la musichetta cantava "Vinci vinci, con Vivin C". Io credevo solo ripetesse fino allo sfiato Vivin C. I traumi.)
https://www.youtube.com/watch?v=UsocStITYws

mercoledì 21 settembre 2016

DilloConUnLibro: “L’amante di Lady Chatterley” di David Herbert Lawrence

Dal momento che sono una grande amante dei classici della letteratura, ultimamente nella mia fame atavica di storie alterno ultime uscite con i classici mancanti alla mia collezione di letture, e grazie ad uno dei primi e proficui scambi su acciobooks sono riuscita a mettere le mani su una edizione d’antan de “L’amante di lady Chatterley”, ritornato in auge in questo periodo per ben due motivi: perché sono trascorsi ben 55 anni da quando il velo della censura è stato tolto dall’opera di Lawrence, permettendo così la stampa e messa in vendita del libro in Gran Bretagna, e perché ho visto l’ultima serie tv in ordine di tempo tratta dal libro, con un sempre aitante Richard Madden. Come mia consuetudine ho prima letto il libro, di cui non avevo maturato un ottimo giudizio, e dopo ho visto la serie tv, nella speranza che Richard compiesse il miracolo di farmelo piacere; e in effetti c’è riuscito, con la differenza però che la serie l’ho trovata terribile e lontana dal romanzo in modo scontato e crudele, mentre ho rivalutato il romanzo.

 Andiamo prima ai fatti: la giovane Constance sposa il nobile Clifford Chatterley dopo aver trascorso la sua giovinezza in giro per l’Europa. Non fanno in tempo a fondersi di felicità per le nozze compiute che il giovane Lord viene spedito sul fronte del primo conflitto mondiale, da cui tornerà sì vivo, ma paraplegico, rendendo la vita, sessuale e non, della curiosa e instabile Connie piatta e grigia. Nel bel mezzo del grigiore dell’Inghilterra più autentica compare l’aitante guardiacaccia della tenuta dei Chatterley, Oliver Mellors, che risveglierà le pulsioni sessuali e vitali di Connie.

 Cominciamo da una precisazione: avete presente quando leggete i commenti alla saga di “cinquanta sfumature” che lo apostrofano come un romanzo erotico ed hot? Ecco, di fronte all’opera di Lawrence la nostra E.L. James fa onestamente una bruttissima figura: non me la sono sentita di leggere tutta la saga, ho letto solo alcune pagine “piccanti”, e diciamo che il confronto con un romanzo scritto nel lontano 1925 fa sembrare cinquanta sfumature un libro per educande. L’amante di Lady Chatterley è un vero esempio di romanzo erotico, non risparmia nessun dettaglio sul piacere declinato al maschile e al femminile e le moderne traduzioni in italiano rendono vividamente il vocabolario scurrile e realistico usato da Lawrence (semmai vi dovesse capitare fra le mani la prima traduzione del romanzo risalente al 1945, troverete traduzioni molto fantasiose per on turbare la pubblica morale, come ad esempio il vero to fuck tradotto costantemente in italiano con il verbo baciare… proprio quello che voleva dire Lawrence insomma!).

 Personalmente non sono tanto gli aspetti erotici del romanzo ad avermi colpito, quanto altre tematiche davvero molto forti, su tutte la condizione sociale della classe operaia nei primi decenni del Novecento in Gran Bretagna, ma anche il complesso mondo femminile descritto.
 Ecco ad esempio un passo del libro:
” Il parco confinava con tre delle sue miniere. Era stato un uomo di vedute larghe e generose e praticamente aveva aperto il parco ai minatori. Non erano stati loro che lo avevano fatto ricco? Perciò, quando vedeva quei gruppi di uomini malandati aggirarsi intorno ai suoi stagni ornamentali- non nella parte privata del parco, no, lì aveva segnato un preciso confine- diceva “Forse i minatori non sono decorativi come i daini, ma rendono molto di più”.   
Ammetto che mi ha scioccato più questo passo che tutti i racconti sulle notti di passione fra Connie e il guardiacaccia. Certo, non mi aspettavo un romanzo alla morale cristiana del “siamo tutti fratelli, abbasso le schiavitù”, ma ad avermi colpito è il sentimento di Connie riguardo le differenze di classe, che lei respira e vive allo stesso modo. I suoi viaggi in giro per l’Europa l’hanno resa una donna emancipata fino ad un certo punto, purchè non si tratti di restringere i privilegi che la sua conformazione sociale si è guadagnata negli anni. Nonostante nutra un amore sincero per un uomo dalla estrazione sociale decisamente bassa, in tutto il romanzo il suo pensiero è uniforme alla sua classe sociale, ovvero la netta e abbietta inferiorità sociale di qualsiasi classe di lavoratori. Mentre in alcune parti del mondo si faceva strada la self made man philosophy, in altre parti del mondo si cercava ancora un legame divino fra un qualsiasi Dio e la corona.
 Innovativo resta comunque il ruolo della donna in questo romanzo: Connie è la classica esponente del Bovarismo, riesce a trasmetterci tutta la sua inquietudine fra la realtà cui appartiene e quella cui aspira. Porta la sua impossibile storia d’amore fino a raggiungere toni di forte lirismo bucolico, ed è proprio lei, donna, che se ne rende prima attrice. La donna che finge di essere oggetto di pulsioni, non solo sessuali, per condurre la storia esattamente dove vuole lei, se ne rende protagonista. Questo è il motivo per cui, nonostante il romanzo di per sé non mi è particolarmente piaciuto, porterò sempre con me qualcosa di Connie, piccola rivoluzionaria che riuscirà a mettere in prima linea il proprio piacere, espresso in tutte le sue forme, di fronte alle regole morali e sociali.
Connie è femminista senza esserne pienamente cosciente, proprio per questo deve piacere ad ognuna di noi.
Titolo: L’amante di Lady Chatterley
Autore: David Herbert Lawrence
Editore: Garzanti

Pagine: 377

martedì 13 settembre 2016

Molti mi dicono che ho occhi da orientale

Molti mi dicono che ho occhi da orientale.
Non ci ho mai pensato fino a quando non sono arrivata all'università e un mio amico mi fece notare questa cosa. In seguito, qualche mese dopo feci conoscenza di altre persone e una di loro mi disse: "Hai gli occhi di una principessa persiana." Qualche anno dopo, in Erasmus, in molti mi scambiavano per una indiana, ad oggi confermata come la somiglianza più accreditata. è inutile dirvi come questa cosa mi abbia fatto andare in fissa con i sari indiani e i film di Bollywood, passando anche per i tatuaggi all'hennè sulle mani.
 Mia nonna ha proprio la faccia da turca, mio zio, mia zia e mio padre hanno il viso turco. Quando ho detto questa cosa a mia nonna, lei mi ha ribattuto a più riprese "Noi siamo cattolici da generazioni", cosa che non metto in discussione ovviamente, ma non è certo colpa mia se i tratti moreschi ci sono. Tutte le mie sorelle hanno ovviamente ereditato i colori scuri, io invece, avvertita l'esigenza di differenziarmi dl resto della mia famiglia sin da quando avevo le sembianze di una morula, ho ereditato colori non propriamente tipici della gente del Sud: pelle e occhi chiari, capelli biondi alla nascita, scuritisi nel tempo. Una leggenda narra che la mia bisnonna materna fosse molto chiara. Che sia il frutto di ascendenze angioine? Non ci è dato sapere, per certo in Calabria si dice che le donne più belle vengano dai monti, dove la terra le ha generate dai capelli scuri e i lineamenti chiari e delicati, come la mia bisnonna.
 Naso decisamente mediterraneo, alta quanto basta per arrivare ai pedali della macchina, cosa che cerco di dissimulare portando quasi sempre scarpe alte, a differenza di mia sorella più piccola, alta come una colonna, come il mio nonno paterno, alto e dai capelli rossicci, un po' crucco, un po' irlandese.
 E se conosco gente alta quasi due metri, caratteristica tipica del nord Europa, il nostro dialetto è infarcito di parole greche, cui si aggiunge un substrato consistente di termini ed espressioni spagnolissime, un gusto artistico decisamente iberico, un senso della moda a tratti opulentemente barocco rococò, a tratti gitano, parole dialettali e italiane di origine araba, costruzioni sveve.
 Questa riflessione è servita in questi anni a me per comprendere che "la razza", se vogliamo freddamente chiamarla così, non è statica, ma si evolve e si connota di ciò che le sta intorno. Tutto fa Italia e italiano ormai, eppure quegli elementi che compongono la normalità delle nostre azioni sono ricche di esperienze altrui. E se alcuni elementi che inevitabilmente minano alla "purezza" italiana ormai fanno figo, come l'uso dello slang inglese o il sushi del lunedì, ho difficoltà a capire perchè altre possibili e non più future, ma presenti, esperienze di intercultura ci spaventino tanto. Cosa temiamo esattamente dell'altro? Cosa non ci rappresenta di più e unisce agli altri dell'appartenere tutti al genere umano?
Senza la scoperta delle Americhe non ci sarebbe stata la pizza Margherita co a pummalora 'ncoppa, senza il Celeste impero non avremmo imparato a filare la seta, veneriamo un Dio nato in Medio Oriente con un colore della pelle diverso dal nostro. Chissà se in tutti questi secoli abbiamo mai riflettuto sulle mescolanze di usi, costumi e pelli; tutto sommato il risultato finale non è stato così male.
Perchè dovrebbe esserlo in futuro?

