lunedì 24 febbraio 2014

Valencia, novia de la primavera

Valencia, sposa della primavera.
Questa la traduzione di questo verso (ascoltato per altro in valenciano, ora vi spiego perchè) che mi ha così tanto colpito che non posso fare a meno di ripeterlo nella mia mente da ieri senza smettere di pensare che sia assolutamente vero. 
Sono qui da più di sei mesi e avrò visto piovere su questa città non più di dieci volte, è una città che non soffre il mal d'aria, perchè d'aria vive, che non rischierà mai di vedere le vele delle sue navi ferme perchè qui c'è così tanto vento da trasformare in vela anche un foulard. 
E ieri l'ho avvertita tutta la gioia della primavera in un unico, incessante, atteso grido: la festa de las Fallas, la festa più conosciuta di tutta la Spagna, una delle più articolate, lunghe, folli, è iniziata. 
Due notizie al volo: cos'è las Fallas? Cosa si festeggia? Nasce come festa in onore di San Giuseppe (e infatti il vero giorno della festa è il 19 marzo), quando i valenciani, che in quanto a feste tutta la popolazione europea je fa na pista, hanno cominciato ad addobbare le strade della città con questi fantocci in cartapesta. Poi a festa finita si sono fatti due domande e si sono detti: ma mo di nuovo le scale dobbiamo prendere per togliere questi pupazzi? E quindi han pensato che il modo più veloce per eliminarli fosse bruciarli. E vengono bruciati alla vigilia della festa di San Josè perchè così "tutta la città arde di devozione" (io continuo a pensare che tutto sia sorto perchè gli pesavano troppo le natiche a salire di nuovo sulle scale per togliere i fantocci, libera interpretazione degli eventi). 
Certo, domanderete voi: ma mica è il 19 di marzo oggi. 
No, è il 24 di febbraio. Ma che fai, una volta che decidi di fare una festa con tutti i santi crismi non la fai durare almeno un mese?
E qui ritorna quel concetto di tempo sacro di cui ho già parlato in precedenza: assaporiamo per bene tutte le gioie che la vita ci offre, e se possiamo prolunghiamo questo momento fino a quando ci è concesso. Cioè più di 20 giorni di festeggiamenti di vario tipo, perchè, veramente, fanno così tante cose che di più non sarebbe umanamente sopportabile. 
Ieri era il "dìa de la crida" (giorno dell'urlo), ovvero il giorno in cui Valencia grida al mondo che la festa è iniziata. E va fatto nel modo più rumoroso possibile. 
E infatti immaginatevi me che alle 7:30 di domenica mattina vengo letteralmente buttata giù dal letto per lo sparo dei botti, durato per circa dieci minuti. Io devo ammettere che appena sveglia al mattino non brillo di intelligenza, e infatti la prima cosa che ho pensato è che avessero buttato una bomba. Poi ho realizzato e, arrabbiata, mi sono rimessa a dormire. 
Per svegliarmi giusto in tempo per assistere ad una cosa cui proprio i valenciani non possono fare a meno: la mascletà. Cioè continuano a sparare botti, questa volta per un quarto d'ora nella piazza principale della città con un mare di gente che si assiepa sopra ogni ramo d'albero che sporge o balcone o tetto di una edicola. Che io sono arrivata alla conclusione che qui c'è il feticcio per l'odore della polvere da sparo, perchè proprio impazziscono quando lo sentono, e il rumore dei botti li galvanizza che manco la vittoria del secondo mondiale consecutivo. E poi sono attrezzatissimi. Non appena parte il primo botto per avvisare dell'inizio della mascletà, tutta la popolazione intorno a me si sistema occhiali da sole e tappi per le orecchie. Credo sia inutile dirvi che io non avevo nessuno di questi oggetti. E che quando ho visto la gente attrezzata e pronta ho pensato: "Ooooooooooooooh, mierda!"
Però sono sopravvissuta, non so se il mio udito è rimasto quello di un tempo, ma sicuro non ho perso un occhio, e questo mi sembra già importante. Però prometto che per la prossima volta andrò attrezzata, tanto posso allenarmi in questi giorni; infatti fanno una mascletà al giorno dall'1 fino al 19 di marzo. Il tempo per prendere appunti e imparare non manca. 
E poi la crida. Innanzitutto ti fanno capire che loro con la cartapesta et similia ci sanno proprio fare piazzandoti al lato delle torri di Serrano, dove si è svolto il tutto, un cavallo bianco alto 10 metri e un soldatillo de plomo (soldatino di piombo, uguali identici ai nostri pupi siciliani) della stessa altezza. 
Aspetti l'ora X, la puesta del sol, per le 19:30, quando il sole è tramontato, e le torri cominciano a brillare con tutte le luci del mondo, il soldatillo comincia a parlare della bellezza di Valencia e il cavallo a galoppare avanti e indietro davanti ai tuoi occhi. Non scherzo, è successo davvero, e vi giuro che quel cavallo sembrava vero, scuoteva la testa e muoveva le zampe come se fosse al galoppo e il soldatillo ti fissava con degli occhi che parevano umani.
Bello, tutto molto spettacolare, tutto molto magico, quasi da fiaba, con le donne e gli uomini vestiti con i loro costumi tradizionali e le trecce fermate sulla nuca con questi grandi spilloni d'oro, tutto così surreale che quasi sembrava normale che ci fossero cavalli alti 10 metri e soldati in cartapesta parlanti. 
Il tutto rigorosamente in valenciano, perchè las Fallas non è una festa della Spagna, è una festa di Valencia
"Fallers
gent di tot el mond
aor empiesan: les Fallas!"
Solo a me ricorda tanto il dialetto barese? Giuro, a me sembrava di stare a Bari, aspettavo solo di sentire odore di orecchiette con le cime di rapa e di vedere gente che parlava del fallimento del Bari calcio. Spero che nessun valenciano legga mai come ho scritto nel loro idioma natio, perchè se no mi denunciano per crimini contro l'umanità, però vi dico che,ad occhio e croce, suonava così.
E poi dieci minuti di fuochi d'artificio, sai mai che dovessimo perdere l'abitudine oppure che dovesse venire il dubbio che qui si festeggia senza fare troppo casino! 
Ieri ho visto con quanta passione la gente di questa città vive un evento così allegro e ho sofferto il fatto di non essere così ben integrata da capire la loro lingua e ogni passo dei loro costumi. Avrei voluto avere la giubba del colore di uno dei quartieri, tifare per la rappresentante della mia falla che faceva bella mostra di sè sulla torre insieme alle altre, conoscere l'inno valenciano, cantarlo ed emozionarmi con loro. 
è una città che, davvero, sa come farti sentire a casa. Ma sa anche dirti in modo allegro e gentile "vai e trova anche tu la tua casa."

