mercoledì 22 gennaio 2014

Quello che non...

Se c'è una cosa che ho capito dopo quasi sei mesi che vivo a Valencia è questa: controllate TUTTI I GIORNI il calendario con il santo del giorno.
Perchè potrebbe capitarvi che voi decidiate di fare la spesa settimanale proprio il giorno in cui si festeggia uno degli innumerevoli santi patroni di cui questa città si fregia di avere e vi troviate a dover pranzare con le lenticchie che fortunatamente avevate cucinato in precedenza e messo nel freezer.
Questa è la mia triste storia di oggi: una povera studentessa erasmus in una grande casa, sola, all'ottavo piano, che vaga per le strade pioggerellanti di Valencia alla ricerca di un Mercadona aperto. Ma oggi è San Vincenzo martire, concittadino illustre e patrono di Valencia. Che non lo sapete che oggi TUTTO è completamente, miserabilmente, terribilmente CHIUSO???? Che fai Chiara, non controlli il calendario la mattina?
Grazie al cielo la mia cara coinquilina, la dolce Ele, tornando in Italia definitivamente mi ha lasciato in eredità quintali di lenticchie congelate, di cui vado ghiotta, ed ha salvato il mio pranzo a distanza di molti km.
Vi ho raccontato questa storia perchè voglio avvertirvi del fatto che a Valencia c'è almeno una festa religiosa/laica al mese, e qui non succede come in Italia che i supermercati stanno aperti pure la mattina di Natale, qui c'è un qualcosa di sacro che viene chiamato tiempo de la siesta y de la fiesta  e si rispetta, possa cascare il mondo o l'economia globale e nazionale, ma non togliete agli spagnoli il loro spazio di riposo.

Notavo proprio questa cosa, questa grande differenza rispetto all'Italia, un modo di vivere la vita che ci rende molto distanti dai cugini iberici. Quando vedo la gente camminare per strada, fare la spesa, comprare il giornale o il biglietto del bus, noto che non hanno fretta. Hanno un concetto intrinseco nella loro persona del tempo che rende ogni azione da loro compiuta solenne. Anche nella semplice azione del respirare c'è tanta solennità. Non so, forse queste sono quelle differenze che si acquisiscono quando si vive sotto una monarchia, dove c'è un certo rispetto dei tempi e dei protocolli, ma è bellissimo vivere in un posto che non subisce il richiamo angustiante della fretta. E se alla fine dei conti si arriva a dire che in Spagna, o comunque a Valencia, c'è una buona qualità della vita credo che il modus vivendi della gente del posto facciano impennare di molto questo indice in positivo.
Certo, credo che qualsiasi città in giro per il mondo sia meno caotica di Roma, dove ho vissuto in questi ultimi anni, e che i paragoni siano difficili da mantenere in piedi, però non vi nascondo il terribile fascino che tutto questo esercita su di me.
Spesso mi concedo il lusso di farmi lunghe passeggiate, di studiare in terrazza prendendo il sole se fuori non fa troppo freddo. Qui sembra essere nell'ordine naturale delle cose riuscire a trovare del tempo da dedicare anche alla bellezza meno visibile del proprio Io, a Roma mi sembrerebbe di perdere terribilmente il mio tempo.
Forse l'immagine migliore per descrivervi lo stile di vita che si muove silente in questa città è quella che ho gustato lunedì pomeriggio, facendo una passeggiata dopo un esame. Un palazzotto non troppo alto, molto signorile, che si affaccia sulla Gran Via. Un balcone aperto, per far entrare nell'appartamento al primo piano l'aria buona di una giornata quasi tiepida di gennaio. E questa tenda bianca, che svolazza fuori dall'appartamento, abbagliata dal sole. Si solleva stanca e gioca con il vento. Lenta. Pesante. Libera.
Valencia è una città che sa giocare con il tempo che scorre, le piace vedersi bella nei riflessi del sole che si rincorrono sulle facciate di monumenti e palazzi con sfumature sempre diverse, suonare campane ad ogni ora del giorno, ciarlare per le sue vie.
E tutto questo, dopo mesi che vivi qui, non può restarti indifferente, lo assorbi e lo vivi tu stesso nella tua quotidianità.

