martedì 22 dicembre 2015

Vide o mare quant'è bellooooo, spira tanto sientimentooooo- torna a Salerno

Al suono incessante delle campane in festa sono ritornata nella mia terra natìa, in Calafrica, in una nebbiosa mattina pre-solstizio di inverno. Nonostante il giubilo locale dovuto al mio ritorno, la tesi in via di stesurAHAHAHAHAHAHAHAH e i miei doveri di sorella maggiore nel nostro simpatico appartamento romano con il Duci ci siamo concessi una fuitina nella Milano campana, ovvero Salerno.
Il motivo di questo romantico week end è presto detto: il viaggio serviva a ricordare a Duci che mi sopporta da ben un lustro, perciò era necessario che si festeggiasse cotanta felicità.
Ma perchè siete finiti a Salerno? Non era più romantica Venezia? o un tramonto su ponte Vecchio? una sciata sulle Dolomiti? Forse si, ma magari anche no, perchè io avevo voglia di una sfogliatella calda da troppo tempo e la leggenda narra che fuori dai confini campani non si reperiscono con facilità.
No vabbè, seriamente, volevo vedere le famose "luci d'artista" di Salerno, l'evento mediatico della stagione natalizia di tutto il centro e sud Italia, spettacolo per il quale migliaia di turisti stanno riempiendo la città. Insomma, siccome le file di expo non ci erano bastate (per rinfrescarvi la memoria ne parliamo qui  ), allora abbiamo accuratamente cercato un altro evento dove ci fossero lunghe code e attese, difficoltà nel camminare, trambusto e caos. Scusate, non possiamo farne proprio a meno. Volete mettere il brivido di doversi organizzare all'ultimo e non riuscire a trovare un posto in cui passare la notte, come novelli Maria e Giuseppe? E infatti, nel giro di un paio di giorni abbiamo organizzato la traversata verso il Sud.

PARTENZA
Da buoni meridionali quali siamo (sì, anche se un 25 % del suo sangue è tedesco, ormai Duci è stato completamente terronizzato, e tutti lo abbiamo capito nel momento in cui mi ha detto "mi duole il capo" in dialetto) decidiamo di raggiungere Salerno in pullman. Io, in rispetto alle mie origini terrone, preferisco chiamarla corriera. A bordo della corriera, dopo circa un'oretta dall'inizio del nostro viaggio, uno dei due autisti ci consegna un foglio. Ma cosa sarà? è una scheda di giudizio di ben 19 canzoni di cantanti neomelodici sconosciuti. A noi l'arduo compito di dare un giudizio da 1 a 5 alle canzoni e ai loro video. Sì, è stato un momento di grande tensione, troppa per due ragazzi che vogliono solo farsi una piccola vacanza, ma alla fine, con dignità e autorevolezza, abbiamo votato. Il migliore si esibirà a casa Sanremo. il nostro preferito è risultato Alessio Creatura; vai Alessio, sei tutti noi. Il tempo per bearsi del meglio della musica in circolazione è poco: il pullman ci lascia a Salerno, fermata parco Pinocchio

SE PARIGI AVESSE IL MARE NON SAREBBE COMUNQUE SALERNO
Scaricati in the middle of fucking nowhere, protetti dallo sguardo bronzeo della statua di Pinocchio presente nel parco in cui veniamo scaricati, ci facciamo una passeggiatina di venti minuti per raggiungere il centro e il b&b in cui abbiamo prenotato. Le indicazioni presenti sulla pagina tripadvisor della struttura ci mandano in un vicolo lungo non più di dieci metri. "Avremo sbagliato, non può essere questa la via che ci interessa!" No no, non ci sbagliamo, siamo proprio nel posto giusto! Finiamo in questo palazzone risalente più o meno all'anteguerra; Saliamo alcuni gradini, poi un androne stretto, e poi altri gradini, e di nuovo uno slargo, una scalinata angusta, un ascensore attivo solo dal primo piano in poi, una porta aperta e una signora che ci invita ad entrare. Nonostante i pregiudizi iniziali, il b&b si rivela discreto e abbastanza pulito. La colazione del giorno dopo lascia a desiderare, ma una cosa su tutte va detta: il caffè era davvero buono. Onestamente uno dei migliori caffè fatti con la moka che io abbia mai bevuto. Come disse qualcuno "Salerno val bene un caffè". Ma Salerno val bene anche il lungomare. Con somma fortuna compiamo una romantica passeggiata all'ora del tramonto. Non vedevo il mare da un po', forse troppo tempo per essere una ragazza nata sul bagnasciuga. E il mio cuore si è sciolto di felicità.
Ma non sapevo cosa fosse la vera felicità fino a quando non ho visto la carrozza di Cenerentola tutta illuminata.

LUCI D'ARTISTA
Calato il sole sul pelo dell'acqua del golfo di Salerno dalle profondità marine sale una gianna che non ve la racconto. insciarpati come si deve ci inoltriamo nel centro di Salerno. Tiro Duci per la manica della camicia per correre verso la villa comunale per vedere l'accensione delle luci. Ci posizioniamo di fronte alla carrozza di Cenerentola. In attesa. In silenziosa attesa. In attesa un po' meno silenziosa. In attesa che "MA QUANDO LE ACCENDONO???? MA LE ACCENDONO? MA DOVE SONO LE...OOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOH!"
Le luci sono davvero belle, in un percorso non molto lungo, accessibile a tutti, pronto ad incantare grandi e piccini. Sul lungomare trovate i pinguini, mentre la villa comunale è il giardino incantato, pronto a raccontare le fiabe cui siamo più affezionati: Pinocchio, Cenerentola, Peter Pan, Alice nel paese delle meraviglie. i vicoli della città fanno da sfondo al giardino di primavera, mentre corso Vittorio Emanuele è illuminato a giorno dall'aurora boreale. è bello passeggiare fra i vicoli illuminati di questa città, con una sfogliatella in una mano e le dita di Duci nell'altra.
Non siamo tipi da viaggi strafighi, week end di lusso nelle capitali europee o shopping sfrenato negli States, ma quello che riusciamo ad organizzare fra una lezione e un esame per noi è tanto. Non mi auguro granché per noi, solo lo stesso entusiasmo di quella festa che ci ha fatto dire "noi" per la prima volta. Scusate la sviolinata, è colpa dello zucchero a  velo del pandoro.

IL RITORNO
Il giorno dopo, complice una straordinaria promozione Trenitalia 2x1, prendiamo un comodo intercity. Attraversiamo Napoli e Aversa, Formia con la sua stazione affacciata a picco sul mare a fare da belvedere sulle isole ponziane, grandi e vicine da poterle toccare con le mani ("Quando ci andiamo?" " Al prossimo viaggio!"), la confortevole Latina, il caos di Roma Termini.

Il nostro ufficio stampa non vuole ancora pronunciarsi sulla nostra prossima visita di stato, ve lo comunicheremo prontamente sui nostri social. Se volete esprimere una vostra opinione sui doni che ci siamo scambiati per l'evento, prego andare qui.

Vi auguro cenoni infiniti: mangiate (senza) misura.

(scusate, mentre scrivo questo pezzo vedo il film "Il grande e potente Oz"; ma a chi è venuta l'idea di trasformare Mila Kunis in Shrek?)

lunedì 14 dicembre 2015

DilloConUnLibro: "Elianto" di Stefano Benni

Ma voi lo sapevate che gli antenati dei libri sono i malibri? Ma certo, animali-libri che andavano in giro e registravano sulle loro membrane ricettive tutto ciò che li circondava. Gli uomini preistorici erano affascinati da queste creature e cominciarono ad usarli in un primo momento come ornamenti o addirittura come pattine. Solo dopo molto tempo si accorsero del loro contenuto e a decifrarlo. Cominciarono a catturarli, a collezionarli, a venderli. Li catturarono tutti e i malibri, che si nutrivano di paesaggi, divennero grigi e tristi, si mummificarono. Ma era già nata la moda dei graffiti, e dei malibri si dimenticarono tutti.
Queste e altre storie fantastiche sono raccontate in "Elianto" di Stefano Benni: nel paese di Tristalia c'è Elianto, un bimbo intelligente ma malato di "morbo dolce" che lo sta lentamente uccidendo, ma lui è la speranza di tutta la sua contea: è chiamato a rappresentare la contea 8 nei giochi dell'indipendenza. Vincere i giochi è l'unico modo per le contee di liberarsi dal Governo centrale, che non ha a cuore i suoi cittadini, ma è satollo di potere e giochi politici. A governare il paese ci pensa un mega computer chiamato Zentrum, cui vengono affidate tutte le decisioni più importanti, dai nomi dei candidati alle elezioni fino alle pubblicità e ai partecipanti al concorso nazionale di musica. Gli amici di Elianto, Iri, Boccadimele e Rangio, iniziano un lungo viaggio nei restanti sette mondi alterei per trovare l'unico antidoto al male che colpisce il loro amico, ma non sono gli unici a viaggiare per i 7 mondi per mezzo di una mappa nootica: ci sono Fuku, Visa e Pat, alla ricerca del guerriero Tigre triste, e i diavoli Ebenezer Carmilla e Brot incaricati da Lucifero in persona di distruggere lo Zentrum, poichè di fatto, con le sue scelte pilotate, elimina il libero arbitrio.
è un libro di una satira graffiante, che mette al centro un'Italia triste, Tristalia appunto,lambita da slogan, alle prese con una politica feroce che ingabbia i cittadini fino a renderli non liberi neppure di poter controllare il proprio grado di paura.
Era il 1996 quando Benni scrisse questo romanzo e il nostro paese era alle prese con una nuova repubblica, la prima televisione commerciale, i grattacieli che creavano uno skyline insolito per le città italiane, cominciava a parlarsi seriamente del problema dell'inquinamento.
In questo romanzo c'è tutto quello che potrebbe esserci in Italia fra 100 anni o anche domani: "siate maggioranza!" urla il telegiornale del mattino prima di sottoporre i suoi cittadini al sondaggio quotidiano che cerca di compattare l'opinione pubblica verso un unico pensiero. E devono addirittura intervenire dei diavoli per permettere ai "tristalioti" di riappropriarsi del proprio pensiero.
Forse Benni ha scritto questo libro in un clima di incertezza e paura, in un momento storico difficile per il nostro paese. Mi chiedo se adesso si senta sollevato, se ci vede peggiorati, se si sono verificati degli imprevisti che non aveva preso in considerazione e che rendono il quadro generale ancora più incerto.
Da lettrice incallita posso dire che della prosa di Benni non mi stancherei mai. Vorrei poter entrare nella sua testa e vedere il mondo che si nasconde dentro, in quale angolo della sua quotidianità riesce a creare il mondo altereo di Mnemonia, dove i nostri ricordi diventano spighe di grano, e perchè a Posidon i pesci filosofi non si lasciano pescare facilmente. I suoi libri sono una Babilonia di lingue e mondi, con la fine dell'ultima pagina si resta pervasi da un senso di leggerezza sofisticata,si è più ricchi. Ed è quel tipo di ricchezza che fa ben sperare che Tristalia, almeno per ora, è un presentimento lontano.

Titolo: Elianto
Autore: Stefano Benni
Editore: Feltrinelli
Pagine: 313
Prezzo: 8 €

martedì 1 dicembre 2015

Ma come te ne esci? Il galateo dello starnuto secondo Carla Gozzi

Molto tempo fa ero una persona libera e felice, cui piaceva leggere libri interessanti, fare lunghe passeggiate in bicicletta, studiare con diligenza.
Poi, con l'avvento del digitale terrestre, ho scoperto Real time. Enzo Miccio e Carla Gozzi sono stati i miei Virgilio nella bolgia infernale del trash televisivo.
Cara Carla, quante volte ho assunto insieme a te quella espressione disgustata al vedere abbinamenti improbabili, meches antiquate già negli anni '90, outfit da giorno usati per una occasione speciale.
Ti sono stata vicina quando ti sei tagliata i capelli, mantenendo il pallido biondo alla Stephanie Forrester, e tu ti sei prodigata in consigli quando ti chiedevo che calze abbinare con un fantastico tubino rosso di velluto comprato a meno di 30 euro.
Quanti commenti agli outfit delle star per la notte degli oscar? Io per te ho imparato a pronunciare con disinvoltura petite robe noir e ho abbandonato i miei lunghi capelli per un più fashion long bob.
Però, dolce Carlà, ogni tanto la spari grossa pure te.
Qualche settimana fa consultavo con assiduità la tua pagina facebook per carpire nuove e fondamentali regole di bellezza e bon ton e mi sono imbattuta nel seguente post: bon ton dello starnuto.
Estasiata, apro la pagina nella speranza che Carla stesse distillando trucchi per non starnutire con la stessa grazia di un elefante cui è andata di traverso una nocciolina, ma sono rimasta delusa.
Nell'incipit del suo post Carlà promette a tutte noi sue seguaci che è pronta a darci qualche consiglio per non fare figure sgradevoli e non contagiare nessuno.

 Starnutire nel fazzoletto per arginare i virus, possibilmente di lino bianco e con le tue iniziali.