venerdì 2 settembre 2016

DilloConUnLibro: "Minchia di re" di Giacomo Pilati

Come vi avevo già annunciato nel post di lunedì, oggi, primo venerdì del mese di settembre vi avrei consigliato un libro da leggere nel caso foste ancora sotto l'ombrellone, foste a casa ma ancora in ferie, a lavoro ma avete voglia di leggere un romanzo che ha un incredibile profumo di mare. Mi ero ripromessa ce avrei fatto uscire la recensione entro l'ora di pranzo, poi è successo che mi sono chiusa su una serie tv e mi sento come in una nota canzone di Lucio Battisti ("Che anno èèèèè, ce giorno èèèèèè" per intenderci).
 Nel post di oggi parlo di un libro che desideravo leggere da tempo, che difficilmente ho trovato in giro di cui sono riuscita finalmente a venire in possesso tramite uno scambio fortunatissimo su acciobooks. "Minchia di re"viene pubblicato nel 2003, riceve il plauso di Andrea Camilleri, che quando si trova fra le mani un libro ben scritto e ambientato in Sicilia si infiamma come pochi, diventa film nel 2009 con un titolo quasi più romantico, ovvero "Viola di mare",  con un cast fantastico che vanta nomi come Isabella Aragonese e Valeria Solarino, Ennio Fantastichini e Maria Grazie Cucinotta.
 Siamo sull'isola di Favignana, dopo lo sbarco dei Mille: Pina e Sara sono due bambine nate e cresciute sull'isola e con gli anni si innamorano. La storia viene raccontata dal punto di vista di Pina, che vive con un padre-padrone, una madre succube delle angherie del marito, la zia materna, che vive in casa da suora, con il velo e tutto il resto. Pina farà di tutto per amare la sua Sara, fino a prendere una decisione estrema; passare da Pina a Pino, fingersi uomo con il beneplacito degli abitanti dell'isola, dal Barone all'ultimo dei contadini. Si presta ad uno stravolgimento epocale della sua vita, a prendere in giro se stessa e gli altri, e questo solo per l'amore di Sara.
Tratto da una storia vera, questo romanzo racconta l'omosessualità femminile con parole crude e delicate insieme, non si risparmia nulla, eppure non risulta mai eccessivo, non è volgare, si legge bene anche se fa male, anche se il dolore di Pina per il dover essere altro da sè è palpabile e lo senti tutto tuo. è un romanzo che non ha affatto deluso le aspettative, che mi ha molto entusiasmato, che mi ha rapito dalle prime battute. I punti di debolezza per me sono due: avrei voluto vedere di più Sara: poichè la storia viene raccontata da Pina, di Sara perdiamo le tracce, la ritroviamo, la sua descrizione fisica è minuziosa e fatta di metafore, eppure di lei avremmo voluto sapere di più, avremmo voluto vedere le reazioni della sua famiglia, le sue difficoltà, il suo dolore. Secondo aspetto negativo è il finale, un po' forzato e quasi favolistico a tratti, ma perdonabile grazie alle pagine finali, la chiusura giusta per questa storia difficile.
 Questo è un romanzo che farei leggere nelle scuole, perchè se vogliamo superare l'omofobia, vogliamo andare finalmente oltre le parole offensive, vogliamo costruire una società che riesca ad abbattere le diversità, le storie possono venirci incontro e darci una mano. E poi fa bene anche a noi adulti, perchè i valori che ci formano sono una nostra personale conquista che va alimentata continuamente. E poi è un romanzo ben scritto, che ti fa sentire addosso la salsedine del mare, la sabbia sotto i piedi, il sale di mare negli occhi.
è un romanzo speciale, non perdetevelo.
Titolo: Minchia di re
Autore: Giacomo Pilati
Editore: Mursia editore
Pagine: 182
Prezzo: 13 €

lunedì 29 agosto 2016

DilloConUnLibro: “Caffè amaro” di Simonetta Agnello Hornby

Questa settimana sul blog continuiamo  la nostra rubrica di recensioni di libri da leggere sotto l’ombrellone (non che durante il resto dell’anno ci facciamo mancare il lusso di leggere: da settembre a dicembre è già pronta la lista dei libri da leggere in metropolitana!); gli appuntamenti per questo fine agosto saranno due: oggi daremo spazio allo (s)consigliami un libro dell'estate, venerdì invece il consigliami un libro. Perchè oggi partiamo con una recensione negativa e venerdì con una positiva? Perchè è lunedì e come tutti i lunedì porta con sè noia e tristezza, mentre di venerdì si è più propensi ad accettare buone notizie e buoni consigli (ma anche perchè questa recensione era già pronta e l'altra no, dato da non sottovalutare). Andiamo a noi; poco prima di partire per le vacanze sono andata in libreria alla ricerca di un libro che mi incuriosisse. Ho visto questa nuova uscita, una bella copertina arancione, una giovane ragazza che guarda un punto lontano, una autrice italiana che non avevo ancora avuto il piacere di leggere, un titolo che mi stuzzica: caffè amaro. Dal momento che un libro arancione non lo possedevo dai tempi dei libri della collana del battello a vapore, decido di comprarlo. Il romanzo racconta la storia di Maria, una giovane siciliana nata sul tramontare del 1800 da un padre socialista, che finisce in sposa a Pietro Sala, unico figlio maschio della nobile famiglia aristocratica di Camogli. Accompagneremo Maria nel corso della sua crescita e della sua maturazione come moglie, madre, italiana, si farà introdurre dal marito, molto più grande di lei, agli agii e ai piaceri che il titolo (e chiaramente i soldi) hanno da offrire, ma soprattutto si svelerà al lettore come amante: vedremo una protagonista appena quindicenne che viene introdotta alle gioie del sesso, una “lolita italiana” l’ha definita qualcuno, che non desta scandalo, ma ben coperta dalla sicurezza matrimoniale. Maria resterà sempre vicina e fedele alla sua famiglia, in primis a Giosuè, un ragazzo di poco più grande di lei, figlio del migliore amico di suo padre che lo ha accolto nella sua famiglia una volta rimasto orfano, e i cui legami rimarranno confusi agli occhi di entrambi.
 Ora, in molti mi avevano parlato bene di questa scrittrice; vanta alle spalle diverse pubblicazioni con case editrici molto importanti, non è una neofita nel settore, alcuni suoi romanzi sono stati veri e propri successi negli anni passati. Non so che dirvi, mi fido del parere altrui, eppure per me questo romanzo non decolla. Il personaggio di Maria dovrebbe essere il passepartout di tutta la vicenda, viene disegnato come una donna forte, e sicuramente gli eventi che ha vissuto devono averla resa tale, eppure non è un personaggio che porterò con me nella mia vita di lettrice. Maria no mi ha comunicato nulla. Ho letto tutto il romanzo, denso di fatti e vicende, eppure ho trovato il livello della narrazione molto piatto, meramente esplicativo dei fatti. Non riesco ad essere empatica con Maria o con gli altri personaggi, è come se fossi ferma ad una panchina e vedessi queste storie scorrere davanti ai miei occhi, eppure non ho elementi ulteriori per fare miei i fatti che vedo.
 Il caffè amaro, a mio dire, lo beve il lettore, che dentro questa storia non riesce proprio ad entrare, non riesce a sentire i sentimenti dei personaggi perché non li vive. La delusione per questo romanzo è molta, perché aveva tutte le carte in regola per diventare il romanzo dell’estate, e invece assume a tratti i contorni di un romanzetto rosa.
Titolo: Caffè amaro
Autore: Simonetta Agnello Hornby
Editore: Feltrinelli
Pagine: 348