Ne parlavo con la Ele, qualche giorno prima della sua partenza definitiva per Roma. Il suo erasmus è finito, e posso immaginare la malinconia che ti prende quando un bel sogno vissuto a pieni polmoni si consuma. Questo post è anche per te, e per tutti quelli che cominciano a ritornare alla vita di sempre in Italia, Francia, Cile, Brasile, Germania... in ogni parte del mondo dove una casa aspetta.
Ed è una promessa per quanti arriveranno ora: l'erasmus è tutto e il contrario di tutto, è la vita parallela che non si immagina, la ninfea che nasce spontanea nel polmone e che fa male al respiro quando tutto si conclude e si ritorna.
Non ci sono parole per descriverla, se non solo un consiglio: godetevi lo scorrere solenne del tempo.

mercoledì 15 gennaio 2014

Sono un'altra da me stessa, sono un vuoto a perdere

Ma chi ha mai detto che bisogna avere una canzone porta fortuna da ascoltare prima degli esami?
O meglio: chi ha mai detto che debbano essere così tristi?

Ecco, questa sono io, che prima di fare un esame infilo le cuffie azzurre del mio i-pod arancio nelle orecchie e sul bus, mentre lentamente arrivo nei pressi di Tor Vergata, ascolto questa bellissima canzone di Noemi scritta per lei da Vasco. Bellissima, ripeto, voce di Noemi calda e brunita, momento perfetto. Però magari non prima di un esame. Nel senso: mette un po' troppa malinconia.
Quindi, nell'assolata e allegra Spagna ho deciso di cambiare registro: per caricarsi occorrono canzoni allegre.
Ho provato di tutto, dalla Carrà (mio mito indiscusso) fino a Lady Gaga, e devo dire che per un po' "Born this way" ha funzionato. Però poi ho capito che non mi basta un ritmo che dia grinta. Ma anche qualcosa che mi faccia ridere. Ho capito che l'ingrediente che è sempre mancato era un pizzico di trash.
E ieri, mentre mi avviavo verso la metro per fare IL PRIMO ESAME nella mia PRIMA SESSIONE IN SPAGNA (della serie: squillino le trombe e rullino i tamburi) ho capito di cosa avevo bisogno.
Lei. La regina del truzzo. Lei, nata 22 anni fa (come me, ahimè!) insieme al twerking. Lei, che ha dato importanza anche alle operazioni di abbattimento dei muri portanti.
La canzone scelta è Wrecking ball, di Miley Cyrus. Che poi sono giorni che rifletto su questa cosa: ma come si dice in italiano quella super pallozzola in cemento che serve ad abbattere i palazzi? Ora come ora saprei chiamarla solo in inglese, sarà che fino ad ora non mi ero mai posta il problema di paragonare il mio cuore infranto e una brutta storia d'amore mal riuscita in macerie e mazzotte da leccare come fa lei.
Vedendo il video però mi sono posta una domanda: ma perchè nessuno ha mai insegnato alla giovane Miley che non bisogna mettere le cose in bocca???? Perchè le mancano in modo così evidente i fondamenti dell'igiene personale?

Posto che non voglio più annoiarvi con le mie domande sulla vita e sul mondo, vi informo che ieri ho avviato la mia sessione d'esame, che m pare sia andato abbastanza bene e mi auguro da sola mucha suerte per gli altri che ho da fare.