Fazzoletti di lino? Iniziali? Carla, ma in che epoca storica ci troviamo? Guarda che non siamo contemporanei di Pepa e del suo misterioso segreto, il mondo si è evoluto, adesso esistono i kleenex. Forse non sono bon ton come i fazzoletti ricamati, ma capisci bene che dopo averli usati, neppure i fazzoletti di batista sono fescion. Hai mai provato a lavare un fazzoletto di stoffa usato? Non è affatto una azione di buon gusto. Vuoi mettere i fazzolettini usa e getta? Quelli che hanno la carta tre veli che ti accarezzano delicatamente il nasino, tutti profumati di eucalipto, profumo che, se riesci a sentirlo, ti fa capire che il raffreddore sta passando?

Poi ti dirò: quando da piccola giocavo con le Barbie, i fazzoletti di carta si prestavano benissimo per diventare veli da sposa e pregiate stoffe matrimoniali; più classy di così si muore.
Ma Carla continua con il suo decalogo di stile:

 Mai la mano davanti alla bocca! niente di più sbagliato: i virus si depositano sulle mani, pronti a essere trasmessi alla prima stretta.

Certo Regina del buongusto, anche io ci posso arrivare che starnutire in mano non aiuta a placare la diffusione dei germi, e mi rendo conto che sicuramente non è il massimo dell'eleganza, ma mettiti nei panni di noi comuni mortali: se sto per starnutire e l'unico fazzolettino con le mie iniziali, ahimè, è andato smarrito, che fare?
Starnutire in faccia?
Morire soffocati per mano dei propri germi?
Starnutire nell'ascella?
Scusa, devo ricorrere alla maleducata abitudine di starnutire in mano, a mia discolpa dico però che in borsetta ho sempre il disinfettante per le mani, basta per non essere scambiata per una bomba batteriologica ambulante? Dimmi di sì, ti prego.
Carlà si dilunga nel descrivere meticolosamente come lavare le mani per far sì che voi non diventiate ponti di trasmissione dell'ebola e conclude dicendo:

ASSOLUTAMENTE NO!
Augurare “salute” a chi starnutisce. Se lo stai per fare morsicati la lingua perché il galateo non contempla questa risposta

Visto che la Madonna dello stile ha decretato che "salute" non va bene, è necessario trovare un'altra formula di congedo per chi ha appena starnutito. Io propongo:
-attaccati;
-mannaggia ai saraceni;
-ma come starnutisci?
-atac di merda (formula un po' brusca,ma mai demodé).
Insomma Carla, ma come te ne esci? Io ogni volta che starnutisco mi sento come se stessi per perdere un bronco e tu stai lì a vedere se il mio starnuto è abbastanza stiloso?
Che birba che sei cara! Ti perdono solo perchè anche a te piacciono tanto le camicie con il fiocco (però se ti becco un'altra volta a decantare i pregi dell'half bun ti tolgo il saluto!)

Baci Baci
Chiarà

mercoledì 18 novembre 2015

DilloConUnLibro: "Notturno indiano" di Antonio Tabucchi

"Le corps humain pourrait bien n'etre qu'uneapparance-disse.- Il cache notre réalité, il s' épaissit sur notre lumière ou sur notre ombre."

Ho avuto molta difficoltà nel ricominciare a riprendere parola dopo gli attentati di Parigi di venerdì scorso; mi sono chiesta se ci fosse qualcosa da dire. Credo e temo si sia detto davvero tutto a riguardo, e anche di più e poichè provo profondo rispetto per chi vive l'angoscia di questi giorni, non solo per chi non c'è più e per le loro famiglie,ma anche per chi è sopravvissuto e continua a temere per la propria vita, compresi alcuni cari amici che vivono in Francia, credo che il silenzio sia la forma più sincera di vicinanza a tutti.

 Devo ricominciare a parlare però, non solo qui sul blog, ma anche nella vita di tutti i giorni; avevo programmato un post allegro e spensierato, perchè era da un po' di tempo che non mi concedevo due risate nello scrivere; personalmente non me la sento. Ecco che allora riprendo a fare una delle cose che so fare meglio; leggere e scrivere di ciò che ho letto.

 In mio soccorso in questi giorni spenti è arrivato Antonio Tabucchi con il maneggevole "Notturno indiano": un libricino di appena cento pagine, che in teoria impieghi un giorno a leggerlo se sei un affamato di scrittura, ma che mi sono trovata a spezzettare in più giorni perchè ho avuto la necessità di elaborare ogni capitolo dopo averlo letto.
Partiamo da una prima costatazione: io adoro la Sellerio editore e le sue copertine, tanto che inventerei il pantone "blue Sellerio". Ogni volta che mi trovo un libro di questa casa editrice fra le mani mi sembra di stringere una Bibbia, non so perchè mi fa questo effetto così solenne.
Sulla trama della storia abbiamo pochi elementi: sappiamo che il nostro protagonista (nome non pervenuto, chiamiamolo per il momento Roux, una volta che prenderete in mano questo libro capirete perchè) è alla ricerca di Xavier, amico dai legami interrotti che ha fatto perdere le sue tracce in India. L'io del nostro romanzo comincia così un lungo viaggio introspettivo dell'India e di se stesso, così alla ricerca di sè che mi sono chiesta più di una volta se il protagonista si conoscesse per davvero o se non si stesse disegnando per la prima volta al mondo in queste pagine. è una storia, una ricerca, spezzettata, che si compone tassello dopo tassello ad ogni capitolo che scorre, in un itinerario che ho ricostruito visivamente con una cartina alla mano: un cammino che inizia sul finire del giorno a Bombay in un hotel laido, che sa di schifo mentre leggi, ma così schifo che ti sembra di avere le dita unte, tocca Madras (viaggio in notturna in treno da una parte all'altra della penisola indiana, dal mar Arabico fino al golfo del Bengala), si ferma in una località sconosciuta fra Madras e Mangalore, trova pace a Goa.
è un libro fatto di hotel e chilometri macinati in notturna, con ogni mezzo di locomozione, incontrando ogni tipo di essere umano, dalla donna dalla pelle più liscia all'uomo più deforme.
La cosa che più mi ha fatto amare questo libro è stato leggerlo al mattino presto o all'ora di pranzo, quando mi muovo da e per l'università, immaginando che in India ci trovassimo davvero alle prime ore del nuovo giorno o in piena notte, e lo facevo su ogni mezzo di trasporto, in simbiosi con il protagonista.
Ho sentito gli odori di una terra che vorrei conoscere nel profondo, ho visto la sua abiezione grazie alle foto di Christine, ma soprattutto ho provato un forte senso di rispetto per il diverso, che era forse ciò di cui più avevo bisogno in questi giorni.
Leggetelo, amatelo, scioglietene le pagine a furia di leggerlo; l'inchiostro vi rimarrà sulle mani, arriverà ai vostri occhi e alla vostra bocca; queste parole non saranno state lanciate invano.

Dedicato a Valeria Solesin.

Titolo: Notturno indiano
Autore: Antonio Tabucchi
Editore: Sellerio Editore Palermo
Pagine: 109
Prezzo: 10 €

giovedì 12 novembre 2015

DilloConUnLibro: "chi manda le onde" di Fabio Genovesi

In un momento di grandi cambiamenti e battenti monsoni della vita che preannunciano nuove stagioni, ho cominciato a farmi guidare di nuovo da un amico invisibile e gentile che mai mi ha lasciato sola nella vita.
Potrei cominciare ad elencare tutti i vantaggi della lettura, ma voi che state imparando a conoscermi sapete quanto non sopporti la ripetitività, però su una cosa rifletto da molto tempo: la lettura forse è una delle poche cose nella vita che non ha alcun tipo di effetto collaterale. Non porta vizi, ma solo virtù; se la cioccolata ci piace ma fa venire il sedere grosso, se fare l'amore non sempre è detto sia soddisfacente, se lo shopping ci lascia senza soldi, la lettura invece non si piega ai difetti della mortalità. Le storie che restano intrappolate sono immortali, e anche se capita di trovare fra le mani un libro che non ci convince, che non ci ha preso, che ci ha deluso, resta comunque un rapporto di intimità solo fra te e quella storia, anche la tua delusione l'hai personalizzata fino a farla tua, e un segno, magari anche piccolo come un graffio, te lo ha lasciato.
è per questo motivo che in questo momento vivo in simbiosi profonda con i miei libri, veri depositari del mio quotidiano; da quando ho cambiato casa e per arrivare in università impiego più di un'ora sui mezzi, ho deciso di avviare questa piccola rivoluzione personale: basta passare tutto questo tempo di stallo con la testa piegata sul cellulare. Mentre mi faccio prendere da una storia sono a portata d'orecchio le altre storie che ascolto intorno a me, e con diligenza lascio che si intreccino fra loro, con una matita segno ai bordi delle pagine le storie che ascolto.
 Il primo libro con cui ho avviato questa silente rivoluzione è "chi manda le onde" di Fabio Genovesi. Era da qualche mese che questo camper azzurro con mare sullo sfondo della copertina mi intrigava e a settembre mi sono lasciata coinvolgere dalle storie di Luna, una bambina albina che vive in Versilia, che affronta il passaggio dalla fanciullezza all'adolescenza da emarginata, che vorrebbe passare le sue giornate in costume da bagno a prendere il sole ma non può, che ama il mare anche se non riesce a vederlo bene. La vita di Luna è circumnavigata dalle storie di tanti altri personaggi, anche loro emarginati dalla quotidianità, che vivono le loro vite disastrate con specialità: Serena è una mamma bellissima e selvaggia, Sandro è un peter pan di quarant'anni che non ha mai voluto davvero dare una svolta alla sua vita, c'è Zot che ha l'età di Luna (forse) e viene da Chernobyl, è orfano e parla un italiano vetusto, e persino Luca, il fratello di Luna, il migliore in tutto, bello e vivace come un papavero in mezzo al grano, anche lui che dalla vita può potenzialmente avere tutto, brilla di luce propria, e quindi è inarrivabile e solo. Sono tante storie di solitudini che si intrecciano fra loro, che arrivano a toccarsi più per inerzia che per volontà propria, che mandano avanti questa storia, inconsapevoli che con le loro vite daranno anima ad un romanzo.
C'è voglia e ambizione di realismo magico nelle pagine di Genovesi, che però si infrange e si spezza con uno stile che non riesce a reggerlo. Sì certo, trovare pentole sul bagnasciuga o nascondere anziane signore morte nel freezer e conviverci tranquillamente rincorre molto quel genere letterario, ma forse uno stile estremamente diretto, dalla bestemmia un po' facile (mi avevano avvertito sul fatto che i toscani fossero un popolo di acuti bestemmiatori, me ne sono convinta solo dopo questa lettura), con nodi molto intricati creati dall'autore stesso e che scioglie forse con un po' troppa leggerezza, ecco che la bolla di magia si spezza.
Sono arrivata fino alla fine del libro per capire il senso di un titolo così poetico, e Genovesi non ti dà una soluzione, e questa è sicuramente un'arguzia elaborata da parte di chi dietro a questo romanzo ha dedicato molto tempo. Ma quindi alla fine chi manda le onde? La soluzione è un po' quella de "il coccodrillo come fa": ovvero nessuno lo sa, per il semplice fatto che dentro questo mare ci siamo tutti, eppure ognuno di noi ha un "mittente di onde" diverso. Come in questa storia: alla fine tutte le solitudini dei personaggi e fra i personaggi vengono colmate dalle acque che portano le onde.