Prezzo: 18 € 

martedì 23 agosto 2016

conclusioni (non) finali e (non) definitive sul diventare grandi

Cari amici lettori,
oggi parliamo di un evento catastrofico di cui i telegiornali e i programmi televisivi del primo pomeriggio non parlano mai, ovvero diventare grandi. Io infatti non capisco proprio per quale motivo Caterina Balivo in quelle due ore su Rai2 in cui conduce "detto fatto" insegni a cucinare il vitello alla Wellington o a fare palestra sui tacchi, e poi su questo breve, impercettibile e disastroso attimo che ti conduce dalla gioventù alla età adulta non spenda nemmeno una parola. Non che adesso mi senta una donna bella e fatta (pur volendo non potrei farlo, ancora oggi mi chiedono la carta di identità se compro una bottiglia di vino e quando taglio i capelli sembra che ho appena preso la maturità e non la laurea), però ecco, una palestra in pillole sulla crescita e su quello che mi aspettava lo meritavo.
 Mi prendo la briga di compilare io una serie di annotazioni che vi saranno molto utili in futuro, invece se questa fase bella e dannata l'avete passata spero vi faccia sorridere.
 -Quando vi incontrate con le amiche non parlate più di location per i diciott'anni, ma per i matrimoni. E siete tutte d'accordo sul fatto che per fare una figura dignitosa dentro l'abito bianco è necessario almeno un anno di dieta ferrea (d'altra parte alle ultime sfilate della bridal fashion week tutti hanno cominciato a dire che Irina Shayk era incita, mentre semplicemente era il bianco che la incicciottava. E voi non siete Irina Shayk);
 - la gente intorno a te comincia a rimanere incinta, e non per caso, ma per scelta;
 - le modelle e le attrici della nuova generazioni sono ALMENO un anno più piccole di te;
 - nei messaggi la risposta più ricorrente alla domanda "che fai?" non è più "studio", ma "lavoro";
 - da più parti ti fanno capire che un lavoro dovresti trovarlo anche tu;
 - strabuzzi gli occhi quando scopri che i ragazzi che compiranno diciotto anni quest'anno sono nati nel 1998; d'altra parte per te i bimbi nati nel 2011 non dovrebbero ancora aver finito il periodo di gestazione nell'utero materno, e invece fanno già le elementari;
 - molti ti chiedono "ti piacerebbe diventare zia?" quando ti aspetti ancora la domanda "ti piacere avere un fratellino?";
 - non hai ancora superato il dramma della pizza di classe;
 - se al tempo del liceo eri la fidanzatina perfetta per la maggior parte delle mamme dei ragazzi più fighi della scuola, oggi quegli stessi ragazzi strafighi che prima non ti guardavano in faccia la pensano come le loro mamme qualche anno fa;
 - la domanda "quando ti laurei?" è stata definitivamente sostituita da "quando ti sposi?";
 - stare in casa is the new uscire;
 - ti interessano di più i servizi del tg che parlano della disoccupazione giovanile che quelli in cui si parla di cuccioli teneri e adorabili;
 - passi più tempo in banca o alle poste che a comprare scarpe;
 - la competizione fra cugini/parenti che hanno la tua stessa età è diventata ancora più serrata;
 - ti fai la conta chiedendoti fra quanto tempo la coppia di amici X si sposerà e se avrai abbastanza soldi per fare un regalo decente, quando la maggior parte dei tuoi amici in verità aspetta il tuo matrimonio (e allora a voja ad aspettare);
 - Il numero fidato di amici si ridurrà al numero delle dita di una mano. Non è un modo di dire, è proprio così: sono quelli che verranno alla vostra laurea anche se vivono a 200 km, verranno con la valigia alla vostra discussione, conoscono i nomi delle vostre sorelle e vi chiamano al cellulare anche se sono in giro per l'Europa. Sono quelli che una volta ti hanno detto "è bello pensare che in tutti gli eventi belli delle nostre vite l'uno ci sarà per l'altro", voi ai tempi avevate ancora il vocabolario di latino fra le mani e non capivate, ma capisci che il tempo passato ti ha portato proprio lì, ad esserci nei suoi momenti migliori e peggiori, e il vostro amico farà altrettanto per te. Scopri che le canzoni di Max Pezzali e Ligabue sono quasi banali in confronto a quello che la vera amicizia ti fa fare, non i hanno praticamente raccontato nulla. C'è un piccolo mondo formato da quelle persone cui tu ti sei aggrappata e che si sono aggrappate a te quando il resto delle cose intorno si scioglieva come fa la neve ai primi raggi della primavera. Inizia la fase più lunga della vita, quella che dovrebbe portare alle certezze conquistate negli anni; in tutti i piccoli e grandiosi eventi che ti colpiranno quelle quattro o cinque persone che hai stretto nel pugno della mano ne saranno sempre spettatori attivi.

mercoledì 17 agosto 2016

DilloConUnLibro: "Sabotaggio olimpico" di Manuel Vàzquez Montalbàn

Le Olimpiadi mi piacciono moltissimo e, durante i venti giorni circa di competizione, sono perennemente sintonizzata sui canali sportivi gonfia di spirito patrio. Detto questo il mio spirito sportivo si esaurisce qui, non provo grande simpatia per il sudore, i polmoni allo stremo, le forze che vengono a mancare, "l'importante non è vincere ma partecipare" (ma tanto poi vogliono vincere tutti), praticare movimento prima, durante e dopo i giorni del ciclo mestruale, perdere tutte quelle kilocalorie cui mi sono terribilmente affezionata negli anni.
Certo, pratico sport estremi quali salto dal letto, lancio della sveglia, tuffo in doccia e maratona di serie tv, ma la disciplina in cui decisamente eccello è scovare tutto ciò che è mainstream per renderlo tale. Dal momento che per essere mainstream durante le Olimpiadi dovrei capirne di sport, mi sono limitata a leggere qualcosa a tema, ed ho quindi dato il via alla lettura delle storie di Pepe Carvalho così come ce le ha raccontate Manuel Vazquez Montalban. Se questo cognome vi ricorda qualcosa, sappiate che Camilleri è da sempre stato estimatore e amico dello scrittore catalano, tanto da dare il suo nome al nostrano commissario Montalbano. Pepe Carvalho, investigatore privato, e Salvo Montalbano hanno più di una cosa in comune: amano entrambi al buona cucina e le buone letture, hanno un intuito eccezionale nella risoluzione dei casi, vivono storie d'amore tormentate con donne decisamente complicate.
 In questo romanzo il nostro Pepe vive una torrida estate a Barcellona, circondato dallo spirito fraterno e solidale delle Olimpiadi di Barcellona del 1992, solo nella sua villa a Vallvidrera  e tutto ciò che vorrebbe fare è vivere in isolamento completo dal clima olimpico, solo lui, i suoi piatti pesanti, i suoi libri e solo uno slip a proteggerlo dal caldo. Ma non può godersi il meritato riposo, perchè qualcuno tenta di sabotare l'evento che renderà per un mese Barcellona capitale del mondo (con buona pace degli orgogliosissimi catalani). Solo lui può capire chi sta tentando di manomettere i giochi, fra atleti bianchi che diventano neri, attrezzi sportivi impazziti e partecipanti che spariscono nel nulla.
 Il romanzo è a dir poco delizioso, uno stile eclettico e personalissimo, in una storia non-storia che però tiene il lettore occupato fra le pagine a cercare di capire se è tutto uno scherzo o se è realtà. Sono stata catapultata in pieno nell'attualità di quegli anni, non risparmiando nessun personaggio allora famoso ironizzando e prendendo in giro tutti, da re Juan Carlos a Giulio Andreotti, da Papa Wojtyla a Bush padre (incapace di distinguere Barcellona da Bagdad). Qualcuno ha definito questa storia per certi versi profetica, e non gli si può dare torto: con i suoi ventitrè anni di storia alle spalle, molti dei fatti, delle alleanze politiche, delle scelte che il mondo ha preso si possono intravedere qui, posso dire quindi che Vazquez Montalban è un genio della scrittura, nella sua abilità nel comporre assurdi siparietti, creare un filo narrativo sottile eppure sempre presente, nel conoscere perfettamente il tempo in cui si è trovato a vivere.
Nel 2005 esce in Italia l'ultimo libro in cui lo scrittore dà l'addio all'investigatore Carvalho, uscendo postumo alla morte dello scrittore avvenuta nel 2003. Carvalho e Montalban, che tanto avevano in comune, vanno via quasi insieme.
Titolo: Sabotaggio olimpico
Autore: Manuel Vazquez Montalban
Editore: Feltrinelli
Pagine: 123
Prezzo: 6,50 €