sabato 15 febbraio 2014

e tutto è calmo

Ho avuto una settimana intensa, molto intensa.
E se vi state chiedendo se quello di cui sopra è un tentativo di giustificarmi per la mia assenza allora sì, mi giustifico.

Sono scappata in Italia questa settimana. Una toccata e fuga di cinque giorni per conciliare tutto quello che avevo da fare entro i confini di casa nostra, innanzitutto un esame.
Che in effetti era il motivo principale, ma che ha fatto compagnia a tanti altri validi motivi per cui sono ritornata.
Lunedì mattina sono partita da Valencia, mi sono imposta nel posto vicino al finestrino, andando contro le ferree regole della compagnia low cost dai capelli rossi (e le divise gialle e blu) che adesso assegna anche i posti. Avevo bisogno di vedere Roma, di vederla dall'alto, come se fosse uno spettacolo concesso solo ai miei occhi. E la vedi così, altissima e immensa, di una maestosità che fa seriamente vacillare, che fa perdere i sensi, bianca, screziata del verde dei parchi, le strade un tratto a matita che costeggiano una delle bellezze più tangibili del mondo. Ho pianto tanto vedendola dall'alto, mai come questa volta ho capito quanto mi manchi questa città così viva, più bella di tutti i più bei sogni, quanto le sia affezionata, come riesca a perdonarle qualsiasi cosa, perchè, nonostante le difficoltà che ho dovuto affrontare qui, mi ha reso donna, mi ha reso bella rendendomi partecipe della sua stessa bellezza. è stato come rivedere un lontano amore all'improvviso; ti fa abbassare lo sguardo, ti colora le guance, ti fa chiedere "davvero non lo amo più?".

