lunedì 31 marzo 2014

agua de março

Tom Jobim e Elis Regina cantano una delle canzoni del genere bossa nova fra le più famose al mondo, e,  per il ritmo che ha la musica, mentre la ascolti, non riesci ad immaginare un lingua migliore del portoghese per interpretarla e darle voce di parole.
 Vi consiglio di ascoltare agua de março mentre leggete questo post, vi accorgerete che le orecchie vi si approcceranno come se stessero ascoltando il picchiettare delle gocce di pioggia sui vetri della vostra finestra nella prima settimana di primavera, quando la terra si ricarica di colori e profumi per accogliere le stagioni più calde dell'anno. In realtà quando si parla di "acqua di marzo" nella canzone si fa riferimento alle piogge che, in Brasile, annunciano la fine dell'estate; credo che la pioggia sia una bella metafora per pensare ai momenti di passaggio della vita, quando la terra fertile della nostra pelle si prepara ad un nuovo cambiamento, che sia neve bianca o giardini di erba verde.
 Questa settimana a Roma ha piovuto un bel po', perchè una città così bella ha bisogno di purificarsi a lungo prima di splendere sotto le luci calde della nuova stagione. E io ero lì, ad osservare il suo rito di purificazione e il mio, ho aspettato che spiovesse prima di esporre la mia pelle ai raggi del sole nuovo.
 Sono tornata in Italia ed è stata una delle settimana più emozionanti di questo nuovo anno: sono tornata per la laurea del Duci.
  Dottore ingegnere eh, mica pane e bruscoletti.
Ci siamo conosciuti quando le nostre esperienze universitarie erano appena iniziate, quando ancora indossavamo gli occhiali e i jeans che usavamo alle superiori, quando i ricordi della maturità erano ancora freschi, così come la cera sulle nostre candeline di diciott'anni. Un legame alchemico che si è saldato all'incontro dei nostri primi sguardi in collegio, che non ci ha permesso più di separarci l'uno dall'altra, che non ci ha dato il tempo di pensare se era cosa buona metterci insieme, solo il tempo ci ha dato ragione di questa decisione da matti.
 E non ci siamo abbandonati mai, ci siamo sempre stretti fisicamente e metaforicamente le mani, quando l'università diventava sempre più difficile, quando ci raccontavamo dei problemi in famiglia, degli screzi con gli amici, del pranzo bruciato e dei lavaggi in lavatrice sbagliati.
Ti ho accompagnato fino alla fine di questo percorso, e se Dio lo vorrà sono pronta a continuare ad accompagnarti alla fine di ogni percorso e iniziarne con te tanti altri, sapendo che farai lo stesso con me.
Le cose facili non ci sono mai piaciute nè tanto meno ne siamo mai andati alla ricerca, le piogge, i fiocchi di neve caduti sul nostro cammino, le folate di vento e i momenti di sole allo zenit ci hanno sempre trovati abbracciati.
 E spero tanto che il tempo per continuare a restare abbracciati non finisca mai.
Grazie per avermi fatto emozionare come solo tu sai fare, continuerò a stringerti le mani anche adesso che sono ritornata a Valencia, dove mi ha accolto una leggera pioggerella che oggi si è trasformata in un sole furioso, continuerò a guardare con meraviglia tutto quello che mi circonda, immaginando che per mezzo dei miei occhi ben aperti anche tu possa vedere e stupirti per tutto quello che vedo, anche se sono a tanti chilometri da te. Respiro a fondo questo odore di fiori d'arancio che si respira per le strade e che trasforma tutto quello che sta intorno in un paradiso, aspettandomi che possa sentirlo anche tu.
E nel fine settimana porterò il mio aquilone al mare e lo farò volare, sono sicura che così i miei pensieri arriveranno più veloci da te. E anche il tempo passerà più velocemente, così che possa rivederti presto.
"è flauto, tuffo dalla sponda del fiume, è il profondo mistero, è il volere o non volere, è il vento che soffia, è la fine della discesa, è la trave, è il vuoto, è la festa del tetto, è la pioggia che cade, è l'incontro con il ruscello delle piogge di marzo, è la fine della fatica."

