martedì 22 aprile 2014

feliz Pascua!

Auguri che arrivano in ritardissimo, ma vi assicuro che avevo davvero bisogno di riprendermi da questa Pasqua di bagordi alimentari e viaggi aerei più vicini ad un giro perpetuo sulle montagne russe che ad un confortevole viaggio dentro l'aerea Shengel.
Avete pregato? Avete dormito? Avete mangiato? E mangiato? E ancora mangiato?
Io ho fatto un sacco di cose in questa settimana: mi sono dedicata a dei simpatici test di mezzo semestre, simulato un giudizio presso il tribunale internazionale dei diritti dell'uomo, preso il sole (obbiettivo di metà maggio: essere abbronzata come se fosse luglio (un luglio senza esami fino al 31, ovvio)), sono tornata in Italia, dove ho trovato ben 25 gradi di differenza rispetto alla mia assolatissima Spagna.
E mi sono resa conto di una cosa: che all'incirca fra due mesi, giorno più, giorno meno, arriva il momento di mettere un punto, almeno grafico, a questa esperienza.
E ho cominciato a farmi una domanda, importantissima e dalla difficile risposta, pari solo alla domanda "cosa si fa quest'anno a pasquetta?": cosa ti lascerà l'erasmus?
"Ma l'erasmus ancora non è finito tonta!" tuonò la Cami qualche giorno fa, quando le feci questa domanda. Hai ragione Cami, non siamo ancora alla fine, però ormai dovresti aver capito come sono fatta: sono l'ingresso per un cinema che trasmette solo luuuuunghe seghe mentali. Sono un'elucubrazione mentale che respira (e mangia).
Credetemi, ho ancora un fottio di cose da fare, e da capire, e da vivere, e su cui piangerci su, vuoi per dispiacere, vuoi per commozione. Però la chiave di questa esperienza la porto al collo: una nuova visione della vita. E delle persone.
Se devo rappresentarmi tramite un'immagine la mia vita, oggi la vedo come una brezza di mare. Invisibile, salata, che graffia gli occhi, accarezza capelli, gioca con i bordi delle gonne. Che fa arrabbiare alcuni, che diverte gli altri. La brezza di mare non piace a tutti. E alla fine poco gliene importa di piacere a tutti, lei intanto c'è, e riesce a muovere il mare, che poi il resto del mondo si adatti.
E poi ho riflettuto sulle persone. Credevo che per alcuni  sarei riuscita a provare un risentimento eterno. Poi ci ho riflettuto, e mi sono chiesta cosa farei se qualcuno di questi, uno in particolare, mi incontrasse per strada e mi chiedesse come sto. Credo che gli risponderei, senza lanciargli frecciatine o mostrargli quando sia "favolosa" la mia vita. Sarei sincera. Non mi confiderei con lui come se fosse il mio migliore amico, ma starei lì, forse anche a dirgli che il cercare di rendere compatibili due parti di noi in completa antitesi non ci portava a star bene.
Le persone non vanno cambiate, bisogna provare profondo rispetto per le loro diversità. E con lo stesso rispetto dobbiamo chiederci se una convivenza con ogni sfera del loro essere è possibile.
Altrimenti,senza drammi, la si lascia andar via. E forse poteva essere una grande amicizia, o forse per un certo periodo ci abbiamo creduto, è stato davvero così.
Ci sono tanti rapporti chiusi dentro le gabbie dei nostri "riuscirò a cambiarlo" o "ti renderò diverso".
Apriamole. Lasciamoli uscire via.
Ho rinunciato ad amicizie formali tanto tempo fa, quando facevo i regali per Natale aspettandomi di riceverne altri in cambio. E non sono il tipo di persona che riesce a provare rancore per sempre, che è capace di creare piramidi di imputazioni a carico degli altri.
Ho temuto per tanto tempo di scendere in campo e dovermi battere con i rancori che alcuni mi avrebbero sbattuto in faccia il prima possibile.
Adesso faccio come la brezza: continuo a ballare insieme ai granelli di sabbia e non mi faccio fermare. La mia vittoria è arrivata ed è questa.

venerdì 11 aprile 2014

ti è mai successo...