lunedì 8 agosto 2016

Ma perchè i film con i super eroi piacciono così tanto?

Era una domenica mattina di qualche settimana fa, quando l'Ing. ha cominciato a raccontarmi del secondo episodio degli Avengers, e da lì sono nate una serie di riflessioni sul mondo dei super eroi che voglio condividere con voi. No, i super eroi non mi piacciono, come non mi piacciono le saghe in genere (game of thrones è una eccezione che stupisce anche me, ma io sono la stessa persona che non mangia il riso, ma il sushi sì, quindi è un mondo molto relativo il mio), sul signore degli anelli mi sono addormentata, Harry Potter non me lo devi neanche nominare, insomma NON sono nerd. D’altra parte ho studiato giurisprudenza e sono nata con i capelli biondi, quindi non potete aspettarvi grandi cose da me. La trama del film è abbastanza essenziale: c’è un cattivo, loro sono buoni, bisogna salvare la Terra in-costante-pericolo-per-qualcosa (roba che l’isis in confronto è spietata come un pizzicotto sotto al mento), dura tre ore di scazzottamenti che Bud Spencer li faceva meglio, di cui due ore sono scene al rallenty, quindi la pellicola è dilatata nello spazio e nel tempo. I compagni che compongono l’allegra brigata sono:
-Iron Man: su Wikipedia viene descritto come “Brillante ingegnere, playboy e filantropo”; una contraddizione in termini: o sei brillante ingegnere o sei playboy, queste sono le basi (Ing. tu sei un caso a parte). Vive in una armatura d’acciaio che giusto perché non vivi in Calabria d’estate che ti ci trovi così a tuo agio;
-Thor: Biondo, nordico, con un martello che dice che è magico, parla come mi nonno, sembra un Abba ma non è;
-Hulk: te lo raccomando, n’altra grande capoccia così in gamba, ma così in gamba che ha pensato di sottoporsi a radiazioni gamma che lo hanno trasformato in un omone verde. Se lo fai incazzare raccomandati di esserti confessato prima perché la tua ora è vicina;
-Capitan America: un po’ personaggio di Pearl Harbour (il film), un po’ Gianni Morandi in “c’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling stones”;
-la Vedova Nera: ha il super potere più credibile di tutti: la pheeeega;
-Occhio di falco: te lo raccomando, un Robin Hood senza un little John al seguito, quindi dall’appeal non riuscito.
La terra è in pericolo e noi ci affidiamo a loro, eppure io non sono così convinta che i super eroi siano loro, ma la gente comune che vive intorno a loro. Credo che le pellicole dei super eroi siano poco credibili da diversi punti di vista:
1) la pubblica sicurezza, questa sconosciuta: tu vivi in una qualsiasi grande città americana, ti metti in macchina, allacci le cinture, guardi gli specchietti quando cambi corsia, ma tanto non serve a niente, perché se in quel momento sta passando Hulk e ti mette sotto con il piede, il buon rispetto delle norme civiche è inutile;
2) ma non è che portano sfiga? Ma possibile che questi non fanno in tempo a togliersi il costume a stellette che un nuovo pericolo minaccia la terra? Quasi tre secoli senza di loro e il nostro pianeta è sopravvissuto, poi nel XX secolo cominciano a comparire loro ed è una tragedia dietro l’altra. Saranno jettatori patentati?
3) i veri super eroi sono gli stuntman: Calci rotanti, voli rocamboleschi, sollevamento pesi di interi palazzi, cazzotti dati e ricevuti, e il tutto viene fatto dagli stuntman. Ma quindi degli attori veri e propri paghiamo solo la faccia?
4) ma una volta che hai distrutto l’umanità, della terra che te ne fai? Altro grande quesito: ma questi mega cattivoni di un pianeta Terra distrutto, senza un anima o un campicello, che se ne fanno? Giusto per non fare la fila ai Musei Vaticani che tanto ci sono solo loro?
5) perché i cattivi hanno sempre una voce metallica? Non gli potete dare la voce di Pino Insegno ogni tanto? Bu, io la voce di Pino Insegno la trovo bastantemente sexy, e si sa che a noi donne piacciono gli uomini cattivi;
6)perché tutte queste scene al rallenty? Guadagnate il triplo dei soldi spesi ai botteghini, e poi fate le scene al rallenty come se fosse un medico in famiglia quando Ciccio ha incendiato casa. Non lo so, una scena l’accetto, 200 è un po’ too much.
7) quei pochi dialoghi presenti chi li scrive? Un esempio di dialogo tratto dal film:

Thor: Non mi toccare un'altra volta.
Tony Stark: E tu non toccare le mie cose.
Thor: Non hai idea di che cosa stai affrontando...
Tony Stark: Uh, Shakespeare in estiva? [Imitando un attore ] Vostra madre sa che indossate le sue vesti?
Thor: Questa questione non ti riguarda, Uomo di Metallo. Loki risponderà delle sue azioni ad Asgard!
Tony Stark: Se ci dice dove si trova il Tesseract e ce lo riconsegna, è tutto tuo. Fino ad allora, togliti dai piedi, [Voltandosi] turista.

Cioè, capite? Chi li scrive questi dialoghi? Gli sceneggiatori di Beautiful? Lory Del Santo?


So che il mondo è pieno di gente che adora la Marvel, vi voglio bene, qui si scherza bonariamente, però devo fare ai fan della Marvel la domanda per me più importante: perché spiderman no?

martedì 2 agosto 2016

La settimana pontina- seconda stagione

Anche quest'anno arriva l'appuntamento imperdibile con la settimana più fescioooon dell'estate, ovvero la settimana di vacanza nella pianura pontina.
A tal riguardo, è necessario documentare una lamentela che mi viene avanzata da diverso tempo: in molti mi hanno chiesto come mai la metaforica figura del mio fidanzato venga qui identificata con la denominazione "Il Duci". No, non si vuole fare alcun richiamo alle sue origini littoriche nè tanto meno a gusti politici del suddetto soggetto (grazie a Dio, aggiungo). Molto più semplicemente avevamo un'amica siciliana che quando ci vedeva insieme ci diceva "come siete duci", inteso come dolci, e da allora lo chiamo così ogni tanto. Visto però che ormai lui è diventato una persona importante, un instagrammer incallito e convinto ed ha anche un titolo di studi abilitante, d'ora in avanti mi limiterò a chiamarlo L'Ing.