giovedì 20 marzo 2014

Valencia en fallas

Perchè Valencia, per la sua festa più importante ha proprio un inno tutto suo!
E, a furia di sentirlo a fine mascletà e in giro per le strade dagli altoparlanti finisci per impararlo a memoria, almeno il ritornello!
Che dire?
Spettacolare, Magnificente, Assurda, Pazza.
Però ti resta nel cuore. Non lo so, è un qualcosa che a parole è difficile da raccontare, perchè è una festa così ricca che alla fine sicuro ti perdi qualche pezzo.Voglio provarci ugualmente.
Da cosa comincio? Partiamo dai numeri di questa festa: circa 400 fallas dislocate per tutta la città, all'incirca un milione di persone (numeri ufficiali) in giro per la città, 19 giorni di festa matta, 1.600.000 lampadine nel solo quartiere di Ruzafa.
Botti ad ogni ora, intervalli di pochi secondi fra di loro. Odore di polvere da sparo. Tanto colore. E tutti quei fiori in plaza Virgen.
Ho visto tante cose, ho camminato chilometri, ogni sera andavo a dormire sempre più tardi e non mi saziavo mai gli occhi di cose e storie nuove.
Ogni giorno alle due del pomeriggio la mascletà. quegli spari in pieno petto, la polvere che si impasta nelle narici, quel rumore che diventa sempre più forte ad ogni secondo che ci si avvicina sempre di più alla fine, una danza folle, un rito tribale, e quella voglia di urlare quando tutto sta per finire, perchè quel rumore ti batte nel cuore e ti senti impazzire.
Le luci di Ruzafa, una cattedrale di colori che guardavo a bocca aperta mentre camminavo estasiata, senza curarmi della gente che mi spintonava e del rumore, delle chiacchiere e della musica a tutto volume.
L'offrenda dei fiori alla Virgen de lo desamparados. Un riproduzione della virgen alta quasi venti metri completamente ricoperta dei fiori offerti dalle donne di Valencia, vestite con i loro abiti tradizionali, spilloni d'oro nei capelli e gonne di broccato con fiori che non avvizziscono con il passare degli anni, come non avvizzisce il senso di festa nello spirito dei valenciani. Quelle lacrime quando sfilavano davanti alla Madonna.
E ieri sera l'atto finale: la cremà di tutte le fallas. Burn them all.
La parte più bella, l'atto finale della festa. brucia tutto,non si risparmia niente, i polmoni si riempiono di cenere e polvere e colori e pensieri.
Ieri sera ho capito il senso della festa. Ho capito perchè è necessario bruciare tutto. Il fuoco purifica, riduce in cenere i pensieri ingombranti e lascia spazio a nuove cose, nuova vita. Si saluta così a Valencia l'arrivo della primavera, liberandosi della zavorra della stagione fredda, levandosi i cappotti e il torpore della tramontana, ci si mette davanti ad un fuoco ad urlare, a polverizzare un anno di lavoro in meno di un'ora.
Ero lì, davanti ad una falla alta metà palazzo, in mezzo a quelle vie strette e osservavo il fuoco.
Ho bruciato tutto, i vecchi pensieri, i momenti di cattiveria, le amicizie sbagliate, gli incontri che mi hanno causato amarezza, i litigi partiti da un nulla, i tempi morti e le attese infinite, l'ozio tolto per creare qualcosa di costruttivo. Ho lasciato passare tutto dai miei occhi e ho depositato tutto quel vecchiume che rimaneva a prendere polvere dentro la mia testa.
E tutto ha preso fuoco.
è iniziata una nuova primavera anche per me.
Un nuovo inizio.

