giovedì 16 luglio 2015

Pezzi di vita che diventano viaggio!

Forse uno dei post più difficili da scrivere.
è il quarto trasloco serio che faccio nella mia vita, o per lo meno di cui ho memoria perchè sono stata la protagonista diretta, e forse solo al quarto tentativo ho imparato più o meno come si fa.
La prima volta che feci un trasloco, dovevo trasferire tutte le mie cose 495 km più a nord di casa mia. Mi muovevo verso il diventare grande, mi portavo dietro tanti libri da leggere e quattro vestiti, cominciavo a stampare foto da portarmi dietro da attaccare per rendere più "mia" la stanza in cui andavo ad abitare. Mia madre mi regalò un ciclamino, che chiamai Mino e che morì dopo nemmeno un mese. Dovevo fermarmi subito e capire che non avevo affatto il pollice verde, dopo Mino ho fatto morire nell'ordine:
-una piantina grassa a forma di cuore morta marcia (non chiedetemi come sia possibile);
-un vaso di primule, morte di sete durante una mia assenza di una settimana;
-un vasetto di margherite che non sono riuscite e vedere neppure le luci di Natale;
-delle margherite gialle comprate a Valencia che avevo affidato alle cure delle mie coinquiline durante le vacanze di Pasqua.
Quest'anno niente piante, in compenso ho ordinato il kit del giardiniere della Kellogg's e per settembre dovrei avere il prezzemolo in giardino, ma papà mi ha fatto promettere che se ne sarebbe occupato solo lui, che sono anni che fa fiorire il nostro giardino, e che io resterò a guardare il prezzemolo da lontano.
Avevo portato le lenzuola da casa, perchè volevo sentire davvero che quel posto mi apparteneva. Forse è proprio qui che ho sbagliato: dovevo cominciare già allora a lasciare una patina di distacco fra "il mondo fuori" e "il mondo dentro", e sicuramente sarebbe stato tutto più facile. Questa stanza non è mai stata mia, basta togliere le foto appese e i poster e diventa una stanza anonima come tutte quelle presenti nel collegio Ponzi Ponzi.
Feci poi un altro trasloco: mi spostavo ancora più ad Ovest e ancora più lontano: cambiavo Paese e lingua, numeri di telefono e indirizzo. Fu un trasloco frettoloso e arrabbiato: fatto quando non c'era ancora nessuno, divisi le mie cose fra tre valigie da imbarcare su un aereo e scatoloni d'emergenza che distribuii fuori e dentro di questo posto. Indossai un paio di occhiali da sole e non mi voltai per un solo momento indietro, come se lasciassi alle spalle una zona isolata dalla quarantena. Ho creato torri costruite di errori commessi e incassati, che hanno delimitato il perimetro dei cuori dove non potevo più entrare ed ho risposto con le stesse barriere. Ho seminato scuse: alcune non sono fiorite, altre hanno creato delle amicizie così solide di cui mi stupisco e sono felice. Ho pianto per le distanze fisiche che separano i cuori, quando ho pensato per un attimo che si potesse davvero morire di dolore a  non poter essere vicino ad una delle persone più importanti della propria vita quando senti dire "qui è rimasto ancora il tuo profumo". Ho trascorso un anno fra voli e bagagli a mano, stavo per scoraggiarmi di fronte al terzo trasloco della mia vita, di nuovo un trasloco internazionale, il trasloco del ritorno. Ho infilato quanta più roba possibile in ogni angolo di valigia da portare dietro, ma l'idea di trovare qualcuno al tuo ritorno, una presenza fissa, una di quelle che non schioda di un solo centimetro se si tratta di te, che ti ha aspettato in qualsiasi occasione della tua vita, fa dimenticare qualsiasi tipo di affanno.
Sono ritornata a Roma, ho fatto trascorrere altri 300 giorni qui, fra alti e bassi, momenti di pura gioia e allegra quotidianità. Mi sono rimessa al passo con tutto e tutti, ho ripreso i miei riti e ne ho cominciato di nuovi.
Sono di nuovo in una stanza spoglia delle mie foto e delle mie cose, ma questa volta sono stata bravissima: ho catalogato tutto, diviso in scatoloni ben chiusi pronti per dar loro gambe e spostarsi dove ho deciso che dovranno andare.
Il vero problema è stato svuotare i cassetti: li ho riaperti tutti, ho letto tutti i biglietti e i messaggi, visto le date annotate dietro le foto, ricomposto un tour mentale di questi cinque anni, e mi sono ritrovata esattamente nello stesso punto in cui i miei ricordi mi stavano riconducendo, anche se per un momento, ad occhi chiusi, ho quasi avuto la sensazione di trovarmi da qualche altra parte, con un corso degli eventi diversi da quelli che poi si sono verificati.
è stato un bene però ritrovarmi qui, altrimenti avrebbe voluto dire che tutto quello che avevo rivisto nella mia mente non fosse mai accaduto.
E invece ci siete tutti quanti voi, persone, momenti, cose. Ho visto tanti libri studiati fino allo sfinimento, tazze non perfettamente lavate dai fondi di the e caffè, pizze a domicilio, film visti sul letto di una stanza affollata, chiacchiere fino a tarda notte, i visi di persone appena conosciute, di colleghi della facoltà, di amici cari come il sapore del pane di casa che vengono a trovarti, albe e tramonti a Roma, Valencia, sulla riva di una spiaggia o dall'alto di un belvedere, confidenze, delusioni cocenti, righe di libretto che pare si riempiano per magia, esami che passano, che ti chiedi come hai fatto a passarlo, cadute, bottiglie di birra e felicità in corpo, finestre che osservano una città dall'alto. Felicità, tanta felicità, sempre felicità, perchè sono felice. La mia strada non è ancora definita, è tutto un divenire, grazie a Dio è un divenire, perchè se c'è una cosa che odio è l'abitudine, il sapere fin dall'inizio come andranno le cose. Non so niente, non ho certezze, sono più ignorante Jon Snow sulla vita.
Credetemi, è bellissimo così.
Grazie a chi mi ha accompagnato, non si senta escluso nessuno. Buon viaggio a chi non rivedrò.
Ci sono ancora tanti pezzi di vita da mettere insieme per definire questo viaggio.