Fino a due minuti fa, si abbatteva sulla città un temporale furioso, e fra una nuvola di piombo e l'altra spuntava un raggio di sole di un accecante color metallo.
Il bronzo del sole adesso si è preso il suo posto fra le nuvole, adesso regna lui.
Attualmente sono colta da sordità improvvisa da un orecchio.
Cerco di far sopravvivere la mia pianta di margherite, MisterObama, anche se continuo a rivelarmi un'ottima pollice-bleah e di sopravvivere a mia volta fra un test e l'altro prima di Pasqua.
Allo stesso tempo cerco di mantenere in vita le mie buone conoscenze di italiano, perchè scrivere in spagnolo mi sta prendendo così tanto la mano che ho molta difficoltà a scrivere la c e la q, così come ho problemi con il gruppo consonantico gn- e gl-.
Ed è cominciato un altro conto alla rovescia: quanti mesi mancano prima che tutto questo finisca, accompagnata dalla costante domanda "dopo cosa trovo".
La domanda è ancora priva di risposta, mi piacerebbe sentire le vostre risposte, le risposte di chi mi conosceva prima di partire, chi mi ha conosciuto direttamente qui, di chi non mi ha mai visto, ma ha imparato a conoscermi tramite ciò che scrivo.
Intanto però una risposta alla domanda che ha mosso tutto, sin dalle origini di questa esperienza, è arrivata:
nella patria della paella ho imparato a cucinarla.
Cucinarla è una parola troppo importante per me, che a mala pena possiedo l'abc della cucina commestibile, però la settimana scorsa con i miei immancabili amici di scorribande italiani ho appreso l'arte della paella.
Il maestro paellero è Gianlu, che ha appreso il mestiere da un suo ex coinquilino, definito un cuoco de puta madre (non è necessario tradurre, si capisce da sè vero?)
Intanto parto con il dirvi una cosa: volete fare la paella? dovete avere gli strumenti. Se non avete el paellero, ovvero la particolare padella larga e bassa con i due manici non andate da nessuna parte, fate il risotto alla milanese semmai, ma non chiamatela paella. Tutto parte da lì.
La ricetta che abbiamo fatto noi è quella della paella valenciana, ovvero quella con carne di coniglio e pollo. Tutto il mondo crede che la vera paella è quella con il pesce, taaaaaac! Errore! La ricetta originaria è con la carne, fermo restando che anche quella di pesce ha un suo perchè e io la preferisco. Oddio, diciamo una cosa: io non mangio il riso. Oh, non mi piace. Che ne so, sarà la sua consistenza in chicchetti, il suo essere molliccio, non lo so, sta di fatto che non lo mangiai neppure in Cina, quando te lo propinavano ovunque insieme ad ogni tipo di pasto. Però l'altra sera avevo così fame che credo di aver mangiato tutto il riso che non ho mai voluto ingurgitare in 22 anni di vita. Sarà stata la crosticina che si era creata sopra, il pollo cotto al punto giusto. Era proprio bona.
Insomma, prendete sto paellero, soffriggete agli e cipolla (questo vi fa capire che o la mangiate insieme alla vostra dolce metà, in modo da annullare reciprocamente l'alito cattivo oppure evitate di incontrare L'uomo dei vostri sogni proprio quella sera), aggiungete peperoni verdi, rossi, pomodorini, e la carne di pollo e coniglio. Fate cuocere. Fate cuocere tutto. Fate cuocere tutto in un tempo che vi sembrerà infinito e voi avrete una fame che comincerete a mangiare i mestoli in legno.
 Finalmente, quando la carne sarà abbastanza rosolata, aggiungete il riso. Booooom, a bomba ce lo buttate così, e se volete evitare che diventi un piatto a base di riso soffiato e coniglio (insomma, un Nesquick in chiave splatter con tanto di coniglio morto nel sartén) abbondate con il brodo vegetale che sapientemente avevate già preparato in precedenza (noi siamo persone sveglie, al Mercadona lo vendono nel tetrapack come se fosse latte). Ci aggiungete tutte le spezie giallo-ocra-rosse che il suq di Marrakech vi può offrire (principalmente zafferano, peperoncino e paprika, ma se trovate altro ben venga) e aspettate che il brodo vegetale si asciughi.
Chiudete il fornello.
Fate riposare per dieci minuti
Mangiatevela (e ricordatevi di metterci il sale durante la cottura, che noi ce ne siamo proprio scordati).
La ricetta ve l'avevo promessa e, alla fine, ho portato a termine il mio compito.
Però ho fatto un sacco di cose strane in questi giorni.
Mi sono trovata nel bel mezzo di una lotta di cuscini in piazza, e sono ritornata a casa senza ematomi evidenti. Ho comprato un aquilone e sono andata al parco a farlo volare. Mi preparo per fare il mio primo bagno al mare, perchè la stagione lo permette. Mi sono munita di bolle di sapone che voglio far danzare in aria quanto prima.
La domanda dei Negramaro  resta: ti è mai successo? No. Non di fare tante cose strane e sensate insieme, non passata la maggiore età almeno. Più o meno.
E allora cosa è cambiato qui? Io.
E la nuova concezione che ho della mia vita.