Ho fatto lunghe passeggiate con la mamma e preso tanti caffè con il papà, loro che sono saliti apposta per me, per vedermi un attimo, per non dover fare passare troppo tempo prima di rivedermi. Voi conoscete ogni trucco per farmi stare calma, sapete come coccolarmi, curate la parte bambina di me che non vuole mai andar via, che si aggrappa ai vecchi ricordi che profumano di maglioni maschili ben stirati e lacca per capelli. è una famiglia che non smette di crescere, ed è un aspetto che ha un fascino indiscutibile. Si potrebbero scrivere storie su quello che succede in una casa quasi completamente al femminile. La mattina dell'esame, in metro di fronte a me c'era una bella donna con le sue quattro bimbe. Solo oggi ho capito che effetto fa vedere una mamma circondata da quattro pulcini.

Ho riempito un altro righino del mio libretto verde, ed ogni volta che succede son colma di gioia, ne mancano sempre meno, un obiettivo che diventa più concreto ad ogni passo, ad ogni righetto riempito, ogni pagina (ben) studiata che scivola nella mente. è andata, è andata anche questa, e se non ci fossero state Jess e la Love avrei girato i tacchi e sarei andata via, sarei scappata lì da te, Duci, che mi hai aspettato fino alle sette di sera per prendere il treno e portarmi a casa tua.

Ho visto Latina per la prima volta, mi ha regalato un bel giorno di sole dopo due di pioggia che mi hanno travolta a capo nudo nella capitale. Al sole di questa città dalla storia particolare ho asciugato le mie ossa, ho riposato un attimo e poi ho rifatto la valigia e son tornata.
Diventa sempre più difficile dirti "alla prossima", a noi che le ore non ci son mai bastate, che ci aggrappavamo mani nelle mani per fermare ogni momento. So che adesso sei molto più tranquillo, ora che gli esami di questa triennale sono terminati e mi aspetti il mese prossimo per festeggiare insieme. Tornerò di nuovo da te, mi troverai ogni giorno più bella, farò sparire le occhiaie, proverò a non commuovermi e a non scoppiare in singhiozzi al momento dell'ennesimo addio.

E oggi Peniscola, questa gita veloce di un giorno per non perdermi questa splendida perla del Mediterraneo a confine con la Catalogna, per godermi questo forte odore di iodio che graffia le narici, per stendermi al caldo sole di febbraio, per vantarsi dei 26 gradi che si misurano dentro e fuori di me. Bella, bellissima, così greca con le sue casette bianche dagli infissi blu, con questo mare che la circonda quasi a 360° che ti ci fa perdere dentro, che assorbe i pensieri e li rinfrange sul bagnasciuga insieme alle onde.
Oggi ti ho guardato mare, ed ho pensato all'ultimo verso di una poesia di Sandro Penna: "e tutto è calmo."

domenica 2 febbraio 2014

E nel mare cambiò quella mia vita

Sì, è un periodo in cui mi sento molto Gucciniana, anzi credo che la mia vita sia terribilmente gucciniana, fra Locomotive che passano una volta sola e prese di corsa, Temi di cui parlare, Tanghi da ballare e dispute sopra Cristoforo Colombo con gli spagnoli che cercano di spacciare a tutti i costi per uno di loro (ne avevamo già parlato, vero?)
Nell'ultimo post ci siamo lasciati con le prime migrazioni di studenti Erasmus che abbandonano Valencia perchè il primo semestre si è concluso, e questa settimana ha visto la fine della girandola delle partenze.
Giuro, vi porto tutti con me, come compagni di una prima parte di viaggio emozionante, delicata, fra alti e bassi, sempre incantevole. Ho tutti i vostri nomi stampati nel cuore amici di ogni dove,  avete dato un colore a questi mesi invernali che non immaginavo potesse mai avere. Elena, Roberta, Ester, Meike, Marine, Cecile, Helena, Alessandro, Victor, Simona, Tamara, Francesca, Beatrice, Ilaria, Karin, grazie davvero, ad ognuno di voi ho associato un ricordo, una sfida da compiere, una parola spagnola, un momento di panico, tante risate.
E fra tanta gente che parte, c'è anche chi arriva. E chi resta. Noi di giurisprudenza Tor Vergata siamo tutti qui, ben piantati in questo anno di erasmus, pronti a iniziare questo secondo semestre. Domani iniziano davvero i corsi, dico davvero perchè la parola "logica" deve essere stata cancellata dal vocabolario del CEU, perchè gli esami sono terminati il 29, e ovviamente io ero la sfigata di turno che aveva un esame il 29, e le lezioni sono iniziate il 31, un giovedì, ma è inutile dirvi che l'unica lezione iniziata quel giorno è stata solo un vuoto blablabla, giusto per farmi alzare presto inutilmente una mattina. Sarò sincera, non vedo l'ora. Ho voglia di ritornare in gioco: empezamos!