Titolo: Chi manda le onde
Autore: Fabio Genovesi
Editore: Mondadori
Pagine: 391
Prezzo: 19 €

mercoledì 4 novembre 2015

Parlami d'amore- James Tissot e il suo amore per Kathleen Newton al chiostro del Bramante

Molte volte capita di vivere in una città meravigliosa come Roma e non riuscire a cogliere la sua bellezza.
Quante volte mi son sentita dire:" ma di cosa ti lamenti? Vivi nella città più bella del mondo!"; la cosa strana però è che, nonostante ci si trovi circondati dal fascino senza tempo della città eterna, non solo purtroppo non ha raggiunto tutti i suoi quartieri (vorrei tanto farvi vedere certi casermoni alti più di dieci piani che si trovano in periferia!), ma alcune volte è necessario doversi dire: oggi esco perchè devo fare scorta di bellezza.
Ed è quello che è successo l'altra sera, quando ho convinto il Duci a portarmi alla mostra di James Tissot al chiostro del Bramante. Il chiostro si trova ben nascosto alle spalle di piazza Navona, dove la chiesa di Santa Maria della Pace si incastra alla perfezione nel vicolo e non lascia immaginare le meraviglie che offre al suo interno. Da quando si sono conclusi i restauri del complesso qualche anno fa, il chiostro del Bramante è diventato uno dei poli espositivi più interessanti che la città offre.
Io e il Duci approfittiamo del lunedì universitario (solo il lunedì gli studenti universitari entrano nel pomeriggio ad un prezzo di 5 euro e non di 13!!! Non fatevi scappare l'occasione!) e mettiamo piede per la prima volta nel chiostro. Commissionato dal cardinale Oliviero Carafa agli inizi del XVI secolo, Bramante crea uno spazio raffinato e lineare, in piena armonia con i canoni rinascimentali, creando ristoro per gli occhi di chi entra nello spazio grazie al ciclo di affreschi raffiguranti la vita di Maria.
Una volta entrati dentro lo spazio espositivo ad accoglierci è un autoritratto dello stesso Tissot, che con sguardo furbo ci invita a scoprire la sua vita per mezzo delle sue stesse opere.
La mostra si articola in nove sezioni: dagli inizi parigini fino alla definizione del suo personalissimo stile, la vita londinese, i continui richiami all'oriente e al Giappone soprattutto, la ricerca del volto femminile perfetto fra i tanti visi e corpi di donna che ritrae. L'apice della sua produzione artistica arriva con l'incontro con Kathleen Newton, donna irlandese divorziata che accoglie nella sua casa insieme ai suoi due figli. I due vivono un amore intenso e passionale, Kathleen sarà la musa di molte delle sue opere più famose. La ritrae mentre si riposa su un'amaca, durante uno dei tanti periodi di convalescenza (la donna era malata di tisi), mentre prende il sole in giardino. Il volto perfetto e struggente di Kathleen si accompagna a mille pose, smorfie e abiti che la ritraggono nella quotidianità, perchè Tissot ama la femminilità in ogni sua accezione e la moda
ne è una componente  importante: in una delle opere esposte nella mostra Kathleen vi accoglierà in sala fissandovi con i suoi occhi pieni di incanto mentre il suo corpo assume una posa noncurante coperto da un leggero abito in mussola e dei coloratissimi fiori sul petto. Uno dei quadri in cui più di tutti il visitatore è messo di fronte alla bellezza sfacciata e sofisticata di Kate è "Signora con ombrello": stretta in un abito scuro in taffetà Kate guarda lontano protetta da un grande ombrello nero, noncurante della sua avvenente bellezza. La giovane purtroppo morirà suicida a 28 anni, Tissot cade nello sconforto, vive un periodo di riavvicinamento alla religiosità, di cui ne sono una prova il ciclo del figliol prodigo e la ripresa dei suoi viaggi per lenire il dolore della scomparsa della sua amata.
L'ultima sala è quella che mi ha colpita di più: entrando nell'ultima sala infondo si scorge questo quadro
Il quadro si intitola "la donna più bella di Parigi". Il quadro sembra incorniciato da due tende rosse, che danno l'impressione al visitatore che le porte di un salone bellissimo si stiano aprendo davanti a lui per essere introdotti alla stessa splendida festa cui partecipa questa fanciulla. Ma il visitatore non ha tempo di pensare a nulla, perchè qualcuno ad alta voce ne commenta la delicata bellezza. Fra il visitatore e il quadro si trova un antecamera buia, in cui ad alta voce gli stessi soggetti del quadro si trovano a parlare di bellezza, amore, fascino. 
"Bellezza è una promessa di felicità", dirà uno di loro.
E io da quella bellezza non voloevo più staccarmi

giovedì 22 ottobre 2015

Ma alla fine l'expo cos'è? Gita a Milano sulle tracce di Lona

Costosa come un paio di Manolo Blahnik,
fredda come il polo Nord
inflazionata come gli hipster,
ordinata come il tavolo da lavoro di un ingegnere (ed io con gli ingegneri ho una certa dimestichezza)
Nonostante il mondo ( e la sessione autunnale) ha provato a remarci contro, potevamo io e il Duci farci sfuggire l'occasione di appecettare un week end a Milano per vedere l'Expo? Potevo continuare a rimandare la visita ai sacri luoghi che hanno fatto da set a cielo aperto all'opera prima di Lory del Santo, "The lady"?
Fra meno di un mese il secondo attesissimo capitolo partorito dalla mente della svampita Lory debutterà sui nostri schermi rompendo l'internet più delle mastodontiche terga di Kim Kardashian, e io non potevo più continuare a rimandare il mio pellegrinaggio nella città di Lona (anche perchè il 31 ottobre Expo sbaraccopolerà dal polo fieristico di Rho, e poi se facevo perdere a Duci i soldi del biglietto me se magnava). 
Armati di Reflex e buona volontà, io e Duci abbiamo organizzato la nostra partenza rocambolesca: voliamo sopra i tetti di Roma per toccare la Madunina con le dita. Troviamo ospitalità nel capoluogo lombardo da Maddy, un'attrice sospesa fra Milano e gli States che ci apre le porte della sua casa da artista: foto che la ritraggono in posa di fronte a vari fotografi, locandine dei suoi spettacoli, le regole dell'uso del bagno scritte sopra il wc: wash, brush, floss and flush. Vi consigliamo di alloggiare da lei, ma sappiate che dovrete lasciare le scarpe all'ingresso, la sua è una "house germ free". Prima di rivolgerci a Maddy ci siamo messi in contatto con Gisele per chiederle rifugio dicendole che siamo amici di Lona, ma ci ha detto che non sapeva se sarebbe tornata in tempo per noi, era a Londra al "baretto" ad aspettare l'arrivo di una bottiglia di amarone e non sapeva quando si sarebbe sbrigata. 
Il tempo di infilarci nuovamente le scarpe e siamo già in giro per Milano: proviamo a chiedere nei bar e sul tram dove possiamo trovare il top del top del business e della moda, ma non sanno darci molte indicazioni. Dopo aver passeggiato fra il castello sforzesco e il Duomo arriviamo davanti piazza affari, ma di Lona, vedova nera della finanza, nessuna traccia. Disperati ci fiondiamo dentro galleria Vittorio Emanuele e facciamo il classico triplice giro di tacco sopra le pudenda del toro che ci garantirà un futuro ritorno a Milano, nel caso non dovesse riuscirci di vedere Lory questa volta. Passiamo la serata sui navigli, con il sole che declina a favore di un cielo trapunto di stelle, mentre ci destreggiamo nel classico ape milanese: 8 euro e buffet illimitato. Grazie al corso di galateo di assalto al buffet siamo riusciti a mantenere il giusto aplomb e grado di classe. Niente botellon alle colonne di San Lorenzo, noi siamo gente seria. 
Il giorno dopo sveglia al canto del gallo per correre ad expo; è domenica,giorno del signore ma anche bollino nero per le code. Agguerriti ma sempre stilosi attraversiamo i tornelli alle 09:01 e da lì comincia la nostra folle corsa verso il padiglione Giappone. Attraversiamo un kilometro e mezzo di decumano e troviamo già due ore e mezzo di fila, e il padiglione avrebbe aperto solo fra un'ora. Cosa fare? Mentre proviamo a pensare alla cosa giusta da fare, le mie narici cominciano a captare sentori di mele e cannella e cioccolato:poco distante si trova il padiglione Austria. E noi eravamo a pancia vuota. Il nostro stomaco ha la meglio sulla nostra mente e decidiamo di mollare il fantabolante padiglione Giappone per il padiglione austriaco. 
è inutile dirvi che dei padiglioni più blasonati non ne abbiamo visto neppure uno, in compenso abbiamo:
-fatto colazione con sacher e strudel;
-intramezzato la mattina con the alla menta del padiglione Marocco;
-ci siamo sollazzati al padiglione Olanda, divertente come un luna park;
-non abbiamo ceduto alle lusinghe del cappellino del padiglione Vietnam (dieci euro per un cappellino da raccoglitore di riso che avranno pagato sì e no 3 centesimi);
-bevuto sangria al padiglione Spagna;
-ricevuto due palloncini a forma di cuore.
Vale la pena andare ad expo? Secondo me sì, anche perchè, citando un mio amico pare tanto la fiera del levante solo con un respiro più internazionale. L'esterno dei padiglioni è davvero bello, si mangia bene e se avete gambe robuste e pazienti reggete tranquillamente una intera giornata.
Soddisfatti e fieri per aver retto alla fatica, il lunedì mattina ripartiamo alla volta di Roma. 
Grande il dispiacere per non aver intravisto Lona e Luc fra le strade milanesi, il destino ci riserva una grande sorpresa. Sul nostro aereo, qualche fila più in là, Belen Rodriguez filma (in modalità aereo) il nostro volo. 
Certo, non abbiamo sentito la voce impegnata e melodiosa di Lory del Santo, ma Belen che si spara i selfie da caricare su instagram ci ha soddisfatto. 
Lona, noi sappiamo che ci sei; ti cercheremo, ti troveremo e ti metteremo in riga. 

mercoledì 30 settembre 2015

Il diavolo fa le pentole e pure il giapponese all you can eat

Come avevo già preannunciato sulla mia followatissima pagina IG (per i più intrepidi cercate chiara_mente92: mi pare che questo nick aveva un senso un tempo, adesso non lo ricordo più o forse non ve lo voglio dire), avverto la necessità di raccontarvi la mia prima esperienza in un ristorante giapponese con formula all you can eat, ma prima che tutto questo accada voglio fare alcune piccole considerazioni fuori testo che reputo molto attuali nella momento storico che sto vivendo:
- Abito in un appartamento vista stazione Tiburtina. L'idea che posso percorrere mentalmente l'ex via consolare Tiburtina Valeria e forse giungere fino il Molise, ammesso che questo luogo mitologico esista, e di lì al mare mi fa stare molto bene (sebbene trovo sia più probabile toccare le buie sponde delle terre di Mordor che il Molisn't).
- è mai possibile che, se compro le uova e queste si trovano in posizione leggermente precaria nella busta si sfracellino tutte, mentre quando voglio rompere il guscio con educazione sbattendolo sul ripiano della cucina diventi improvvisamente di acciaio inox?
- Di fronte al mio palazzo vive una donna piccione; vorrei definirla la "piccionaia" con un neologismo da me coniato or ora, se non fosse che tal termine mi sembra un po' vagamente ambiguo, quindi lascio perdere. Costei ogni giorno all'ora di pranzo svuota buste della spesa piene di molliche di pane, attirando piccioni nel raggio di 20 km. Considerando che io adoro gli animali allo stesso modo in cui Bossi ama i Terroni, ogni volta che vedo questi stormi apocalittici di immondi pennuti starnazzare davanti ai miei occhi, comincio a chiudere ogni finestra e abbaino e a sgranare rosari.

Il giapponese dicevamo.

Non era la prima volta che mangiavo cucina sushi & company, mi sono avvicinata al piatto più fotografato e fessscion dei social già in Spagna, sebbene le mie reticenze passate fossero dovute ad un piccolo insignificante dettaglio; a me il riso non piace. Dopo aver appurato a Valencia che il riso in formato Nigiri mi piace (siete tutti dei grandi viveur, non sta a me spiegarvi cosa sono) non mi sono più fatta problemi. Nel dubbio ho anche assaggiato un risotto dopo questa epifania sul riso, per constatare che in effetti non mi piace. Non c'è un nesso logico fra le due cose, ma è andata così.
Locale dall'arredamento tipico orientale, io e il Duci veniamo fatti accomodare presso questo tavolino già apparecchiato alla maniera nipponica: tovaglietta in bambù, piattino rettangolare in ceramica, mini piattino per mettere la salsa di soia e bacchette.
No forchette.
No bacchette no way, altresì detto o bacchette o t'attacchi. In tutto questo voi dovete sapere che io sono anche stata dieci giorni in Cina cinque anni fa ed ho avuto numerosissime occasioni per far pratica con quegli arnesi, ma nell'utilizzo delle bacchette sono negata come in qualsiasi altro sport estremo (e non).
Nonostante ciò non mi faccio scoraggiare, comincio ad inspirare dal naso ed a espirare dalla bocca ed apro il menù.
Per chi non lo sapesse, la formula all you can eat prevede che ad un prezzo fisso voi possiate ordinare tutto quello che sta scritto nel menù nelle quantità che desiderate e ogni volta, potete fare un giro di giostra o diecimila, il prezzo del menù rimarrà invariato. L'unico limite è che si deve consumare tutto ciò che è stato ordinato, altrimenti per ogni porzione lasciata la pagate a prezzo pieno.
Io con il cibo ho questo rapporto: poichè sono un'ingorda senza precedenti il mio cervello mi ha autconvinto di avere la capienza stomacale di un camionista. La cruda (aggettivo calzante visto che si parla di cucina nipponica) verità però è che ho un pancino da Madamoiselle; questo vuol dire che dopo due respiri a pieni polmoni sono già piena.
 Il primo giro è iniziato in maniera sobria: rotolini di alghe vari, tempura croccante e leggera, pesce crudo in ogni dove (e no, per il momento non ho la salmonella nè affini). Al secondo giro morivo riversa sul tavolo con tutto il riso ficcato nelle guance e lo sguardo disperato di chi non ce la fa più. In una sera ho mangiato tutto il riso che non ho ingerito per ventitré lunghi anni, ma pur di non dover pagare l'extra per mancata consumazione ho mangiato tutto il mio Onigiri (avete presente quelle polpette di riso che si vedono nei manga giapponesi? Ma si può sapere cosa è saltato in mente loro di farle così grandi??? Ma lo sanno che, anche se si compatta il riso quello al primo morso si sgretola e bisogna raccogliere ogni singolo chicco ovunque?). All'ultimo frittino di tempura io ero così disperata di dover mangiare ancora che la frittella è ACCIDENTALMENTE caduta sotto il tavolo.