venerdì 10 luglio 2015

A me gli anni dispari non piacciono (in teoria)

è una estate particolarmente carica di significato quella che sto vivendo.
è l'ultima estate da studentessa universitaria. Quest'anno ho fatto il conto di tutte le cose fatte da studentessa per l'ultima volta. Le ultime lezioni. Gli ultimi adempimenti burocratici.
Ci sono le ultime cose fatte da collegiale: gli ultimi due esami di economia, le ultime cene in comune, l'ultimo mese di luglio passato a sudate in queste stanze caldissime, che non trovano mai refrigerio.
Dalla lista degli esami continuo a depennarne qualcuno, e quelli che mi restano sono meno delle dita di una mano. E ogni volta che un esame riempie un rigo del libretto mi stupisco che questo possa accadere.
è come scalare ogni giorno di più una montagna; ti fermi un attimo al bordo della strada e dall'alto in cui ti trovi ti dici "ma che davvero stavo lì sotto prima?"
Comincio a sentirmi chiamare laureanda. E a dire a mia nonna di iniziare a mettere in progetto un viaggio a Roma, perchè per la mia laurea ci deve essere, e perchè lei Roma non l'ha vista mai, e dobbiamo andare a salutare insieme il papa.
La mia (ultima!) sessione estiva si è conclusa l'8 luglio, una data dal forte valore simbolico: esattamente cinque anni prima concludevo la mia maturità con l'esame orale. E se ormai non mi stupisco più del fatto che cinque anni sembrano pochissimi, ma che sono un arco di tempo ragionevole per stravolgere completamente la propria vita, a lasciarmi stupita invece è come cambiano i nostri pensieri insieme al corso delle cose.
Cinque anni fa ero fermamente convinta che per andare bene negli studi si dovesse solo studiare. Ovviamente ne sono convinta ancora oggi, ma è da quando ho lasciato il liceo che mi sono accorta che c'è molto di più.
A luglio ho affrontato uno degli esami più difficili della mia carriera accademica. Ho studiato un sacco, ho adorato delle parti e mi sono disperata su altre, sono arrivata il giorno dell'esame letteralmente stremata dal caldo. E niente, se nel complesso una materia non ti piace, quel senso di disgusto si deposita come polvere sottile su tutto ciò che fai per poterlo passare. Mi sono trovata davanti un voto che non mi piaceva affatto, ma non per presunzione: solo per il tempo che ho dedicato a questo esame, e le forze, e i metodi inventati per fare in modo di far entrare nella mia testa una nozione in più, meritavo non 30, ma direttamente la laurea. E invece prima di dire al professore se accetti quel voto o se hai voglia di ritornare per l'ennesima volta a morire di caldo e di tedio dietro quella materia, ti fai un'analisi di coscienza veloce: ma ammesso e non concesso che io torni qui fra 3 mesi, davvero posso sapere qualcosa di più?
E soprattutto: è più grande la gioia di verbalizzare un altro esame ora, o di prendere un voto di un paio di punti più alto fra due mesi, rallentando la tabella di marcia?
In quei minuti ho dato una grande lezione alla Chiara che sedeva di fronte alla commissione di maturità: di fronte agli imprevisti bisogna uscirne a testa alta. E prendersi con un po' più di leggerezza.
Non so perchè ho questo conflitto interiore con gli anni dispari, spesso mi dico che le cose più belle, le soddisfazioni più grandi me le prendo sempre negli anni pari. A convincermi ancora di più di questa cosa il fatto che mi laureerò nel 2016, quindi già solo per questo parto positiva e cinque mesi prima che cominci mi dico già che sarà bellissimo. Ma è anche giunto il momento, cara Chiara, di capire che non esistono anni pari simpatici e dispari antipatici. Tutto sta nel tuo modo di affrontare le cose.
Se vuoi vivere bene allora, regalati più leggerezza. Non chiuderti mai la porta dei desideri. La voglia di mangiarti il mondo arriverà da sè.
 Di fronte a questa sessione che si è chiusa si apre l'ultimo capitolo di questa storia. Il bello è che alla fine di ogni libro si trova sempre la pagina dei ringraziamenti.
E sono già pronta a scriverla.