Fatta questa dovuta precisazione, ritorniamo alla settimana pontina, appuntamento fisso del post sessione estivo. già l'anno scorso L'Ing. aveva premuto affinchè girovagassimo insieme nella provincia più terrona del Lazio, e avevo avuto la premura di documentare l'esperienza qui, quest'anno però abbiamo deciso di fare gli intrepidi: con un gruppo di amici all'ultimo minuto siamo riusciti ad organizzare un viaggio oltre i limiti della terraferma: in due ore e mezzo di traghetto abbiamo raggiunto Ponza.
Ponza è un'isola un sacco figa di cui, per secoli, non è importato niente a nessuno, al contrario di Ventotene che già ai tempi dei romani era luogo d'esilio vip only, tipo che ci esiliavano i membri delle famiglie reali. Poi è successo che Ventotene da luogo di esilio vip è diventato luogo d'esilio e basta, mentre nel XVIII secolo sono emigrati i campani a Ponza e l'hanno resa quella che è, ovvero una sorellina di Ischia formato tascabile. Questo è il motivo per cui infatti tutti parlano con accento napoletano, perchè io invece ero convinta che fosse meta turistica per campani e basta. L'isola è davvero molto bella; il porto risulta particolarmente caratteristico per le sue casette colorate e le strade imbiancate di calce, ma sicuramente Ponza e l'arcipelago pontino in generale può essere una meta perfetta per tre tipi di turisti, ovvero:
-chi ama il mare;
- chi ama la vacanza all'insegna della natura;
-chi ha lo yacht.
Io mi sento di rientrare tranquillamente nel primo insieme, sebbene non mi dispiacerebbe poter far parte anche del terzo. Ora, c'è da dire che non tutti sono abituati alle vacanze isolane, nel senso che, a meno che non stiamo parlando di Formentera o Santorini, per il turismo di massa questo tipo di vacanza potrebbe risultare un po' fiacco; già dopo ventiquattro ore dall'arrivo, vedi in giro sempre le stesse facce che in confronto Longobucco è Capital city. I trucchetti per godervi il soggiorno qui sono due:
-averci li sordi (tattica che in genere apre diverse porte);
-avere il vostro personalissimo #capitanPeppe, ovvero colui che è già stato sul posto, ha i contatti e sa come muoversi. Diventa essenziale pertanto fare questo tipo di viaggio in comitiva: fra un tuffo a bomba e un giro spericolato sui taxy dell'isola (non so con quale spirito si definiscono tali, sono camioncini che si muovono con destrezza lungo viottoli larghi quanto Fassino messo di profilo) la vacanza sarà all'altezza delle vostre aspettative. Io mi reputo molto fortunata ad aver avuto in viaggio un rarissimo esemplare di #capitanPeppe: non solo sa guidare una barca con destrezza (il che vi svolta la vacanza: vi affittate una barca per tutta la giornata e si entra subito in modalità isola), ma provvede anche ad individuare i posti migliori in cui cenare a base di pesce (#peppeconsiglia), preparare una quintalata di pasta a persona (#peppechef), fa sembrare i tuffi dagli scogli meno pericolosi di quello che sembra (#peppecagnotto), ma soprattutto può battere palmo a palmo tutta l'isola alla ricerca di Pokèmon (#PokemonPeppego).
Per la ricerca invece di posti chic ed esclusivi in cui passare una bella serata, il membro della compagnia di cui non potete fare a meno è #Filippixsei, ovvero colui che ha voce sufficientemente convincente da chiamare i pr, prenotare con tono sicuro il miglior tavolo per potervi garantire una serata con vista mozzafiato. è il membro del gruppo ideale per garantire gli aspetti glamour della vostra vacanza; noi ad esempio grazie a questo soggetto ci siamo garantiti un tavolo privè a prezzi onesti qui.
Insomma, il succo della storia è: non c'è storia o vanteria di un bel viaggio in compagnia, che tradotto vuol dire che quando si va  in gruppo la vacanza è assicurata.

Se per caso vi chiedete qual è stato il mio ruolo in questa vacanza, la risposta è #ChiaraPikachu, ovvero pokemon rari scovati in giro a prezzi tenerissimi.

mercoledì 20 luglio 2016

DilloConUnLibro: la saga de "l'amica geniale" di Elena Ferrante

Io quando leggo sono snob, molto snob (perchè invece sul resto... vabbè, altre storie). Quindi, quando è esploso il caso "Elena Ferrante", per molto tempo ho arricciato il naso, questo perchè, e lo dico senza vergogna, io dei giudizi di massa non mi fido affatto, anzi li rifuggo
 Poi, è successo che dovevo fare un regalo di laurea ad una "amica geniale", di nome Elena, come una delle due protagoniste. Non mi faccio incartare il libro poichè dovevo scrivere la dedica sopra, e insomma questa storia finisce con me che dopo mezz'ora avevo letto le prime cinquanta pagine, di un libro che non era mio, ma che anzi dovevo regalare. Ad un certo punto, per vergogna, confeziono tutto, la mia amica (geniale) si laurea, io me ne dimentico e continuo la mia vita. A marzo, una mattina di scazzo, entro in una libreria e lo compro, senza neppure vedere pagine, prezzo, copertina, nulla. Ho letto tutta la tetralogia (contando i giorni tecnici di lettura) in meno di un mese, per un totale di più di mille pagine, e ancora adesso, dopo quasi un mesetto dall'ultima pagina, sono assalita dal dolore della lettrice, che non vuole lasciare andare un libro che ama.
In quattro libri, la nostra scrittrice misteriosa (Elena Ferrante è uno pseudonimo, qualcuno addirittura dubita che ci sia una donna dietro la saga) ci racconta di questa amicizia senza tempo fra Lila e Lenuccia, nate nella Napoli del dopoguerra, che affronteranno insieme tutte le fasi della storia e delle loro storie cercandosi, allontanandosi, ferendosi, riavvicinandosi, sparendo per sempre. E non ci sono solo loro; le loro storie e vicende si intrecciano con le storie e le vicende di quanti il Rione (con la lettera maiuscola, poichè è il vero e proprio protagonista della tetralogia) lo vivono.
I temi che questa storia lunga, letteralmente, una vita tocca sono davvero molteplici, primo fra tutti l'importanza dell'istruzione: Lenuccia non si ferma alla quinta elementare come Lila, prosegue gli studi, addirittura si laurea ("ma la laurea cos'è? A cosa serve?" si chiedono in molti nel Rione), e fra le due amiche si crea così la più profonda spaccatura all'interno della loro amicizia. Lila è una bambina troppo intelligente, eppure si ferma alla licenza elementare, e proietta su Lenuccia tutte le aspettative che lei, sin da piccola, aveva visto nella scuola. L'istruzione, la conoscenza, la scuola; questo è ciò che salva dalla povertà, più dei soldi, dei mobili nuovissimi e degli appartamenti vista Vomero. Ma allora chi delle due è l'amica geniale? Lila dalla intelligenza irrefrenabile, o Lenuccia, che diventa scrittrice di fama mondiale?
Ci sono poi le figure maschili; nessuna di loro fa una bella figura, nessuno ne esce bene, sono tutti frantumi di anime, bestie arrabbiate, spiriti incompleti, menti mai troppo geniali (l'uso di questo aggettivo è fondamentale). Le donne, tutte le donne di questa storia, sono leoni: lottano nella disperazione della povertà, vogliono emergere, cercano di emergere dalla sporcizia in cui sono nate, in cui i loro uomini, padri, fratelli, provano a ricacciarle a suon di botte, minacce, lavoro sfiancante, camorra. Non esistono principi che salvano, sono tutte guerriere che lottano per la loro piccola e personale emancipazione.
Una analisi a parte merita la visione della storia da parte della nostra autrice (perchè sì, per me non c'è dubbio; questa storia non può che essere stata scritta da una donna); a dirci che il tempo passa, che cambiano i tempi, le mode, le generazioni, sono i fatti storici che fanno da sfondo alla storia: il "sogno" del partito comunista visto dagli occhi del proletariato, il colera a Napoli, il femminismo, il terremoto in Irpinia, gli anni di piombo, Tangentopoli; sono proprio questi eventi campali nella storia del nostro Paese a indicarci il passare degli anni, perchè le parole di Lenuccia, voce narrante della nostra storia, raccontano le vicende quasi come se il tempo non passasse, come se stessimo assistendo ad un lunghissimo piano sequenza che "non permette" ai protagonisti di crescere o invecchiare agli occhi immaginari del lettore.
Elena Ferrante è davvero una grande scrittrice? Ebbene sì, e non è necessario citare le grandi riviste internazionali per capirlo, basta leggere il romanzo per capire che ci troviamo di fronte ad uno straordinario spirito letterario. è una saga che vale la pena di leggere? Assolutamente sì, anche se il finale mi ha lasciato la bocca amara, non tanto per il finale in sè e per sè, ma perchè credo che ci fosse una difficoltà di fondo tangibile nel saper trovare la parola "fine" a questa storia.
Infine, voglio "sprecare" qualche parola ai "grandi" giornalisti e lettori che, con voracità e morbosità, vanno alla ricerca del vero volto che si nasconde dietro il nome di Elena Ferrante; è triste pensare che avete bisogno di un gossip per leggere qualcosa di ben scritto. Avete bisogno di smontare la vita di chi scrive in notizione, titoloni di giornale, macchine fotografiche pronte a scattare senza ritegno, leggere queste pagine solo per sapere se si nasconde la vita di chi scrive lì dentro, per giudicarla, per salire su un piedistallo e bacchettare. Perchè non vi basta una storia ben scritta, così vivida da palesarsi davanti ai vostri occhi, di sentire per davvero le scosse del terremoto irpino sulle braccia. Avete bisogno di giudicare il personaggio, non i personaggi (inventati), dovete smontarlo, farlo sentire niente anche se è stato capace di scrivere qualcosa di magico. Per voi l'invito è solo uno: poggiate i libri di Elena Ferrante sulla mensola della libreria, non sprecate soldi, perchè non siete capaci di apprezzare un libro ben scritto. Omero è riuscito a rendere immortali le sue opere anche se non conosciamo il suo volto, su Shakespeare ancora vi sono dubbi sulla sua vera identità, eppure i libri di Elena Ferrante hanno bisogno necessariamente del volto di chi li ha scritti. Lasciate perdere, la letteratura non fa per voi.
Titolo: L'amica geniale (primo di quattro volumi)
Autore: Elena Ferrante
Casa editrice: E/O