Il momento più epico è stato raggiunto quando ho preso le bacchette con entrambe le mani per cercare di incastrare un chicco di riso e portarlo alla bocca. Sfinita dalla mia mobilità con le bacchette, che fino a quel momento si era rivelata puramente ornamentale, ho chiesto ad una cameriera di portarmi delle posate. E mentre tutta la sala si destreggiava con leggiadria con le bacchette come i personaggi della "Madama Butterfly", le mie guance si coloravano di nipponico rossore quando ho afferrato le posate da un cameriere che mi guardava con sguardo compassionevole.

Questa esperienza mi ha resa più forte,e mi ha dimostrato che sono una persona aperta alle sfide della vita. Una vittoria di Pirro quella della scorsa sera: non avrò imparato a mangiare con le bacchette forse, ma anche oggi nella battaglia Man vs Food ha vinto l'uomo (e senza indigestioni postume).
Adesso comunque so cosa chiedere a San Gennaro il prossimo anno: essele Ziaponeeese (per imparare ad usare le bacchette).
Per i dovuti chiarimenti su San Gennaro vi rimando qui https://www.youtube.com/watch?v=Q11LPJNKPgQ

lunedì 21 settembre 2015

quello che le donne (purtroppo) dicono

Essere donna al giorno d'oggi è difficile.
Come se non bastassero le disparità di trattamento cui siamo soggette in confronto agli uomini, alle battute poco carine che ogni tanto ci tocca sentire, al rossetto che ci sbava sui denti o al tacco che si impiglia nelle grate dei tombini.
Però tante volte la zappa sui piedi siamo proprio bravissime a buttarcelada sole, è una disciplina olimpica in cui siamo delle specialiste.
Perchè siamo le prime sostenitrici della rivoluzione sessuale, però abbiamo una paura matta di restare zitelle.
Perchè tecnicamente diciamo in giro che vogliamo un uomo onesto, buono, gentile, SantoSantoSantonell'altodeicieli che ci sopporti, poi però la sbavatura cade sempre dietro lo stronzo bel tenebroso che ci straccia in mille pezzi il cuoricino in quanto abbiamo la sindrome della crocerossina e noi li salveremo tutti. Perchè poi molte di noi abbiano più premura a salvare un uomo da se stesso e meno un pollo al forno che lasciano carbonizzare dopo tre ore di cottura resterà un mistero insoluto.
Noi donne diciamo di odiare i luoghi comuni, poi però ci sguazziamo dentro. E ieri ne ho avuto un po' la conferma.
Parto con il dire che tutto il pippone che sto per fare nasce da un mio errore di fondo: l'aver guardato Miss Italia ieri su La7. Lo so, l'errore (deprecabile) è stato mio, ma era domenica sera, pioveva, lo studio delle pene nel nostro diritto penale mi aveva sfiancato gli occhi e di base sono un'autolesionista.
No, non voglio star qui a perder tempo a dire se le ragazze erano belle o brutte e se meritava di più l'agognato titolo la numero X "miss shatush Andalasia" invece di miss Y "sorriso d'argento Dismaland".
E state tranquilli, non voglio neppure fare l'invettiva della serie "è un programma stupido, stupido è chi partecipa, la donna viene vista come donna oggetto e blablabla". Sono scelte,ognuno ha la sua idea a riguardo, condivisibile o meno, anche perchè io personalmente odio di più chi innaffia le piante sui balconi di via Tuscolana alle dieci del mattino, mortacci tua.
No, il mio problema è un altro, il mio problema sono proprio loro: gli stereotipi. Sono proprio allergica.
 Ora, se ci sono degli stereotipi bonari della serie "tutti i fiori profumano" (che al massimo quando scopri che non è così ci resti male, ma si sopravvive), o bonari ma col trucco come "tutti i fiori profumano di buono" (no perchè io sul profumo dei crisantemi dico "passo") altri sono parecchio pericolosi. E tante volte sono i nostri stessi comportamenti ad alimentarli. E questo è un po' triste:  il crisantemo non può farci nulla se il suo profumo è quello, però se invece ad un programma già flaccido come Miss Italia inviti l'arzillo Massimo Ferrero, poi non puoi far finta di essere in imbarazzo quando quello strabico la spara grossa, lì ti becchi le denunce del Moige con tanto di aggravanti.
E niente, se non facciamo passare l'idea che una donna nella vita deve fare una scelta, o essere bella o essere intelligente, da questo impasse non se ne esce.

Nel momento fatidico in cui le 33 miss, belle come Venere appena sveglia, si sono ridotte in 3 succede lo scempio. Cominciano ad aprire la bocca. Eh no, non mi riferisco a qualche strafalcione ortodontico, ma a quello che le tre meravigliose ragazze dicono.

Una si crede curvy, ma in realtà è solo magra con le tettone, e quindi non riesce ad uscire dal personaggio
("in che epoca storica vorresti vivere?" "Negli anni '50, quando le donne burrose come me erano canoni di bellezza"
"cosa caratterizza una donna del sud?" "la prosperosità" [al chè a me viene voglia solo di aprire il forno e metterci la testa dentro,perchè quando la Befana distribuiva la prosperosità a me, futura donna del Sud, sicuro mi ha trovato che dormivo.]). Il tutto condito con verace accento campano.

La seconda è carina, ma ha dei tempi di reazione cognitiva così rilassati che alla semplice domandina "qual è il piatto che più ti rappresenta?" dopo averci fatto attendere due minuti in agonia risponde pasta e tonno, che non potevi dire cazzata peggiore perchè la pasta e tonno fa schifo pure al tonno stesso, e per di più il tonno e pure incazzato perchè la sua vita viene offerta in sacrificio per un pasto dal sapore opinabile. Se rispondeva happy meal si regalava più dignità.

E poi c'è l'ultimo esempio di fulgido intelletto, nonché vincitrice dell'ambita e scintillante corona, che alla difficilissima domanda "in quale epoca storica avresti voluto vivere" risponde candida "Nel '42, per vedere come si viveva nella II guerra mondiale. Tutti quanti ne parlano, volevo vedere un po'".

 Capite bene che queste madamigelle, nonostante qualcuno giustifichi la banalità delle risposte con una frase di circostanza come "erano molto emozionate" ( frase seconda in banalità dopo "vorrei la pace nel mondo" che, a quanto pare, non è più così scontata per una miss), c'è da ricordare che non è che sono state sottoposte a domande di fisica quantistica, oppure a dire al contrario nel minor tempo supercalifragilistichespiralidoso. Non hanno dovuto ballare il tip tap poggiandosi solo sugli alluci. Le domande erano semplici, nella speranza di non incappare in risposte cretine.
Ma niente, la pretesa di ricevere risposte normali a quanto pare è futuristica, perchè una bella ragazza non può dire una cosa sensata. Deve dimostrare la stessa intelligenza del mio comodino.
Perchè non ne possiamo fare a meno: Angela Merkel non sarebbe stata un politico credibile se avesse sfoggiato una lunga chioma bionda, mentre della Boschi staremo sempre lì a chiederle se sogna di incontrare il vero amore e dove ha comprato quelle scarpe. Cosa ce ne importa delle falle del decreto della PA Madia, quando invece possiamo parlare di lei su come mangia un cono gelato?
Siamo davvero un passo oltre il sessismo, perchè, a quanto pare, ci sono dei cliché che non sono patrimonio comune solo negli uomini, ma anche negli stessi atteggiamenti delle donne. La mia rabbia si trova qui, perchè le donne sono chiamate, forse davvero per loro scelta, a vedere nel loro modo di apparire e nel loro modo di essere un bivio,due strade che non si incontreranno più una volta passati di lì. La strada non può continuare ad essere una, deve per forza scindersi.
E non smetterò mai di chiedermi per quale motivo le donne debbano per forza investire tanto tempo e denaro solo per il loro aspetto fisico, poi il loro modo di essere può anche avere sembianze di cloaca.
Lo ribadisco con forza, i pregiudizi non mi piacciono affatto, ma vorrei anche tanto dire "i pregiudizi non esistono" e invece sono sempre a portata di mano.

Ero molto vicina dal dirvi molte ovvietà tipo "mie care ragazze, il nostro modo di essere dipende solo ed esclusivamente da noi stesse", ma la fiera delle ovvietà non fa molto per me. Tutto quello che voglio dirci è che abbiamo vissuto per troppo tempo dentro scatole imballate come se fossimo Barbie, e ci siamo accorte da troppo poco tempo che di Barbie grazie a Dio non abbiamo nè la rigidità muscolare, tanto meno quella cerebrale. Voglio essere sì polemica,ma con stile: ma non vi siete rotte le palle di somigliare a Barbie? Lo volete capire che disperarsi per la cellulite non serve, e che lei non ce l'ha in quanto è fatta di plastica? E non credete che la sua sorte, solo perchè non soggetta ad inestetismi sia migliore della vostra: ho visto bambole senza braccia nè gambe, con il cranio sfondato e i capelli uno schifo se non pettinati da settimane. Senza dimenticare che è fidanzata con un cerebroleso peggio di lei, l'inimitabile e nullafacente Ken.
 Ma veramente non vorreste essere l'amica di Barbie, Teresa? Oh, magari non ha i capelli biondi e liscissimi come la sua più famosa amica, però per certo è decisamente più simile a noi.
Perchè io ce la vedevo Teresa che faceva la spesa, andava a fare shopping e bestemmiava se non trovava il suo numero di scarpe in saldo. Sono convinta che studiava e che non cambiava mille lavori come quella sciacquetta della sua amica bionda, che nell'arco di più di cinquant'anni non è stata capace di tenersi lo stesso lavoro per più di una stagione di mercato (e mo Barbie astronauta, e dopo Barbie cassiera, e poi Barbie maestra... ma sarà riuscita a tenere il passo con l'INPS e i contributi a fini pensionistici?).  E poi era così intelligente e sveglia che, piuttosto di stare con un similKen qualsiasi con cui non poteva mai avere una intesa sessuale, ha preferito rimanere da sola!
 Teresa ha scelto! Io ho sempre pensato che Teresa avesse il sogno inverso a quello che abbiamo noi: sognava di svegliarsi donna vera il giorno dopo, fatta di carne, e magari di non dormire più su quegli scomodi letti finti. Barbie invece cosa poteva desiderare? Era già perfetta di suo! (oddio, forse sognava di ammazzare quella cretina di sua sorella Shelly, che era una scassanoci impressionante.)

Anche oggi mi sento dalla parte di Teresa, che veniva oscurata da quella figona plasticosa di Barbie, ma che per lo meno sapeva campare, da sola e con i suoi limiti.
E poi diciamoci una cosa: il trucco che fanno oggi alla bambola di Barbie è più vicino a quello di una drag queen che a quello di una figa spaziale.
E infine sappi una cosa Barbie: a furia di passarti la piastra su quei capelli di saggina resterai calva.
Sempre tua.

giovedì 27 agosto 2015

Resilienza

Il termine italiano RESILIENZA è un sostantivo di genere femminile, che ha diversi significati; nel vocabolario tecnico indica la capacità di un materiale di riassorbire un urto senza rompersi.
Se invece si vuole adattare questa parola al mondo umano, la psicologia vi ricorre per individuare la capacità dell'uomo di saper superare e affrontare i traumi e gli eventi della vita. Proprio come se noi uomini fossimo un oggetto, o un materiale: siamo sottoposti alle intemperie e agli urti della vita; magari questi eventi ci sballonzolano da qualche parte, ci spostano dal nostro originario luogo di ubicazione, ci fanno sbattere gli uni gli altri, sembra che ci abbiano irrimediabilmente rotto, e poi invece, con un dolore vibrante che si spande dentro di noi, ci accorgiamo che siamo ancora intatti, che anche questa è andata.
 Ho aspettato diversi giorni prima di decidermi a dedicare questa pagina bianca a quello che è successo a Rossano, la mia città, il 12 agosto. Onestamente mi sono chiesta se fosse giusto scrivere,se le parole non fossero ridondanti, inutili, scontate.
Mi è riapparsa questa parola, resilienza, giusto ieri, e gli anni di liceo, e nello specifico un libro molto fortunato letto proprio in quel periodo, mi hanno insegnato che per chi scrive, le parole ritrovate nei cassetti dei propri ricordi sono dei segni da interpretare come le antiche popolazioni facevano con gli astri nel cielo. Sono passate due settimane dall'alluvione che ha colpito la mia città: la strada davanti casa non è ancora ritornata al suo colore originario, croste di fango ormai secco si sono depositate sul manto stradale e si sollevano al passaggio di ogni macchina come se fosse il far west.
La zona che è risultata più colpita è il lungo mare, dove gli argini di un torrente hanno ceduto lasciando che l'acqua si infilasse per le strade, portandosi dietro auto, pezzi di case e di vite vissute.
Nonostante la furia del fango abbia causato danni che ancora stiamo calcolando, non ci sono stati morti o feriti, e, credetemi, questo ha dell'incredibile.
Le cose, piano piano, torneranno al loro posto. Dispiace dal più profondo del cuore vedere quante attività commerciali sono state messe in ginocchio.
 Con grande umanità tutti abbiamo contribuito a fare qualcosa per migliorare le condizioni di chi stava peggio. Ci sono persone che si sono spese instancabilmente per gli altri, mettendo a disposizione qualsiasi cosa avesse in casa, portando un po' di calore a chi ha dormito per giorni in un palazzetto, a chi ha spalato fango.
 Ringrazio quanti si sono preoccupati per me, a quanti mi hanno aiutato a diffondere informazioni e numeri utili.
Anche se, purtroppo, la stagione turistica è in qualche modo finita in anticipo, vi invito a trascorrere le prossime vacanze estive nella mia bellissima Rossano. Il nostro lungomare non si è ancora ripreso del tutto, ma riavremo il nostro "chilometro più bello d'Italia", come era stato ribattezzato.
 Vi aspettiamo.