E poi c'è lei, la mia coinquilina d'oltreoceano, la mexicana Lau. Un personaggio! E qui a Valencia da circa una settimana e siamo già finite a guardare insieme la cartina del Messico e a pianificare un viaggio. Ma magari! Le ho promesso che quando avrò tanti soldi la prima cosa che farò sarà un viaggio nel suo Paese, anche se al momento il raggiungimento dei presupposti sembra decisamente mooooooolto lontano!
Oltre ad aver finito gli esami (finalmente!) questa settimana ho avuto un ospite speciale: la Mitica Lù è venuta a trovarmi!
Ci siamo divertite un sacco, e devo dire che fare la turista dentro Valencia è una cosa che mi diverte sempre da morire, e poi volete mettere l'assaggio di sagrie varie, tinto di verano et similia per approfondire la conoscenza della cultura spagnola? è sempre un passaggio obbligato, non credete?
In tutto questo momento reclame d'obbligo: se passate da Valencia DOVETE (imperativo categorico kantiano) perdere un'ora del vostro tempo nell'Hemisferic, alla città delle arti e delle scienze. Ne vale la pena più del plastico del DNA alto 3 metri tutto colorato che sta nel museo delle scienze e più dei pescetti dell'Oceanografic. Immaginate questa struttura a forma di gigantesco occhio che al suo interno nasconde uno schermo concavo di 900 mq circa dove vengono proiettati questi film/documentari girati appositamente per l'Hemisferic. è straordinario. Tanto più se il biglietto costa quasi quanto quello di un cinema. Ovvio, non vengono proiettati i film che hanno vinto l'oscar, però è un qualcosa di tremendamente futuristico, che lascia  a bocca aperta.
Fine della pubblicità.
E poi, un pomeriggio fin troppo caldo (punte di 22 gradi amici, non so se mi spiego!) siamo finite al mare. Nessuno potrà mai raccontare degnamente la poesia del mare in inverno, quando l'estinzione dei bagnanti porta ad avere di fronte a sè una visione del mare fatta solo per i nostri occhi.
Mia nonna mi dice sempre che del mare non c'è da fidarsi, il mare è traditore, ma io non sono mai riuscita a fare mio questo monito, e mi sono trovata più e più volte a buttarmici a capofitto dentro, fino a sparire. Per poi riemergere. più brillante e pulita di prima. "E diedi un volto a quelle mie chimere, le navi costruii di forma ardita, concavi nave dalle vele nere, e nel mare cambiò quella mia vita. E il mare trascurato mi travolse, seppi che il mio futuro era sul mare, con un dubbio però che non si sciolse, senza futuro era il mio navigare..."
Ho fatto partire tutte le mie sfide guardando il mare negli occhi. Ho affrontato viaggi pazzeschi in piena estate, a bordo di un catamarano per approdare in un Paese che si trova dall'altro lato dell'Adriatico e che mi ha fatto sentire straniera per la prima volta in vita mia, ho guardato il mare, sempre, sul finire dell'estate, quando settembre iniziava ed era tempo di migrare verso Roma. E poi sono finita a guardare un altro pezzo di Mediterraneo, sconosciuto, sabbioso, mai profondo, dall'alto di un aereo, e a cominciare a chiamare "casa" quella spiaggia così diversa dalla mia, con le sue telline infrante sul bagnasciuga e la sabbia, così tanta sabbia da sembrare di essere nel deserto.
E sono ancora qua, con una nuova avventura che inizia, tanta gente da incontrare, ritorni mordi e fuggi in Italia, posti nuovi che bramo di vedere, sogni, sogni, sogni a riempirmi le tasche. E tutto questo non può che avere inizio guardando il mare negli occhi.