Riempito anche questo spazio riguardante il lato prettamente didattico dell'erasmus, vi informo in generale sulla mia vita e sulle cose fatte in questi giorni.
-Shopping. Shopping come se piovesse. Shopping come se il mio armadio fosse andato a fuoco e dovessi nuovamente riempirlo. No, scherzi a parte, non ho fatto sessioni di compere a questi livelli di bulimia, grazie a Dio soprattutto per le mie finanze, però sono molto soddisfatta. I miei marchi di fiducia (es decir: Zara, Mango, Pull and bear, stradivarious etc) qui costano già meno rispetto all'Italia quando sono a prezzo pieno. Figurarsi sotto i saldi! La Spagna è il posto che fa per me, lasciatemi morire qui, povera ma con tanti vestitini! *.*
-Sabato sera, visto che era il primo sabato della sessione e poteva risultare disdicevole passarlo a bere e ballare, con la Roby e la sua coinquilina siamo andate a vedere uno spettacolo di Flamenco. Della serie: stare sveglie fino alle 2:30 pm per ballare fa venire i sensi di colpa, andare a dormire allo stesso orario per fare un qualcosa di culturalmente più elevato e trasformare il proprio sabato in una serata alternativa no. Locale fighissimo, molto iberico, con tanto di giovane barista con treccia di lato e megafiore nei capelli (per chi non lo sapesse è molto comune qui) e spettacolo meraviglioso. Un bel vedere sotto tutti i punti di vista, culturalmente, spiritualmente, fisicamente (per intenderci: non c'erano ballerine donna, ma solo un ballerino... donne ci siamo intese). Davvero, se passate per la Spagna, in qualsiasi città andiate, se avete l'occasione di vedere uno spettacolo di flamenco approfittatene: se è un bene protetto dall'Unesco un motivo ci sarà.
-Tapas, localino tipico, un buon moscatel (vino dolce della zona valenciana), torta al triplo cioccolato, chiacchiere e allegria: così ho festeggiato il mio primo esame con la Roby e la chica alemana. è stata una serata a dir poco carina e divertente, anche se mi ha lasciato un po' malinconica. è già passato un semestre e la maggior parte delle splendide persone conosciute qui andranno via. Si disgrega quello che è stato il mio punto di riferimento in questi mesi, aspettando che se ne formi uno nuovo. Questo è il lato più triste di un Erasmus così lungo come il mio. Odio le partenze e gli "arrivederci" che possono essere degli addii. Spero nella forza mistica e sovrannaturale dell'Erasmus, augurandomi che i bei rapporti creati qui non abbiano la stessa flebile durata dei fiori di campo.

giovedì 9 gennaio 2014

Un passo avanti e il cielo è blu

Ed eccomi qui, con il primo post del nuovo anno, sempre circondata dalle pareti bianche della mia stanzetta sulla Gran Via, Valencia.
A farmi compagnia la mia musica, una nuova tazza con la solita tisana fumante (giusto per sgonfiarci, depurarci e pentirci per le feste passate all'ingozzo), la cupola blu scintillante della chiesa di San Sebastian che si vede dalla mia finestra.
Sono tornata a Valencia dopo 25 giorni di lontananza. E non potevo immaginare che mi mancasse così tanto. Che mi mancasse il vivere bene qui, le sue cupole piastrellate di blu, questa lingua così musicale, la gente cordiale che ti aiuta a portare le valigie lungo i gradini della metropolitana.
Questo mese è decisivo: è la mia prima sessione d'esame. è il tempo per portare a casa i frutti seminati in quattro mesi, per mettersi davvero alla prova, è il momento in cui bisogna rimanere vigili, mentalmente plastici, pronti alle difficoltà, determinati.
 Ma soprattutto, è il banco di prova per capire se davvero Babbo Natale e questi mesi d'erasmus mi hanno portato il dono più atteso: un po' di tranquillità.
Fino ad oggi mi sento di dire che ci siamo quasi, anzi, direi che sono quasi contenta che inizi la sessione!
Non fraintendetemi, non sono una secchiona, però mi piacciono da matti le sfide, e in questo mese si compie la prima parte della sfida vera: gli esami.
Come ho detto più volte, il sistema spagnolo è un sistema che, almeno per quello che ho visto fino ad ora, mi stimola moltissimo. Mi piace il legame che si crea con i professori, la loro attenzione, e la ricerca continua di input da offrire ai ragazzi.
Non so, forse sono stata particolarmente fortunata con i corsi seguiti questo semestre, però sono davvero soddisfatta del metodo di studio adottato nelle classi che ho seguito. Ho fatto la mia prima analisi di sentenza, fatto piccoli progetti, rapportata con tanti tipi di prove che non hanno lasciato spazio alla noia.
E ora, da settimana prossima, ci giochiamo tutto l'impegno di questi mesi. E sono eccitata! E per niente preoccupata (almeno per il momento, alla vigilia del primo esame, che è anche il più importante della sessione, saprò aggiornarvi sulla mia situazione mentale!)