P.S.: se per caso qualcuno volesse donare qualcosa, è stato aperto un c/c dove stanno confluendo donazioni. Qui gli estremi bancari
UNA MANO PER ROSSANO
Per donazioni ti invitiamo ad utilizzare:
C/c bancario presso Banca popolare Emilia Romagna filiale di Rossano.
IBAN: IT70 L053 8780 9210 0000 2351 702
Intestato a : Conto pro alluvione Rossano 2015

domenica 2 agosto 2015

la settimana pontina

Dal (niente affatto) fresco soggiorno della mia casetta in Calafrica eccomi qui.
Ho passato il mese di luglio a fare la girandolina in giro per il Lazio, fra un esame verbalizzato e scatoloni scaricati a (500) km di distanza.
 Alla fine del mese il Duci ha finito la sessione estiva, ma, dall'alto del nostro panico da sessione e del caldo torrido, non siamo riusciti ad organizzare una vacanza come si deve. Memori di tutto questo ci stiamo già organizzando per qualche progetto futuro, perchè dobbiamo mantenere l'immagine di coppia social, figa e sorridente che infondiamo da qualche anno (progetti per i quali servono soldi, quindi se volete per caso finanziarci sappiate che ogni offerta è ben accetta. In cambio di offerte offriamo preghiere e selfie).
 In tutto questo però non abbiamo voluto rinunciare ad una parvenza di vacanza, e quindi Duci mi ha invitato a casa sua, nella Pontinia.
 Allora, devo ammettere che ero abbastanza diffidente; insomma, nei cataloghi turistici non la si trova nella  categoria "mete ambitissime". Ma siccome sono una persona abbastanza curiosa, ho deciso di dare fiducia alla pianura pontina, e la mia fiducia è stata premiata da quello che ho visto.
 Intanto, c'è da dire che ho fatto più giorni di mare in questa settimana che negli ultimi cinque anni di estati calafricane, e rischiate addirittura di non riconoscermi con il mio bel colorito semi marocchino (no ok, marocchino manco pe gnente, più tendente al latte macchiato, ma per me è già un buon inizio).
 Per chi non lo sapesse, una parte del litorale di Latina si trova all'interno del parco nazionale del Circeo: ciò vuol dire spiagge SENZA lidi. La spiaggia libera! è la prima volta che nel Lazio vedo una cosa del genere. Acqua abbastanza pulita, passatoie nascoste nel mezzo di una foltissima macchia mediterranea, dune di sabbia alte e levigate, cocco bello cocco fresco, e la splendida Circe che prendeva il sole poco lontano da noi, il cui magico profilo è rimasto per secoli incastonato nel monte Circeo e ben visibile da tutta la pianura.
 Ci siamo fatti la nostra movida sulla via dei pub, all'interno del centro storico di Latina, animata soprattutto dalla compagnia di caciaroni degli amici del Duci, gente vispa e sveglia che non sa cosa voglia dire la parola noia.
Ci siamo svegliati di domenica mattina alle undici e ci siamo concessi una colazione-aperitivo in riva al mare; thè freddo e salsedine, arachidi e spuma di mare.
La domenica pomeriggio è fatta per il lago: abbiamo passeggiato lungo le rive del lago costiero di Fogliano, che ha fatto da sfondo anche ad alcune scene del film "Ben Hur", mi sono fatta spiegare perchè sulla riva si trova una casa da caccia in stile inglese (nel XVIII secolo è stata costruita per ospitare le battute di caccia del conte d'Albany e del cardinale di York, perchè cacciare in Inghilterra è bello, ma vuoi mettere la battuta di caccia con vista sulle bufale pontine?).
E poi, siccome la storia di Circe è stato il filo conduttore di tutta la nostra settimana, siamo arrivati nei luoghi in cui è nato il mito di questa bellissima maga: San Felice Circeo.
 Il borgo è piccolino e ben tenuto, molto frequentato da turisti, ricalca molto l'immagine dei paesini mediterranei: case bianche, tavolini fuori dai locali, fiori colorati e vista spettacolare assicurata, ma la peculiarità del posto è sicuramente il mare. Dall'alto di San Felice il mare è ovunque, una pennellata di azzurro che rilassa gli occhi e che fa sentire al sicuro. La sabbia è sottilissima, dorata e luccicante, sembra di camminare nell'oro. L'acqua è fresca, cristallina, abbraccia la spiaggia languida e seducente. Siamo arrivati fino al faro di punta Rossa, dove la sabbia lascia il posto ad una scogliera, il mare impazzisce di gelosia e prova e riprova a lambire la terra senza successo. Ponza dorme a portata di occhi da noi, un profumo profondo di gigli di mare arriva ad accarezzare le guance e i capelli. Mi sarebbe piaciuto rimanere lì per sempre, immaginare più e più volte l'incontro fra Ulisse e Circe, sognare la bellezza di lei, la saggezza dei modi di Odisseo. Mi sono chiesta quante navi abbiano trovato la propria rovina su quelle scogliere, quanti amanti hanno visto il tramonto abbracciati, i bambini che sono partiti da quei porti con la fantasia per conquistare terre reali ed immaginarie.
 Credo che alla fine le vacanze servano a questo: indipendentemente dal posto in cui si approda, servono a far riposare la mente dal quotidiano e a farci compiere viaggi nel fantastico. Aiutano ad immaginare con maggior nitidezza visi e sguardi di altre storie e di altri racconti. E inevitabilmente cambiano i nostri sguardi, riempiendoli di nuove sfumature e altre storie.
 La mia vacanza è finita, mi aspetta un periodo di studio fermo e sereno. E già con la mente ricarico le pile per la prossima meta.

giovedì 16 luglio 2015

Pezzi di vita che diventano viaggio!

Forse uno dei post più difficili da scrivere.
è il quarto trasloco serio che faccio nella mia vita, o per lo meno di cui ho memoria perchè sono stata la protagonista diretta, e forse solo al quarto tentativo ho imparato più o meno come si fa.
La prima volta che feci un trasloco, dovevo trasferire tutte le mie cose 495 km più a nord di casa mia. Mi muovevo verso il diventare grande, mi portavo dietro tanti libri da leggere e quattro vestiti, cominciavo a stampare foto da portarmi dietro da attaccare per rendere più "mia" la stanza in cui andavo ad abitare. Mia madre mi regalò un ciclamino, che chiamai Mino e che morì dopo nemmeno un mese. Dovevo fermarmi subito e capire che non avevo affatto il pollice verde, dopo Mino ho fatto morire nell'ordine:
-una piantina grassa a forma di cuore morta marcia (non chiedetemi come sia possibile);
-un vaso di primule, morte di sete durante una mia assenza di una settimana;
-un vasetto di margherite che non sono riuscite e vedere neppure le luci di Natale;
-delle margherite gialle comprate a Valencia che avevo affidato alle cure delle mie coinquiline durante le vacanze di Pasqua.
Quest'anno niente piante, in compenso ho ordinato il kit del giardiniere della Kellogg's e per settembre dovrei avere il prezzemolo in giardino, ma papà mi ha fatto promettere che se ne sarebbe occupato solo lui, che sono anni che fa fiorire il nostro giardino, e che io resterò a guardare il prezzemolo da lontano.
Avevo portato le lenzuola da casa, perchè volevo sentire davvero che quel posto mi apparteneva. Forse è proprio qui che ho sbagliato: dovevo cominciare già allora a lasciare una patina di distacco fra "il mondo fuori" e "il mondo dentro", e sicuramente sarebbe stato tutto più facile. Questa stanza non è mai stata mia, basta togliere le foto appese e i poster e diventa una stanza anonima come tutte quelle presenti nel collegio Ponzi Ponzi.
Feci poi un altro trasloco: mi spostavo ancora più ad Ovest e ancora più lontano: cambiavo Paese e lingua, numeri di telefono e indirizzo. Fu un trasloco frettoloso e arrabbiato: fatto quando non c'era ancora nessuno, divisi le mie cose fra tre valigie da imbarcare su un aereo e scatoloni d'emergenza che distribuii fuori e dentro di questo posto. Indossai un paio di occhiali da sole e non mi voltai per un solo momento indietro, come se lasciassi alle spalle una zona isolata dalla quarantena. Ho creato torri costruite di errori commessi e incassati, che hanno delimitato il perimetro dei cuori dove non potevo più entrare ed ho risposto con le stesse barriere. Ho seminato scuse: alcune non sono fiorite, altre hanno creato delle amicizie così solide di cui mi stupisco e sono felice. Ho pianto per le distanze fisiche che separano i cuori, quando ho pensato per un attimo che si potesse davvero morire di dolore a  non poter essere vicino ad una delle persone più importanti della propria vita quando senti dire "qui è rimasto ancora il tuo profumo". Ho trascorso un anno fra voli e bagagli a mano, stavo per scoraggiarmi di fronte al terzo trasloco della mia vita, di nuovo un trasloco internazionale, il trasloco del ritorno. Ho infilato quanta più roba possibile in ogni angolo di valigia da portare dietro, ma l'idea di trovare qualcuno al tuo ritorno, una presenza fissa, una di quelle che non schioda di un solo centimetro se si tratta di te, che ti ha aspettato in qualsiasi occasione della tua vita, fa dimenticare qualsiasi tipo di affanno.
Sono ritornata a Roma, ho fatto trascorrere altri 300 giorni qui, fra alti e bassi, momenti di pura gioia e allegra quotidianità. Mi sono rimessa al passo con tutto e tutti, ho ripreso i miei riti e ne ho cominciato di nuovi.
Sono di nuovo in una stanza spoglia delle mie foto e delle mie cose, ma questa volta sono stata bravissima: ho catalogato tutto, diviso in scatoloni ben chiusi pronti per dar loro gambe e spostarsi dove ho deciso che dovranno andare.
Il vero problema è stato svuotare i cassetti: li ho riaperti tutti, ho letto tutti i biglietti e i messaggi, visto le date annotate dietro le foto, ricomposto un tour mentale di questi cinque anni, e mi sono ritrovata esattamente nello stesso punto in cui i miei ricordi mi stavano riconducendo, anche se per un momento, ad occhi chiusi, ho quasi avuto la sensazione di trovarmi da qualche altra parte, con un corso degli eventi diversi da quelli che poi si sono verificati.
è stato un bene però ritrovarmi qui, altrimenti avrebbe voluto dire che tutto quello che avevo rivisto nella mia mente non fosse mai accaduto.
E invece ci siete tutti quanti voi, persone, momenti, cose. Ho visto tanti libri studiati fino allo sfinimento, tazze non perfettamente lavate dai fondi di the e caffè, pizze a domicilio, film visti sul letto di una stanza affollata, chiacchiere fino a tarda notte, i visi di persone appena conosciute, di colleghi della facoltà, di amici cari come il sapore del pane di casa che vengono a trovarti, albe e tramonti a Roma, Valencia, sulla riva di una spiaggia o dall'alto di un belvedere, confidenze, delusioni cocenti, righe di libretto che pare si riempiano per magia, esami che passano, che ti chiedi come hai fatto a passarlo, cadute, bottiglie di birra e felicità in corpo, finestre che osservano una città dall'alto. Felicità, tanta felicità, sempre felicità, perchè sono felice. La mia strada non è ancora definita, è tutto un divenire, grazie a Dio è un divenire, perchè se c'è una cosa che odio è l'abitudine, il sapere fin dall'inizio come andranno le cose. Non so niente, non ho certezze, sono più ignorante Jon Snow sulla vita.
Credetemi, è bellissimo così.
Grazie a chi mi ha accompagnato, non si senta escluso nessuno. Buon viaggio a chi non rivedrò.
Ci sono ancora tanti pezzi di vita da mettere insieme per definire questo viaggio.

venerdì 10 luglio 2015

A me gli anni dispari non piacciono (in teoria)