sabato 8 marzo 2014

Cumpleaños feliz

7 marzo.
Pare che sia una data abbastanza ricorrente nella mia vita, che mi ha sempre portato bene, che ha segnato passaggi importanti, l'inizio di nuove esperienze e un segnale positivo per l'arrivo di altre avventure, altre storie.
è il giorno nel quale sono nata io, un venerdì notte del 1992, per avvisare quanti mi stavano vicino circa la mia capacità innata di rompere In ogni momento della giornata.
7 marzo 1999.
Mi ero appena trasferita con la mia famiglia in una bella casetta con giardino. Ero così contenta di poter festeggiare il compleanno con i miei compagni di classe saltellando nell'erbetta del mio prato, accarezzando i micetti, facendo attenzione a non sgualcire il vestitino comprato dalla mamma. Due settimane prima della fatidica data, io e tutte le mie sorelle ci ammalammo di pertosse. Niente corse in giardino, nè amichetti nè micetti.
Mi rifeci l'anno dopo, quando il mio compleanno capitò di martedì grasso e facemmo una festa in costume a casa: ricordo mascherine di zorro, abiti da principessa Sissi, coriandoli e una torta a forma di maschera. Il mio vestito quell'anno era da ballerina di flamenco. Sapore di Spagna già allora.
Tutti i miei compleanni li ho festeggiati con mia sorella, perchè siamo nate a cinque giorni di distanza. Feste chiassosissime con più di trenta bambini per casa, festoni attaccati alle pareti, il babbo che gonfiava palloncini, mamma che non smetteva di cucinare.
La danza delle feste a classi unite finì quando mia sorella compì 18 anni. La festa fu tanto bella, ma quella che rimase più impressionata di tutti fu mia nonna, che le sembrò strano e allo stesso tempo bellissimo il fatto che fossimo andati al ristorante per festeggiare. Ne parlò per settimane, con quel suo tono di voce che aveva la consistenza dei petali dei fiori, ne parlava con noi come se non ci fossimo stati alla festa e non avessimo potuto vedere quelo di cui lei parlava, o forse non potemmo mai vederlo con i suoi occhi, di una tenerezza che ho sempre immaginato non fosse umana. Le feci promettere che sarebbe venuta anche alla mia festa, che toccava aspettare meno di due anni, che ci saremmo divertite un sacco e che ad aprire le danze saremmo state noi due. Glielo feci promettere più volte. Ridemmo tantissimo sulle poltroncine sistemate fuori in giardino, al sole di marzo che in Calabria in genere comincia già a brunire la pelle.
Alla mia festa dei diciott'anni non c'era e io non ballai, perchè davvero non ne avevo voglia. Così come non avevo voglia di fare la festa in realtà, nè di mangiare dolci o ricevere auguri. Però ho un ricordo bellissimo dell mia ultima sera da minorenne, due amiche pazzissime, da cui mi sono allontanata e avvicinata e poi aggrappata con forza nei momenti più difficili, una torta piccolina ma così bella che non dimenticherò mai più, un paio di scarpe nere altissime appena comprate che facevano un male cane e sostituite con un paio di ciabatte magari più bruttine ma così comode.
L'anno dopo passai la serata vedendo "Ho voglia di te" sottotitolato in inglese, con una sceneggiatura nella lingua di Shakespeare spassosissima e l'arrivo dei Ferrero Rocher allo scoccare della mezzanotte perchè il leitmotiv di quell'anno fra i miei amici era "Ambrogio, ho voglia di qualcosa di buono". Non chiedetemi perchè, onestamente non lo ricordo più nemmeno io, ma se ci penso ancora rido di riflesso. Era già iniziata l'università, avevo finito la mia prima sessione d'esami, non potevo immaginare le migliaia di cose che sarebbero successe fra un 7 marzo e l'altro.
Però ricordo quello dell'anno scorso, perchè non mi ha fatto dimenticare il valore simbolico che ha questa data per me. Il 7 marzo 2013 ci fu la riunione di assegnazione delle borse di studio Erasmus per l'anno accademico 2013/14.
Dissi Valencia.
E a distanza di un anno dico ancora Valencia, che mi ha regalato tanto, che ancora tanti regali mi prospetta, che mi ha consegnato il compleanno più internazionale che potessi immaginare in mezzo ad italiani, messicani, svedesi, scozzesi, ecuadoregni, colombiani e cubani. Che anche quest'anno ha consegnato la sua mole di auguri come mazzi di fiori, alcuni inaspettati, altri originalissimi, altri ancora privati, pieni di affetto.
Non so cosa avrò da raccontare fra 365 giorni, dove mi troverò, se sarà più lunga la lista dei desideri avveratisi o quelli rimasti ancora in sospeso.
Io il mio desiderio, ieri sera, davanti alle mie candeline, l'ho espresso.
E di una cosa ne sono sicura: ogni 7 marzo è sempre un nuovo inizio.