Oggi ho viaggiato tutto il giorno per arrivare fin qui, dalla Calabria fino alla Comunitat valenciana. Sole e nebbia lungo le strade che mi hanno portato fino a Lamezia, in aeroporto. Mi sono ricordata di quella volta, era un febbraio, in cui feci una toccata e fuga a casa, perchè ero troppo demoralizzata per un esame andato male. Ricordo che nevicava fitto quel giorno, papà non poté prendere l'autostrada e si fece un viaggio di tre ore e mezzo lungo la SS 106 per venirmi a prendere. Altre tre ore e mezzo di viaggio per arrivare nel mio paese, pranzo in un autogrill con dei calamari buonissimi (o forse sembrarono a me particolarmente buoni), chiamata a mamma che non sapeva nulla del mio arrivo, le facemmo una sorpresa. la 106 Jonica costeggia il mare, non ero mai arrivata nella mia città dal mare. Le spettacolo del mare d'inverno fu un buon balsamo per le mie amarezze, tornai a Roma più forte di prima.

Volo Lamezia-Roma Fiumicino, un'ora di scalo e poi, di corsa, senza pranzare, partenza da Roma Fiumicino per Valencia.
Dall'aereo ho visto il lago di Bracciano con il suo castello, le rovine di Ostia antica, il porto di Ostia, il Tevere che abbraccia il mare dopo un viaggio lungo e snodato. E poi ho visto Roma. Con il dito toccavo dall'alto Termini, piazza Repubblica, l'Olimpico, castel Sant'Angelo, l'isola Tiberina, San Pietro.
Ho sentito il cuore stringermisi nel petto fino a farmi male, pensavo a quella mia collega che vive dalle parti di Cipro con fidanzato e due gatti, i miei colleghi in Università, qualche amico perso per le strade di Roma, alle vite incrociate di tante persone che avrò incontrato di sfuggita sui mezzi pubblici, per strada, in un negozio, che stavano vivendo quella giornata di un quotidiano gennaio un po' freddo, un po' grigio.
Ho allungato le dita verso le zone dei castelli romani, immaginando il Duci studiare, nella sua stanzetta con la finestra alta puntata verso il cielo.  Mi sono chiesta se avesse alzato lo sguardo in quel momento per vedere  la scia di un aereo, se avesse pensato che in quel momento i nostri sguardi si stavano incrociando, come tante volte è successo, con colpi all'anima ogni volta diversi.

è stato un viaggio che non saprei definire:  non nostalgico, non triste, non particolarmente allegro. Mi sono preparata mentalmente a questo ritorno. Ed ho trovato una Valencia sempre ospitale, mai più fredda dell'Italia, un sole morbido sciolto lungo i bordi delle case che lasciava entrare la sera.
Sei sempre graziosa Valencia, non c'è nulla da fare. E la tua grazia così naturale la porterò sempre nel cuore, anche quando saranno passate mille vite e mille vissuti da te. Mi hai rubato il respiro con il primo sole che mi bagnò lo sguardo quel 4 settembre.
E comincio a credere che starti lontano definitivamente, un giorno, sarà difficile.