è una estate particolarmente carica di significato quella che sto vivendo.
è l'ultima estate da studentessa universitaria. Quest'anno ho fatto il conto di tutte le cose fatte da studentessa per l'ultima volta. Le ultime lezioni. Gli ultimi adempimenti burocratici.
Ci sono le ultime cose fatte da collegiale: gli ultimi due esami di economia, le ultime cene in comune, l'ultimo mese di luglio passato a sudate in queste stanze caldissime, che non trovano mai refrigerio.
Dalla lista degli esami continuo a depennarne qualcuno, e quelli che mi restano sono meno delle dita di una mano. E ogni volta che un esame riempie un rigo del libretto mi stupisco che questo possa accadere.
è come scalare ogni giorno di più una montagna; ti fermi un attimo al bordo della strada e dall'alto in cui ti trovi ti dici "ma che davvero stavo lì sotto prima?"
Comincio a sentirmi chiamare laureanda. E a dire a mia nonna di iniziare a mettere in progetto un viaggio a Roma, perchè per la mia laurea ci deve essere, e perchè lei Roma non l'ha vista mai, e dobbiamo andare a salutare insieme il papa.
La mia (ultima!) sessione estiva si è conclusa l'8 luglio, una data dal forte valore simbolico: esattamente cinque anni prima concludevo la mia maturità con l'esame orale. E se ormai non mi stupisco più del fatto che cinque anni sembrano pochissimi, ma che sono un arco di tempo ragionevole per stravolgere completamente la propria vita, a lasciarmi stupita invece è come cambiano i nostri pensieri insieme al corso delle cose.
Cinque anni fa ero fermamente convinta che per andare bene negli studi si dovesse solo studiare. Ovviamente ne sono convinta ancora oggi, ma è da quando ho lasciato il liceo che mi sono accorta che c'è molto di più.
A luglio ho affrontato uno degli esami più difficili della mia carriera accademica. Ho studiato un sacco, ho adorato delle parti e mi sono disperata su altre, sono arrivata il giorno dell'esame letteralmente stremata dal caldo. E niente, se nel complesso una materia non ti piace, quel senso di disgusto si deposita come polvere sottile su tutto ciò che fai per poterlo passare. Mi sono trovata davanti un voto che non mi piaceva affatto, ma non per presunzione: solo per il tempo che ho dedicato a questo esame, e le forze, e i metodi inventati per fare in modo di far entrare nella mia testa una nozione in più, meritavo non 30, ma direttamente la laurea. E invece prima di dire al professore se accetti quel voto o se hai voglia di ritornare per l'ennesima volta a morire di caldo e di tedio dietro quella materia, ti fai un'analisi di coscienza veloce: ma ammesso e non concesso che io torni qui fra 3 mesi, davvero posso sapere qualcosa di più?
E soprattutto: è più grande la gioia di verbalizzare un altro esame ora, o di prendere un voto di un paio di punti più alto fra due mesi, rallentando la tabella di marcia?
In quei minuti ho dato una grande lezione alla Chiara che sedeva di fronte alla commissione di maturità: di fronte agli imprevisti bisogna uscirne a testa alta. E prendersi con un po' più di leggerezza.
Non so perchè ho questo conflitto interiore con gli anni dispari, spesso mi dico che le cose più belle, le soddisfazioni più grandi me le prendo sempre negli anni pari. A convincermi ancora di più di questa cosa il fatto che mi laureerò nel 2016, quindi già solo per questo parto positiva e cinque mesi prima che cominci mi dico già che sarà bellissimo. Ma è anche giunto il momento, cara Chiara, di capire che non esistono anni pari simpatici e dispari antipatici. Tutto sta nel tuo modo di affrontare le cose.
Se vuoi vivere bene allora, regalati più leggerezza. Non chiuderti mai la porta dei desideri. La voglia di mangiarti il mondo arriverà da sè.
 Di fronte a questa sessione che si è chiusa si apre l'ultimo capitolo di questa storia. Il bello è che alla fine di ogni libro si trova sempre la pagina dei ringraziamenti.
E sono già pronta a scriverla.

martedì 30 giugno 2015

se un pomeriggio d'estate una malata

Torni a casa tua, nel caldo Sud, per venti giorni. Ti fai un piano tranquillo per quei giorni: studio sereno ma concentrato, qualche caffè con gli amici, tanti baci dalla nonna, le sane scorpacciate del cibo della mamma.
 Poi qualcosa va storto, e la vita decide di pescare per te la carta IMPREVISTO. La fatalità che mi è toccata in sorte nello specifico prende il nome di VIRUS INTESTINALE.
 Dopo circa una settimana posso dire di essermi ripresa, sebbene ancora diffido delle banane,perchè è stato il frutto dell'amor a farmi capire che il mio intestino aveva un problema con me e aveva appena avviato una intera giornata di sciopero della digestione rimandando al capolinea sbagliato tutto il cibo che ho provato ad assumere.
 Quando mi sono accorta di essere riuscita a perdere due chili di liquidi e anima nell'arco di cinque giorni, mi è venuto in mente un episodio: qualche anno fa mi capitò la stessa tragica esperienza, e trovandomi a mangiare insieme ad altre persone, giustificai il pallore della mia pasta in bianco con il fatto che ero stata molto male e che, anche in quell'occasione, avevo perso un chilo o giù di lì. Una delle mie commensali mi guardò con serietà e disse:" un virus intestinale; perchè non capitano anche a me queste fortune? Almeno comincerei a perdere qualche chilo."
 No cari miei, non fatevi assolutamente venire in mente l'idea che virus intestinale = bello. Non solo per i fallaci chiletti che perdi (e che prima o poi ti tornano indietro effetto boomerang tutti sul sedere), ma anche per una serie di conseguenze di cui lì per lì, quando sei buttato su un divano sfinito come una salvietta dopo la centrifuga in lavatrice, non comprendi la portata.
 Ho passato un intero pomeriggio a vedere la tv.
E quello che ho visto non è stato bello.
Partite dal presupposto che non ho il televisore da praticamente cinque anni, escludendo solo la parentesi spagnola, dove ricorrevo ai sottotitoli di disney channel per imparare lo spagnolo e dopo sei mesi seguivo appassionatamente la versione spagnola di Uomini e donne, un programma che definire scurrile è un eufemismo.
Il palinsesto dei canali presenti sul digitale terreste mi hanno fatto compagnia e a fine serata mi hanno fatto capire che, anche se in quel momento avevo il rigurgito facile, ci stava gente messa peggio di me.
Ecco quello che ho visto.
Ho cominciato con MTv con un programma davvero rivoluzionario:"friendzone: amici o fidanzati". Voi cosa fareste se vi foste innamorati del/la vostro/a migliore amico/a vorreste sapere se è un sentimento ricambiato o vi vede solo come un amico/a? Chiamereste le telecamere di MTv, ma è ovvio! A fare la figura del pirla davanti a milioni di spettatori nel sentirvi dire "mi spiace, ti vedo solo come un amico!" c'è davvero più gusto! In pratica il giovane protagonista chiede soccorso allo show per aiutarlo a scoprire se il sentimento di amore che prova verso il proprio migliore amico è ricambiato: per farlo si fa credere al crudele friendzonatore di dover accompagnare l'amico ad un appuntamento al buio, il quale poi si dichiarerà di fronte all'amato. Ho visto scene da panico, a conferma del fatto che c'è chi sta peggio di me.
A seguire è arrivato un programma cattivissimo: "catfish". Ho tipo paurissima solo a raccontarvelo. Dunque, due pseudo investigatori sono chiamati a rispondere alle richieste d'aiuto di giovani uomini e donne americani che nutrono sospetti circa l'identità di persone conosciute in internet. Il canovaccio in genere è il seguente: Tizio comincia a chattare su facebook con Caia. Caia sembra davvero avvenente, fisico pazzesco, in chat è dolcissima; i due cominciano ad avere una relazione amorosa via chat (ma che io dico; scherziamo???? Ma solo a me la mamma mi diceva sempre di non dar retta agli sconosciuti?). Peccato che Caia non sia mai disponibile ad un incontro dal vivo. E quando dico mai, intendo che la gente passa in media un anno e mezzo coinvolta in questo tipo di "relazione", e solo dopo tanti falliti incontri e richieste non soddisfatte si fanno venire il dubbio che FORSE, c'è qualcosa che non va. E quindi chiamano i tipi di catfish. E cosa pensate che fanno? Inventano algoritmi o usano macchine della verità o armi segrete in possesso del governo americano per scoprire come stanno davvero le cose? Certo che no; fanno un po' di giri fra facebook, instagram, motori di ricerca vari e arrivano alla verità. Tipo quello che faccio anche io su fb tutti i giorni, quando giro e navigo per farmi un po' di affaracci altrui, che arrivati a questo punto, ma fatelo fare anche a me questo programma in Italia che mi ci pago le tasse universitarie. Anche in questo programma scopro che c'è chi sta peggio di me.
Faccio zapping e finisco a vedere "Junior Masterchef USA": la più piccola delle partecipanti ha 8 anni, confessa candidamente di cucinare da quando aveva due anni. Io a due anni inventavo tutti i modi per scappare dal box in cui venivo stipata e mi sdraiavo nei cassetti, perchè tu invece giocavi con patate e carote? Un altro invece, mentre spadella pancakes, dice di essere lui l'addetto ai dolci della sua famiglia; roba che la torta per il suo misero decimo compleanno se la progetta e impasta da solo. Ma i servizi sociali conoscono queste situazioni? L'unicef è stato avvertito? Perchè queste creature sanno disossare le quaglie ma non sanno ancora colorare mantenendosi nei bordi? Anche questo programma mi ha insegnato che ci sono persone che stanno peggio di me (e adesso lo sanno anche gli assistenti sociali di tutto il mondo, vi prego, fate qualcosa!)
E poi l'ultima chicca della serata: "4 matrimoni Italia", ovvero quattro sposine invitate ai rispettivi matrimoni, a scambiarsi voti e cattiverie nella speranza di vincere una luna di miele da shogno in un posto da shogno, citando Flavio Briatore. Il risultato di questa puntata ha prodotto:
-una sposa dal matrimonio a suo dire principesco che ha servito agli invitati porchetta;
-una giovane donna il cui tema del matrimonio era "la devozione alla madonna";
-una siciliana amante di Ligabue che ha intrattenuto i suoi ospiti con una "show girl famosa in tutto il sud" (e lì io convinta fosse Gemma del sud pronta ad intonarci una sua personale rivisitazione di qualche successo di Lady Gaga, e invece niente);
-una piemontese dal matrimonio "principesco,ma rustico" che ha svolto il ricevimento in una osteria con i cinghiali appesi al muro.
Dire che c'è chi sta peggio di me in questa occasione è davvero superfluo.
Io al virus intestinale sono sopravvissuta, tutta questa gente invece non è ancora riemersa dai propri disagi.

ps: la lettura di questo post non sarà motivo di contagio.
 

martedì 16 giugno 2015

il commento dei commenti: game of thrones 10x05

HBO lo aveva annunciato: il finale di stagione era da "break the internet" e non perchè sarebbero comparsi a tradimento immagini del poderoso sedere di Kim Kardashian, ma per l'intensità narrativa della puntata.
 Gianni Morandi in un suo successo ci racconta dell'esistenza di un grande prato verde dove nascono speranze; il buon Gianni però non ci ha mai rivelato le coordinate geografiche di codesto prato, perchè altrimenti tutti saremmo andati lì per trovare la speranza di passare gli esami universitari, ma soprattutto di vedere sopravvivere un personaggio in questa saga succhiasangue.
 La lunga lista di morti comincia già al minuto tre: vediamo Melisandre che si guarda intorno tutta contenta: finalmente hanno acceso i riscaldamenti! Fiera del suo successo va da Stannis, che però non è lieto e allegro come lei: metà dei componenti del villaggio vacanze ha deciso di trascorrere le vacanze in un altro villaggio turistico: ok che era una vacanza healty e salutare, ma scorrazzare nella neve non si perdono chili, semmai alluci. Inoltre uno degli animatori turistici gli dice che una signora non ha digerito l'abbacchio della sera prima: tanto forte era la sua indisposizione di stomaco che ha preferito impiccarsi al primo albero. Un donna a caso, la moglie di Stannis. Proprio in quel momento Melisandre si ricorda che quel giorno le sarebbe scaduta la bolletta della luce. Lei è la sacerdotessa dell'Enel, è la prima che deve dare il buon esempio, non può non pagare le bollette. Le viene in mente che alla barriera ci sta un tabacchino e sulla sua tenda attacca il cartello "TORNO SUBITO".

Nella scena successiva, HBO decide di dedicarsi alla pubblicità progresso: Giòsnò e Sam sono seduti ad un tavolo. Sam racconta a Giò che ormai "nel suo intimo c'è Gilly", quindi ha bisogno di arrivare fino alla cittadella per documentarsi: lui di educazione sessuale non sa nulla.
"Ma anche io non so nulla! E della vita in generale!- ribatte Giò- mica per questo vado a leggere libri."
"Mica tutti vogliamo restare ignoranti come le bestie Jo."
Giò-belli-capelli alla fine capisce, gli da la sua benedizione e Sam si raccoglie le sue quattro cose e se ne va insieme a Gilly e a little Sam.