giovedì 14 luglio 2016

Grazie a tutti

Ebbene sì, alla fine la laurea è arrivata anche per me. Ancora non ci credo sapete? Qualcuno mi chiama "dottoressa" e non ho ancora la lucidità per realizzare che non si tratta di un appellativo qualsiasi, ma di un titolo conquistato e sudato. Le persone da ringraziare per essermi state così vicine in questi anni sono tantissime.
  Ho una lunga lista di amici da ringraziare, di tutti i tipi.
 Ringrazio En. e An., li ringrazio per primi perché hanno una certa età e vogliono sentirsi importanti. In verità li ringrazio per primi perché, nelle nostre chiacchierate quasi sempre in notturna forse più di altri hanno assistito a quel passaggio impercettibile e concreto che mi ha portato dalla ragazzina che ero a vivere la vita da giovane donna. E anche se non lo ammetteranno mai lo so che leggono qualcosa di bello in me, me lo dice la delicatezza dei loro sguardi.
 Ringrazio tutti gli amici e colleghi che ho avuto modo di conoscere da quando ho iniziato l’università. Non so come si faccia a stare dietro le mie crisi isteriche e la mia calma agitata da “minuto prima dell’esame”, forse vi siete prefissi il compito segreto di salvarmi da me stessa: qualunque sia la motivazione, grazie per avermi salvata da un esaurimento certo se mi fossi trovata da sola ogni volta. Porto con me tutte le persone fantastiche che ho incontrato e che mi salutano con abbracci calorosi ogni volta che rivedo, nessuno escluso. Alla Spicchy ed Ele che mi hanno accudita durante i deliri notturni da sessione in quel di via Saredo 74 a Jess e Aury per il semplice fatto che siete voi, splendide e magnifiche, con un cuore grande grande e dei sorrisi ancora più grandi.
Un agradecimiento especial quiero hacerlo a mi familia espanola; Cami, Vero, Fede, Gianlu y Roby. Os hemos encontrado en un momento particular de nuestra vida y nunca olvidaré el año de vida que hemos pasados juntos. Quando lleguè en Valencia yo queria dejar los estudios sin graduarme por qué estabo convecida que no podia llegar en el final, porqué no tenia mas la fuerza de lograr para todo eso. Ahora estoy aquì y en mi camino està un trozito de vosotros.
 C’è uno spazio del mio cuore che lascio a Giò, Zia Vevi e Vallè perché ho passato quasi metà di questa vita piccolina in compagnia delle vostre risate, dei vostri consigli, delle pizze serali e dei discorsi da ragazzini che si sono evoluti in parole adulte. Deve esserci qualcosa di speciale che ci lega ancora e più di prima, forse il fatto che ci siamo persi e poi ci siamo ritrovati sempre per scelta, perché con voi ho passato i giorni più belli di sempre.
Menzione speciale per L., il mio testimone di laurea. Siamo come uno di quegli abbinamenti in cucina che a prima vista sembrano azzardati, ma poi si rivelano riusciti. Non è vero che l’unica cosa che abbiamo in comune è il corso di laurea, nel nostro rapporto c’è molto di più; cantanti condivisi e scoperti, giri in macchina, cene in comune, Carlo Verdone, Antonello Venditti, sapori del sud, bottoni rammendati, il cupolone di Don Bosco, ma soprattutto tante parole. Anche se vaghiamo in giro per l’Europa come le palline dei Flipper, ogni volta che ci vediamo è una festa bellissima.
A tutti gli insegnati che ho incontrato nella mia vita; se sono innamorata dello studio è merito vostro. Fra i banchi di scuola ho scoperto le mie passioni, ho dato sfogo ai miei talenti, mi sono sentita compresa. Su tutti ringrazio il “triumvirato delle meraviglie” del ginnasio, Sacco-Cipriani-Filomia, tutte e tre donne, tutte bellissime.
  Tutto quello che so, ho visto, ho imparato, ho amato o odiato mi riporta alle mie sorelle, perché non c’è mai stato un capitolo della mia vita che non vi ha viste protagoniste. Quello che mamma e papà sono riusciti a creare con noi non ha valore, non si può spiegare in nessun modo. Siamo diverse e indispensabili l’una per l’altra in modo difforme, come i punti cardinali: c’è il Nord che segna il cammino da seguire, il Sud che gonfia l’aria di profumi e calore, l’Est che toglie il fiato con albe incantate e l’Ovest che segna il tempo e regala tramonti. C’è tutto questo in noi e voi tutto questo siete per me; ogni cosa, l’inizio e la fine del tempo.
  Ringrazio mamma e papà. Vorrei trovare parole magnifiche per voi, un semplice “grazie” sembra qualcosa di misero in confronto a tutto quello che fate e continuate a fare per me. Avete messo in moto una giostra bellissima, un gioco straordinario in cui si alternano dispiaceri e conquiste, gioie e fatiche e ad ogni nuovo giro, ad ogni nuova corsa siete sempre qui, pronti a travolgermi in uno dei vostri abbracci. Di quello che è successo in questi anni, che sta succedendo oggi, molto, forse tutto, lo devo a mamma, la voce della mia coscienza, delle paure che non dico a me stessa, delle gioie sottili. Spero di averti reso orgoglioso di me papà, spero che questo orgoglio non finisca mai, spero che tu possa vedere qualcosa di me in te, e che tu possa vedere nel mio carattere e nei miei gesti tutti quei pezzi di famiglia che sono venuti al mondo prima di me. Voi due e la grande famiglia che mi avete costruito attorno mi fa sentire parte di un tutto. Di noi quattro io sono stata etichettata da sempre come il miscuglio delle vostre famiglie. È un’eredità molto pesante, ma l’accetto volentieri, perché spero di riuscirne a prendere di volta in volta il meglio.
  A tutta la mia famiglia, agli zii che mi tenevano per mano mentre imparavo a camminare, a chi mi ha insegnato a leggere prima del tempo, ai cugini che mi hanno fatto passare estati piene di gioco, ai pranzi della domenica delle nonne, a chi è venuto a Roma per la prima volta per me; grazie! Spero di riuscire a dimostrarvi ogni giorno che passa quanto siete importanti per me.
Carlo, Adele, Marco e Piero: chiamarvi solo zii è riduttivo, ci siamo trovati a crescere insieme e avete reso la mia infanzia spensierata. Le vostre mogli, i mariti e le compagne hanno fatto per me più di quello che si fa per una nipote. Intorno ai tavoli con le torte di compleanno e le candeline che crescono di numero cercherò sempre i vostri visi.
 “L’ultima riga delle favole” invece è solo per te, luce del mio sguardo, colore dei miei sorrisi, anima dei miei gesti. Tutte queste perifrasi e mille altre le uso nella mia testa quando voglio pensare a te, poetici (forse) giochi di parole che compongo per dirti che ti amo. Ringrazio quella felicità venuta da lontano che ti ha portato fino a me, che mi è rimasta dentro e non è uscita più. Scegliere un ricordo per ringraziarti non è semplice, ma non dimenticherò mai un pomeriggio forse più buio degli altri in cui non sapevo cosa fare e tu, prima di sederti accanto a me, hai sistemato con cura tutto ciò che avevi nelle tasche sul tavolo. In quel momento ho pensato:” è arrivato di nuovo l’unico vento capace di mettere ordine nella mia vita.”.