E se intanto Stannis marcia verso Grande Piemonte insieme a alle comparse che erano rimaste vestite dai tempi di Troy, Sansa riesce a trovare in mezzo a qualche armadio la stessa adorabile e costumata divisa delle suore armadio di Rome's landing: esce dalla stanza e scuote la candela dicendo "SHAME" e facendo il verso della campanella. In questo modo tutti i soldati che si trovano dentro la fortezza si scansano dal terrore e lei riesce a salire indisturbata sulla torre e alla fine... L'ACCENDE!!!! SIGNORI, CE L'HA FATTA!!!! Una intera stagione per capire se Sansa fosse capace di usare un accendino! Brienne sarà sicuramente lì fuori ad aspettare il segnale, l'abbiamo piantata lì in mezzo alla neve da sette puntate, dai che forse questa volta una gioia c'è! No mia cara, non illudiamoci: appena Brienne ha saputo dal suo stalliere dalla presenza importante che è arrivato Stannis, lei proprio non se l'è sentita di non andare a dargli i suoi omaggi. Sansa si guarda intorno e si dice:" e mo?" e nel dubbio si prepara due pop corn e si guarda la scena dell'epico scontro fra l'esercito dei quattro amici al bar+ Stannis e i 1000 garibaldini dei Bolton. "magari gli spaccano la seconda gamba di mio marito, anche se preferirei gli spaccassero la terza...". Sansa, se avessi tifato Milan c'avevi più speranze di vittoria.
Stannis, che è una pellaccia dura a morire, si guarda quei quattro graffietti che ha alla gamba e si riposa un attimo. Si guarda intorno: i suoi son tutti morti. "meno male-pensa- l'abbacchio del lunedì era una richiesta difficile da soddisfare nel menù a lungo andare".
"Ma guarda chi si vede! Stan! Ti ricordi di me? Sono Brienne, l'amicona di tuo fratello."
"Guarda, in questo momento c'ho altro per la testa..."
"Ti ricordi di quella volta che mi hai iscritto a mia insaputa a "ma come ti vesti"? Kenzo e Karla mi hanno buttato la mia armatura preferita, ricoperto di paillettes e mi gridavano "OOOOOOOSAAA!" per mettere in mostra le gambe".
"Giuro, non mi ricordo niente."
"Io sì."
Nel giro di venti minuti, fra la fine dell'episodio precedente e l'inizio di questo, abbiamo sterminato una famiglia. Manco negli omicidi presenti sulla rivista "Giallo" si arriva a tanto.
Nel mentre, Sansa ha deciso di tornare in camera a giocare alla wii, e incontra Myranda, che invece le dice che vuole giocare a Robin Hood. Dal canto suo invece Theon dice di voler giocare a tuttigiùpeterra, e Myranda finisce sbattuta a diversi metri sotto il ballatoio. Sansa e Theon la guardano rammaricati: lo sanno tutti che a questo gioco bisogna usare il casco, sennò si finisce con il cervello in pappa. Intanto arriva Ramsey, ma loro non vogliono giocare insieme a lui, e quindi decidono di giocare da un'altra parte, tipo sulle mura di Grande Piemonte e si lanciano, ma dall'altra parte.
"E grazie per tutto il pesce!" dice Sansa in una citazione di citazione (a doppio senso e non.)

Attraversiamo il mare stretto (di Messina) e arriviamo a Brav(o)oh(s), dove Trant ha deciso di girare un video, però un po' meno allegro di quello passato alle cronache in questi giorni. Ad Arya questa attività non piace: lei preferisce rubare maschere dal Cinese allestito sul retro della fortezza del Dio dai mille volti e pugnalare la gente che inserisce diligentemente sulla sua lista. si traveste da bambina di the ring e chiede a Trant di fare un gioco. Il resto è storia e (sanguinolenta) leggenda. Ritorna zitta zitta quatta quatta dal cinese sul retro, per mettere al suo posto la mascherina rubata, ma a Jaqen, proprietario del cinese ma non di razza asiatica, questa storia del furtarello non è piaciuta. lui c'è rimasto male perchè proprio quella mattina aveva fatto una maschera con le fattezze di Arya in segno d'amicizia. Allora fa finta che s'avvelena. Fra la puzza di veleno e la maschera che era anche più brutta dell'originale, Arya non regge allo shock e ci resta cieca.
"SCHERZONE! SONO VIVO" urla Jaqen. Ma Arya non ha visto nulla, e si aggira con la consolazione che almeno si è vista per l'ultima volta senza quelle cipolline in testa.

A CalabriaDorne è tempo di saluti: le vacanze sono finite e Myrcella deve tornare a Rome's landing per la sessione autunnale. Ellaria è una donna dall'affetto troppo caloroso: non riesce a non baciarla in bocca. Nessuno si è accorto però che quella mattina Ellaria aveva comprato di contrabbando tutte le cipolle di Tropea raccolte il giorno prima e che le aveva mangiate con tutta la buccia. Così forte è la fiatella che Myrcella, che ha già riacquisito i costumi da buona educanda che si addice alla capitale, non regge allo schifo: muore di puzza fra le braccia di papà Jaime.

Intanto a Mereen la situazione è tragica: Danaerys aveva detto che andava a prendere na bira e un calippo durante i giochi e se la sono persa.
"Una settimana di malattia mi sono preso. Mi avete mandato pure i controlli del medico legale, e in tre non siete stati capaci di non perdere d'occhio 'na ragazzetta alta due puffi e mezzo?" urla Verme Grigio. Jorah, Tyrion e DaaaaaaAAAaaario sono dispiaciuti, però quelli si sono fatti prendere dallo scontro, non l'hanno manco sentita quando aveva detto che si alzava dagli spalti per comprarsi da mangiare. E quindi DaaaaAaAaArio coordina le ricerche: lui e Jorah vanno a chiamare "Chi l'ha visto" e intanto Tyrion, Verme Grigio e Missandrei sistemano la casa in attesa dell'arrivo della troupe televisiva. SORPRESA! L'inviato della Sciarelli per il continente di Essos è Varys! Belle storie!
Intanto Danaerys, la bambina di cittàlaggiù si è spinta un po' troppo in là: lascia Drogon a digerire il pic nic di pasquetta e finisce nel fantabosco. Qui una gigantesca tribù Dothraki comincia a girarle intorno e a cantare:" Oh che bel castello MARCONDIRO NDIRO NDELLO! Oh che bel castello marcondiro ndiro ndà". Vaglielo a spiegare al Tonio Cartonio dothraki che lei non è una bambina, anche se è alta come un essere umano con una età compresa fra i 10 e i 12 anni. Danaerys è costretta a giocare lo stesso.

A Rome's landing il clima non è dei migliori: Papa High passero ha aperto le indagini di "Landing capitale" e nel girone degli accusati è finita anche Cersei. Lui è doppiamente incacchiato perchè fra sei mesi inizia il giubileo e non hanno manco coperto una buca. Apriti cielo. Cersei si è stufata di stare a Rebibbia, e quindi decide di confessare.
"è vero, i loghi per il giubileo non li abbiamo ancora fatti stampare. Ho usato i soldi per andare dal parrucchiere. Confesso."
"E la colpa delle buche invece di chi è?"
"Ah, io questo proprio non lo so."
"E va bene, allora come punizione te ne torni a casa tua senza scarpe, così dopo aver ciaccato merde di cani ed esserti storta le caviglie per le buche, ti facciamo il processo. E suor Hodor ti accompagnerà per vedere che non ti metti manco un paio di infradito."
Ovviamente il ritorno a piedi è drammatico: non solo buche e merdine di cani: arrivano i piccioni e i gabbiani, di cui la capitale è piena, a quell'ora tutte le signore del secondo piano hanno innaffiato i gerani e davanti ai ristoranti indiani la puzza di fritto è così densa che le si appiccica addosso. Ma soprattutto suor Hodor, che vuol imitare don Matteo, ma non ha trovato la bicicletta, per rimediare scampanella al suo passaggio questo cembalo da strada. ad ogni buca e cacca di cane che trova per strada urla "SHAME!" perchè a Gubbio queste cose non succedono.

E il finale di stagione ci porta alla barriera. Melisandre è riuscita ad arrivare, ma il tabaccaio era chiuso e quindi c'ha la luna storta. Il cavaliere delle cipolle la vede e le chiede come sta la piccola Shireen, ma quella lo guarda con la faccia di chi pensa che è proprio una giornataccia. Intanto anche Giòsnò sta nella stanza dei bottoni a disperarsi, perchè sono le prime fatture che deve pagare senza di Sam e non sa come fare: lui già non sa nulla di suo, figurarsi a farsi i conticini.
Arriva il suo giovane maggiordomo che gli dice che un bruto ha bussato alla porta, dicendo che ha notizie dello zio (di cui onestamente non ricordavo l'esistenza) sperduto dalla prima stagione.
Mo io dico: Giò, lo so che non sai niente, però ragiona: suonano alla porta e compare un maggiordomo: lo sai quanti libri gialli sono iniziati così? Lo sai che in genere finisci sempre con i piedi avanti e freddo? è evidente che non lo sa, scappa in giardino a vedere e i suoi cari amici della confraternita dei SS Cosma e Damiano gli dicono "Fessacchiò: tuo zio sicuro l'hanno messo dentro un pilastro della barriera. E tu mo gli vai a fare compagnia"
Riflessioni sul finale di stagione?
HBO è al salasso finanziario e aveva bisogno di tagliare sullo stipendio degli attori.

Tanti cari saluti.
 E questa estate andate in vacanza a Gubbio, dove certe cose non succedono.

venerdì 12 giugno 2015

il commento dei commenti: Game of thrones, 09x5

Lo so, come sempre mi sveglio tardi, ma ogni volta che vedo un film o una serie tv che mi appassiona i commenti che faccio a bordo scena sono infiniti. E ormai sono così dentro il vortice di "game of thrones" che non posso fare a meno di dire la mia.
 Poi tutti gli appassionati della serie lo sanno: la nona puntata è sempre la più importante. La svolta narrativa parte sempre dal nono episodio ( e la serie prevede una stagione della durata di 10 episodi. Eh si, se lo state pensando è vero: gli sceneggiatori della HBO sono un po' lentini, ma prima o poi ci arrivano).
Cominciamo!
Dopo la sigla più bella della storia delle serie tv, la nostra puntata comincia con la roscia Melisandre: l'inverno è arrivato (due minuti di commozione per questo evento che stavamo aspettando da quattro stagioni) ma lei ha il fuoco dentro, può scorrazzare di notte con due metri di neve senza manco un brividino. Non fa a tempo a prendere una tintarella di luna che volano dardi infuocati, comparse che decidono tutte insieme che HBO non le paga abbastanza e si preparano per fare gli stuntman della torcia umana, tende scambiate per falò.
 è una vitaccia al campo di Stannis.
Ma soprattutto, se qualcuno nella puntata precedente ha pensato ci fosse qualche speranza di levarsi Ramsay dalle scatole è rimasto deluso. L'angelo della morte è passato e ci ha detto AMMEN.
 Stannis forse sa cosa fare, forse no, parte uno sguardo ambiguo in direzione di sua moglie e di Melisandre. Tutti i fan di "the Lady" alla domanda di Lord Cipolla "e mo che famo?" si aspettano di sentire Stannis dire con la stessa voce di Luc "tanto risolviamo tutto a letto". Questo non accade, bisognerebbe segnalare alla HBO Lory del Santo come sceneggiatrice.

Spostiamoci una picca più a Nord: Josnò è arrivato davanti alla barriera con i quattro bruti + gigante dal naso a papocchia. Josnò arriva davanti alla porta di casa e si è ricordato che ha lasciato le chiavi sul comodino e chiede ai compari guardiani se gli possono aprire la porta, che Wun-Wun il gigante c'ha na stanchezza che se sviene là ci fa una buca e ci trovano il petrolio e questo è l'unico motivo per cui gli Americani guardano con tanto interesse la serie.
"Ragà, le chiavi stanno sul comò."
"E al popolo di Milazzo?"
Wun-Wun fa capire che l'idea di nuotare fino alla Sicilia non è che gli piaccia tanto, quelli lo capisco e la porta si apre che manco Alì Babà con "apriti sesamo" era tanto rapido.
Anche alla Barriera è na vitaccia.

Ritorniamo da Stannis, che intanto gli è venuta fame e chiede al suo primo cavaliere, Lord delle cipolle, se può arrivare al Castello Nero a rimediargli due teste d'aglio che gli è venuta voglia di due spaghi aglio olio e peperoncino. Signor cipolla di Tropea ci resta un po' male, perchè andare alla ricerca di aglio se lui ha le cipolle che gli manda direttamente il cugino da CalabriaDorne? Per non far vedere che si è offeso risponde al Re che non è bello che un primo cavaliere lasci solo il suo re. La risposta di Stannis suona un po' come un "o vai mo o vai subito". E niente, inseriamo sta pasta aglio e olio nel menù. Prima di partire Lord Cebolla passa da Shireen che legge roba impegnata e le dice:" ma a te, sta pasta aglio e olio, ci piace?"
E la piccirilla ci risponde:" Io faccio tutto quello che dice papà."
Brava, tutti sti libri che ti sei letta e ancora non c'hai capito una cippa.

Dal Nord al Sud: siamo a CalabriaDorne. Niente cipolle, solo Jaime che già non sa come si fa lo zio, non ne parliamo del padre, il papà-zio nun  gl'aregge. E Myrcella è troppo una bimbaminkia, penso scoraggerebbe anche il parente più solerte. Sta sempre a limonare ai giardinetti con il ragazzetto e gira con i vestiti scollacciati. Se non si fosse capito, è una vitaccia anche qui. Due chiacchiere con Doran principe di Bel DornAir che gli dice che se vuole può tornare a Rome's Landing, però si deve portare appresso Myrcella e il fidanzatino, che lui sti adolescenti non li sa gestire. E Trystane il fidanzatino deve entrare nel concilio ristretto perchè se per sbaglio mette incinta Myrcella almeno il vitalizio riesce a maturarlo (Razzi docet). Jaime ci dice Ogghei, si prova a fare un brindisi a Tommen, primo del suo nome e blablabla, ma purtroppo quella vipera di Ellaria per sbaglio fa cadere il vino sul tappeto e ci dice pure che non ha i soldi per mandarlo in tintoria. Doran non vuole fare la figura che a casa sua non c'è l'armonia che c'è a colazione nelle famiglie della Mulino Bianco e le fa capire che fanno i conti dopo. "maaaaaa... Bron? può tornare a casa, che giù nello scantinato c'è troppa umidità e soffre di asma?"
"Ceeeeeerto- rispondono Doran e Trystane in coro- prima però ci diamo un pensierino."
E Bronn si piglia un cazzotto in faccia.
Poteva andare decisamente peggio.

 Westeros ci ha un po' scocciato: spostiamoci a Brav(o)oh(s) (nessun video a luci rosse per il momento) dove Arya è diventata una grande esperta nella vendita di cozze e ricci di mare, che se le dai due lire in più ti dice pure il segreto per fare riso patate e cozze. Il tempo di mettere due gocce di veleno qua e là che vede arrivare Lord Tyrell insieme allo scagnozzo di Cersei, che forse era meglio se rimaneva a Rome's landing che la regina reggente non se la passa bene. E niente, il capo tribù dei Tyrell è proprio uguale a Berlusconi: fa battute che capisce solo lui, regala bottiglie di vino come Mondial casa regalava cyclette, canta canzoncine sconce che troverebbe imbarazzanti anche una finta nipote di Mubarak. E Arya ormai si è fissata che Meryn Trant, lo scagnozzo di Cersei, deve tornare a casa con i piedi davanti,e quindi comincia a seguirlo. Lui se ne va tranquillo e felice in un bel bordello. Gli fanno vedere tre proposte del nuovo catalogo f/w 2015, ma per lui sono tutte troppo vecchie, nessuna ha la faccia di chi vorrebbe fare un video (Bravohs!). E alla fine ripiega su una sguattera che avrà ad occhio e croce 9 anni. Ma nessun spettatore ha avuto modo di gustarsi la scena: eravamo tutti occupati a firmare la petizione su Change.org per chiedere di cambiare i parrucchieri: se vedo di nuovo quelle due cipolline sulla testa di Arya me sento male.

Scena rapida rapida a Dorne, dove il principe Doran ci dice ad Ellaria: sta mano può essere piuma o può esse fero. N'altro tappeto che me macchi e sei fori." Quella piange e si scusa, passa dalla stanza di Jaime che sembra un bambino di prima elementare a scrivere con la sinistra e quella lo guarda con l'espressione di chi pensa:" tanto scrivi come un demente! gnegnegneeee." Jaime ci resta un po' male e non vede l'ora di tornarsene a casa.

 Siamo di nuovo da Stannis: l'uomo della Cipolla ancora non è tornato con le teste d'aglio e la gente non ci vede più dalla fame. Non può rifilare una fiesta perchè si sono congelate, le truppe vogliono un abbacchio. L'unica cosa più vicina ad un agnellino è la piccola Shireen, e onestamente manco a Stannis dispiacerebbe una porzione d'abbacchio. E niente, Shireen finisce croccante e bruciata su una pira sacrificale, che tanto mi ha fatto pensare al mito di Ifigenia e che mi fece piangere, con la sola differenza che a quei tempi l'abbacchio ancora non si faceva.
Stannis, il premio "padre dell'anno" ti è stato tolto seduta stante.

 La puntata si conclude con la nostra Khaleesi di fiducia, che come location per il suo matrimonio ha scelto un posto sobrio: l'Arena (non quella di Giletti, ma) di Mereen. In realtà lei non aveva voglia di celebrare il matrimonio insieme ai Saturnalia, però il marito le aveva promesso che ci sarebbe stato un revival de "Il gladiatore" con Russell Crowe ma senza la panza, quella ci crede, firma l'ordinanza per fare sti Saturnalia e invece di Massimo Decimo Meridio si trova Ser Jorah. Lei è un po' scoglionata, perchè si aspettava di sentire la voce di Luca Ward che incita i compagni, e invece si trova davanti una scena alla "altrimenti ci arrabbiamo". Scambia due chiacchiere con il marito, ma è evidente che sto matrimonio non s'aveva da fa, perchè lei ha occhi solo per Daaaaaaaaarioh. E chiamala scema. Contro ogni previsione vince Ser Jorah, gli abitanti di Mereen capiscono che i giochi sono truccati e tutti a prendersela con Danaerys, si mettono la maschera rubata al carnevale di Putignano e cominciano a menarsela di santa ragione.
E qui il panico. Perchè siamo arrivati alla fine della stagione e ancora non è stato sacrificato nessun giovane attore maschio sull'altare degli gnocchi: Khal Drogo, Renley, Robb, Oberyn sono volati via così nel paradiso dei fighi. Siamo tutti in pensiero per Daaaaaaaaario. Io avevo già pronta la nuova petizione su Change.org.
Danaerys e Missandrei sono nel mezzo dell'arena, alzano gli occhi al cielo e cominciano a sgranare il rosario.
Un attimo di silenzio.
Parte "fatti mandare dalla mamma", perchè neanche oltre oceano sono rimasti indifferenti di fronte al successo social di Gianni Morandi su fb. Arriva Drogon, che aveva finito la benzina al motorino e vede che quattro scemi con la maschera stanno a infastidire mammina.
Si ricorda del casino che aveva tirato su Zequila quando Pappalardo aveva offeso l'onore della sua mamma.
"Non dovete nominare mia madreeeeeee!!! MAIIIIIIIIIIIIII"
Si carica mammina sul motorino e vanno via così.
Lo so che ne avete voglia: ecco il video di Zequila vs Pappalardo.
https://www.youtube.com/watch?v=SnoIPuA2dr8&feature=share
Se tutta sta manfrina v'è piaciuta, ci si rivedere per l'ultima puntata. E magari la facciamo diventare un'abitudine.

martedì 12 maggio 2015

Ringrazia un docente

Anche per chi non è un grande appassionato di politica non sarà sfuggita la notizia che da qualche mese ormai fa discutere, ovvero il DDL "Buona scuola" e lo sciopero nazionale che ne è seguito.
 Il mio intento in questo post non è di parlare di politica, non perchè non possa farlo, ma perchè il mio blog non nasce come pagina di commento dell'attualità. Nasce come raccoglitore dei miei pensieri, di come vedo la realtà delle cose con le lenti dei miei occhi. Voglio però rimanere sul tema scuola, e spero che mi permettiate di spaziare sull'argomento adottando un punto d'osservazione differente: la settimana del docente.
 Dall'11 al 16 maggio si celebra la settimana dell'insegnante, perchè, che vi abbiano annoiato quando avevate fame o bastonato con i voti della versione di latino o dell'esame universitario in cui avete preso il voto più basso, sappiate che stiamo parlando della categoria lavorativa che, non me ne vogliano tutte le altre, merita il livello più alto di stima e venerazione. Sono stati loro che, con bravura o con meno carisma, ci hanno permesso di diventare persone. Nulla togliere alla famiglia, che è il giardino più felice e verde in cui apprendere sulla vita, ma quello che ci hanno lasciato i nostri insegnanti ha un valore aggiunto: la trasmissione del sapere che hanno esercitato su di noi aveva come obiettivo quello di farci avvicinare il più possibile alla nostra anima.
 Per dire il mio grazie a quanti hanno influito a rendermi quella che sono voglio ringraziare in particolare due docenti.
 Il primo è un docente universitario con il quale ho avuto modo di parlare giusto ieri sera. Nel mezzo della conversazione ha raccontato del suo primo viaggio in Iran e della sua visita alla tomba di uno dei più grandi poeti in lingua farsi: Hafez. La città di Shiraz, dove il poeta  è nato e dove ha trovato sepoltura, ha eretto in suo onore un mausoleo, che è uno dei luoghi turistici più rinomati della città persiana.
 Ci ha raccontato del suo arrivo presso il mausoleo di Hafez all'ora del tramonto: le coppie arrivano numerose sulla tomba del poeta, maestro dell'amore con i suoi versi, baciano la tomba e intanto si guardano negli occhi, perchè così il loro legame sarà protetto per sempre da chi ha saputo con tanta delizia declinare ogni aspetto dell'amore. Ci sono dei giardini bellissimi lì, l'aria viene riempita con i versi del poeta recitati in filodiffusione, il sole bacia sempre gentilmente quel posto all'ora del tramonto.
"Il profumo delle rose, ragazzi, io il profumo delle rose lì lo sentivo"
Siamo rimasti completamente incantati dalle sue parole. Mi ha colpito tanto come da ogni sua parola traspaia l'amore che prova per ciò che tanto tempo fa ha studiato ed adesso insegna, come abbia saputo mantenere i suoi occhi pieni di poesia.
Eravamo anche noi a Shiraz in quel momento, e probabilmente saremmo rimasti fino alle prime luci dell'alba se solo avesse continuato a raccontare.

Gli anni del liceo sono stati i più importanti per me. Ho incontrato tanti tipi di professori, nel complesso non posso affatto lamentarmi, perchè la mia istruzione non ha risentito di nulla, non ha sofferto lacune e mancanze, sicuramente per il lavoro che c'è stato negli anni precedenti, per le tante maestre e insegnanti che hanno lasciato il segno. Il mio ringraziamento va quindi ad una professoressa di italiano. Una di quelle piccoline, che gira sempre con i libri in mano ed ha capelli neri lunghi da sembrare a sua volta una studentessa. Di quelle che hanno una voce delicata e bassissima, che io facevo difficoltà a capire i primi giorni di un assolato settembre di 9 anni fa (aspetta un attimo: ho iniziato il liceo NOVE ANNI FA???? Sono passati già nove anni??????? Oh gosh!).
Una professoressa che ci ha fatto fare una scorta di coniugazione di verbi che mi basterà per tutta la vita, che ci teneva un sacco a farci leggere almeno due libri a quadrimestre, di cui il primo fu "Fahrenheit 451" di Bradbury "perchè ragazzi, se un giorno non avessimo più libri non potreste neppure immaginare i livelli di solitudine che potremmo raggiungere."
Mi ha insegnato che le parole, citando Vecchioni, non le portano le cicogne, ma che ogni parola, quella parola che legata insieme ad altre dà corpo ai nostri pensieri, è nata dentro di noi ancor prima che la nostra mente possa immaginarla. Quello che mi hai dato, mia cara insegnante, non ha valore materiale, non si esprime con voti numerici, difficilmente riuscirà a vederlo chi non ha gli occhi esperti per riconoscere certe cose. E mi sono sempre chiesta se, con gli anni, sei riuscita a capire cosa ci siamo scambiate, ma soprattutto se sono riuscita a darti qualcosa anche io nel mio piccolo. Mi chiedo se ti senti "responsabile" dei successi che compio nel quotidiano, perchè stai certa che c'è anche del tuo in quello che faccio.
 Non esistono parole, questa volta no mia cara!, capaci di ringraziarti per i frutti che ancora nascono da quelle piantine di pensieri che hai piantato nella mia testa.
 Essere insegnanti, miei cari prof tutti, è davvero una delle responsabilità più grandi mai affidata nella storia dell'uomo. Per la nobiltà con cui lo fate, la pacatezza, la dignità, la silenziosa perseveranza, grazie.
 Ogni mattina, quando vi alzate e vi avviate verso le vostre scuole fate un dono che già sapete non vi darà nulla in cambio: regalate sapere, donate a piene mani bellezza.
 Grazie a tutti gli insegnati nel mondo che non conoscerò e non avrò mai tempo e modo di ringraziare personalmente: ogni buon gesto compiuto, ogni volta che un pensiero vola alto, più in alto, molto più in alto della mediocrità, non c'è persona che potrà rimanervi indifferente ed elevarsi grazie al vostro lavoro.