Ti amo Angelo, come tutti i fiori del creato amano la primavera. 

domenica 3 luglio 2016

DilloConUnLibro: “Due di due” di Andrea de Carlo

Parto facendo una confessione: questo è stato il primo libro di De Carlo che ho letto, e mi sono avvicinata a questo libro con pregiudizio, perché non sopporto l’autore, o meglio, ho letteralmente odiato il personaggio che si è cucito addosso in quel programma terribile quale fu “masterpierce”, il primo presunto talent letterario della storia della tv (se nessuno ci aveva mai pensato prima un motivo ci sarà dico io…), in cui De Carlo ha voluto interpretare il Joe Bastianich della situazione lanciando manoscritti per aria e facendo l’arrogante. Tutto ciò senza essere Bastianich, il che risultava abbastanza ridicolo. Ammetto, con un pizzico di vergogna, che quel pregiudizio non mi ha abbandonato per tutta la lettura del libro, che mi è davvero pesato, forse perché la lettura che do io a quel periodo storico delle rivolte studentesche è molto più critica rispetto a chi la vissuta, senza girarci intorno non nutro molta stima nei confronti dei presunti sessantottini. Questo insieme di cose mi ha portato ad avere un giudizio negativo sul libro, questo perché i due protagonisti rappresentano quel tipo di persone che nella vita reale rifuggo come la peste: Guido, presunto genio incompreso che non riesce a trovare un posto nel mondo, e Mario, ragazzo timido che vive all’ombra delle gesta di Guido. Il romanzo racconta dell’amicizia fra questi due giovani ragazzi e li accompagnerà per circa vent’anni della loro vita, affrontando la fase della maturità, le scelte compiute, le loro personali risposte alla vita. Studiando un po’ il romanzo e la vita dello scrittore mi sembra di capire che molto della vita di De Carlo è confluita nella storia di Guido, nei suoi viaggi frenetici intorno al mondo,  la vita a Milano, le esperienze da scrittore, al che molti hanno chiesto a De Carlo quanto ci sia di Guido in lui. Io spero ci sia poco in verità; credo che, nonostante l’irrequietezza naturale che accompagna un po’ tutti, il desiderio di saper trovare un proprio posto nel mondo lo abbiamo tutti, e Guido rifugge da sempre qualsiasi legame con ogni tipo di realtà stabile, non solo con il mondo materiale, ma anche con quello immateriale dei sentimenti. Nessuno, nemmeno Mario, ha il coraggio di dire che Guido è autolesionista, e che spesso spinge in questo mondo di ferite interiori anche chi gli sta intorno. Lo fa con tutti i personaggi che vengono in contatto con lui, ed ho cominciato ad apprezzare il personaggio di ario solo nel momento in cui comincia ad affrancarsi faticosamente dalla figura di Guido. Non mi ha lasciato molto questo libro, anche se per certo posso dire che può vantare un tipo di scrittura abbastanza efficace, perché il disgusto per il mondo che Guido prova passa apertamente dalle parole dello scrittore, riesce a portare il lettore nel mondo tradito della generazione di Guido e Mario. Ho sorriso di fronte i racconti della Milano industriale degli anni ’70, perché mi hanno ricordato i racconti di mia madre e del suo faticoso periodo di vita lì, quando io ero troppo piccola per incamerare ricordi. Questi racconti mi permettono di dire che, a distanza di più di vent’anni alcune città, Milano in primis, hanno perso quell’atteggiamento impersonale che negli anni scorsi le etichettavano come città-dormitorio, per le quali non si provava affetto. Forse in parte si sta compiendo il sogno della generazione di Guido di rendere le città più a portata d’uomo.

Titolo: Due di due
Autore: Andrea De Carlo
Editore: Bompiani
Pagine:389

Prezzo: 11 €  

martedì 28 giugno 2016

Il commento dei commenti: Game of thrones 6x10

Quando quest'anno ho ripreso a raccontare le gesta del Trono d'Italia non credevo avrei avuto la costanza di sedermi sul sofà ogni martedì, rivedermi la puntata tre volte (una per piacere, l'altra per capire e infine per divertire) e buttarvi fra una riga e l'altra i commenti che faccio ad ogni scena. Sì, io sono una di quelle che quando vede un film disturba un sacco, perchè ci devo dire sempre la mia. Paradossalmente ancora non ho ricevuto scarpe in testa per protesta, ma diversi amici mi chiedono di vedere qualcosa insieme per "farsi due risate". Con commozione, oggi apprendo l'agghiaggiande notizia che questo è l'ultimo commento alla puntata per questa stagione. Ehi, non fate che sparite adesso! Continueremo a divertirci, facciamo qualche torneo di briscola e se volete continuo a raccontarvi qualche film che vedo, che nonostante tutto io ci ho preso gusto.

Andiamo dunque a narrare le gesta eroiche compiute nel magico continente di westItaly: a Rome's landing è festa patronale, è il giorno dei Santy Pyetro e Paolon Septon, e come tutti gli abitanti della capital sanno la sera si sparano i mortaretti. Siccome è proprio festa grande fra i vari festeggiamenti una delle usanze è quello di fare le confessioni pubbliche, ovvero devi confessare i tuoi peccati non solo davanti all'alto (s)passero, ma di fronte ad una nutrita platea. se tutto va bene vieni rimandato a casa con un pater septon per ognuno dei sette dei, altrimenti ti stampano in fronte una adorabile stella a sette punte, un marchio discreto tipo "lettera scarlatta". A caso, sono stati sorteggiati per questo ambizioso giuoco Cercei e Loras. I primi che ti vengono a mente insomma. Siccome è festa patronale tutti si vestono con il vestito buono, sai mai che ti intervistano quelli di "buongiorno Regione" e zia Pina che vive a Fiano romano non ti riconosce. Il primo dei due a raccontare i suoi peccatucci è Loras. E parte il tatuaggio in fronte. Che per carità, tanti si tatuano le stelline, ma quella mi pare un po' troppo grande, ma so gusti. è il turno di Cercei, ma non si vede da nessuna parte. Margaery comincia a sospettare qualcosa, ne parla con l'alto (s)passero, ma lui le risponde che sicuro la Queen non avrà sentito la sveglia. Oh, succede.
Mentre tutti si chiedono che fine abbia fatto Cercei, il cugino Lancel decide di andarla a prendere sotto casa con il motorino, ma un bimbo dallo sguardo assassino lo turba e, sospettoso, decide di seguirlo. Per un attimo sembra di essere finiti nel cartone della Bella addormentata: c'è un biondo molto bello quanto stupido che comincia a muoversi fra corridoi angusti mentre segue una strana luce verde. Deja vu?
  
 Ma questo non è l'unico remake cinematografico in chiave fantasy: il vecchio Pycelle viene avvicinato da una bambina abbastanza stracciona che gli dice che il Re vuole vederlo. Giustamente, il re, un qualsiasi re anche più sveglio di Dommen, se vuole parlarti prende una regazzina da in mezzo alla strada e ti manda messaggi. Molto credibile. Per giunta questa si muove negli anfratti del palazzo e tu ci vai. Logicamente tutto corretto. Pycelle finisce in questa stanzetta insieme ad un'orda di bimbi shining che dicono al buon vecchio Pycelle "Facciamo un gioco?", un mix di tutti i migliori film horror in circolazione, e il buon Pycelle è il primo della puntata a lasciarci le penne. Intanto Lancel continua a seguire la luce verde, finisce in un corridoio pieno di botti, che non contengono vino d'annata, ma giusto una decina di ettolitri di alto fuoco. Riuscirà Lancel a disinnescare la situazione?
Evidentemente no.

Cercei si affaccia dal balcone e dice:" ma guarda che bei fuochi hanno fatto quest'anno! Meno male che so rimasta a casa, sennò a quest'ora mi puzzavano i capelli di fumo!". Anche Dommen assiste allo spettacolo pirotecnico dal balcone di casa, scambia l'esplosione per la nuvoletta di Goku e si butta dalla finestra credendo di essere un super sayan. E invece no.
Saltati ACCIDENTALMENTE per aria passeri, passerotti, passerine e passerelle, l'unica ancora in vita è la nostra suor Hodor, che aveva perso tempo a sistemarsi il velo e non aveva fatto in tempo ad arrivare. Cercei decide di tenerla prigioniera fino a quando non confesserà che Rome's landing è meglio di Gubbio (vecchie dispute rimaste in sospeso fra le due nel precedente finale di stagione, per rinfrescarvi la memoria vi invito ad andare qui).
                                                      Livello: festa patronale

Oltre Comacchio, nel cuore della pianura padana, Frey e Lannister festeggiano perchè sono arrivati i fondi europei e quindi è finalmente arrivato il momento di comprare attrezzature nuove, sementi, comprarsi la casa in campagna e un macchinone. Lord Frey è tutto contento insieme a Jaime: "Song ij che cummand!". Jaime non è proprio dello stesso avviso, ha in mente un'altra battuta di Gomorra per descrivere la situazione.
                                                              Livello: Gomorra

Intanto Sam è arrivato a Pisa e sta per entrare in Normale, ma il Collegio è ancora in chiusura estiva, e prima che possa sistemare nella sua stanza le sue poche cose (ovvero una spada, un sacco, una Gilly e un bebè) ci vuole qualche giorno. intanto può però usare la biblioteca. E subito pare di essere nella biblioteca de "La bella e la bestia"
                                                           Livello: la buona scuola

A grande Piemonte GiòSnò si è insediato nel palazzo della Regione, e si ricorda di quando è entrato lì per la prima volta come spazzino mentre suo padre Ned faceva il Governatore regionale. Quando lui si era candidato alle elezioni contro Ramsay, Fassino ha prontamente detto:"Se questo GiòSnò pensa di poter vincere le elezioni, si candidi e vediamo quanti voti prende". Insomma, sappiamo come finiscono questo tipo di cose. Mentre decide di ingaggiare Melisandre come sua segretaria personale, Davos ricaccia fuori la storia del villaggio vacanze di Stannis, l'abbacchio alla Shireen, Nas, Gurdia di Finanza e Madama, e siccome poi i grillini subito attaccano con "HONESTAAAAA! Ki ti paga!?!?11111 La ka$ta????" Giò decide di rinunciare alla nomina.
                                                     Livello: ognuno vale uno.

A CalabriaDorne Olenna è andata a fare la villeggiatura da lutto, perchè durante la festa dei Santi Patroni a Rome's Landing è stata sterminata tutta la sua famiglia. Mentre prende il sole viene disturbata da Ellaria e le serpi delle sabbie che le offrono il caffè e  le propongono un patto segreto per ripristinare il Regno delle due sicilie. "Io oltre il mare stretto (di Messina) non conosco nessuno."
"Ma noi sì"
                                                          Livello: Caffè Borbone

E quindi oltre il mare stretto (di Messina) Daenerys si prepara a salpare verso la terra ferma insieme alle navi della Tirrenia che i Greyjoy hanno rubato al porto di Olbia. Ma DaaaAaAaAAAAAaario non può venire insieme a lei: una volta approdata nel continente si immolerà quale novella Maria Elena Boschi, pronta a fare le giuste alleanze politiche, scevra da liaisons che possano finire su "Novella 2000" e bruciare la sua carriera.
                                                         Livello: il patto del Nazareno

Nella pianura padana Frey siede al desco mentre una invitante cameriera gli serve il pranzo. Ammazza oh, saporito! Che c'hai messo, un po' di curcuma? Un po' di aneto? un pizzico di sale rosa dell'himalaya? Ma sta pasta brisée te l'ha insegnata Carlo Cracco? Una chiacchiera tira l'altra e alla fine si scopre che a dare quel sapore in più sono le dita dei piedi dei figli di Frey, che probabilmente il più pulito c'aveva i pidocchi. La chef stellata in questione è Arya Stark, che decide di sperimentare una nuova ricetta, che questa volta ha come ingrediente principale la giugulare di Frey
                                                         Livello: Cucine da incubo

Bran arriva ai leggendari confini del Molise. Zio Benjen non può uscire da quella regione perchè tutti gli esseri legendari, dagli unicorni ai morti rivivuti abitano lì e non possono abbandonare quelle magiche terre. Il suo viaggio verso l'Abruzzo continuerà senza di lui. Il piccolo di casa Stark dallo shock si rolla una canna che aveva prontamente nascosto sotto strati di pellicce. Subito parte il trip nel tempo: la prima puntata di "16 anni incinta" ha come protagonista Lyanna Stark che partorisce in gran segreto, solo di fronte a centinaia di milioni di telespettatori nel mondo, un bimbo dalla faccia ignorantissima. CHI SARA'??????
                                                          Livello: bambini ignoranti

A grande Piemonte inizia il primo consiglio regionale con la giunta Giò, con Sansa che arriva in ritardo perchè si era trattenuta ai giardinetti comunali con Ditocorto che le faceva avances da vecchio zozzone qual è. Siccome la maggioranza è risicatissima volano scintille perchè la nomina di Tormund all'assessorato ai beni culturali è scomoda. Volano piatti e insulti, quando ad un certo punto la più giovane consigliera della storia, Lyanna Mormont, dieci anni e dieci centimetri d'altezza, mette tutti al posto loro con la stessa violenza della signorina Rottermeier. Lei dice che Giò è il suo unico Re e si porta tutti dietro, e cominciano tutti ad urlare "The king in the North" con quell'accento scozzese che pare di essere circondata da decine di Sean Connery. Lyanna, lo so che sei alta un metro e una cazzimma, ma noi povere mortali sbaviamo dietro a Giò da sei stagioni, aspetta il tuo Turno per tutti i passeri e gli alti passeri!
THE KING IN THE NOOOOOOORTH!
Mi si apre il condotto lacrimale
                                                        Livello: lo voglio rivedere Beppe
     
Le ultime due scene del continente se le contendono due regine: Cercei a sorpresa diventa la prima sindaca di Rome's landing e saluta Margaery dall'al di là che ambiva allo stesso titolo così

                               Livello: il vento sta cambiando signori, IL VENTO STA CAMBIANDO

E a proposito di vento, si porta a casa la scena finale Daenerys, che con le navi rubate alla tirrenia e pure alla Caronte dal Mare stretto (di Messina) si muove verso l'italica penisola.
                                         Livello: ce ripigliamm tutt chell che è nuostr.

Conclusasi anche questa stagione la domanda è sempre e solo una: chi siederà sul Trono di spade? Sull'onda del femminismo imperante che ha coinvolto la saga soprattutto in questa ultima stagione, vi lascio il mio pronostico.