martedì 30 dicembre 2014

Fenomenologia del parentame: sei un parente del Sud se

Ebbene si, come ogni Natale ovviamente sono tornata a casa, nel profondo Sud, in Calafrica, e mai come durante il periodo delle feste si ha modo di riflettere sul carosello di zii, cugini, prononni, protoparenti che si anima in questo momento dell'anno.
 Perchè al Sud neppure le cose più semplici, come la famiglia, sono tali. Insomma voglio dire: se nel resto di Italia e del mondo la famiglia si compone semplicemente di quegli elementi essenziali quali:
-padre/madre;
-sorella/fratello;
-nonni;
-zii;
-cugini
qui giù non funziona così. Oltre a questi elementi (in genere molto numerosi nel loro complesso) si aggiunge tutta una schiera di parenti,con i quali magari c'è stato effettivamente un legame di sangue, ma si è ormai smarrito nella notte dei tempi, molto probabilmente eravate già cugini di 4° grado ai tempi delle gens romane, eppure questo non è un valido motivo per continuare a sentirsi parenti.
 Ho perso il conto delle persone che chiamo "zio/a" nonostante il ben poco chiaro legame sanguigno che mi lega a loro, e quando ho provato a replicare a questo costume a me incomprensibile con mia mamma mi è stato risposto:"Perchè, come vorresti chiamarli?"
 Tipo per nome?
No, la generalessa mamma mi ha risposto con un sguardo negativo.

 E quindi questa sera voglio salutare così, con una analisi del parente che potreste incontrare al Sud , questo anno che va via. E non importa se tu che leggi sei una giovane donna svedese: magari ti può capitare di andare a trascorrere le vacanze dalla collega dell'università che vive in provincia di Matera e potresti trovarti sopraffatta da questa straordinaria esplosione di Mezzogiorno. Hai bisogno di qualche pillola di sopravvivenza, come le vaccinazioni obbligatorie.

-Zio mattiniero: per lui non esiste il riposo, non esiste differenza fra notte e giorno, se non per quell'imperturbabile cambiamento nel cielo chiamato alba e tramonto, lui è sempre attivo. Ciò vuol dire che se deve chiamarti per aggiornarti sulle news di paese o per chiederti un favore lo farà alle sei e mezzo del mattino. "tanto comunque ti saresti dovuto alzare", beh certo, ma non era necessario che mi lavassi mentre ascolto il canto del gallo.
D'accordo, visto che ci sei facciamo pure un aggiornamento morti/decessi di questi ultimi tre mesi...

-Zia "il telefono no": devono passare a trovarti. A tutti i costi, Non fa niente se è domenica mattina, devono raccontarti per filo e per segno come si sono separati Fifina e Gigetto. Però per loro avvisare non esiste. Un colpo di telefono, giusto per evitare che vedano che il soggiorno in realtà è un campo di battaglia, che hai il pigiama impataccato e sai di birra. Sono già sul tuo divano.
"Tanto resto solo un attimo". Non è quello il problema. Esistono i telefoni, usali.

-Signor "quando sei arrivata/quando te ne vai": ah va bhè, se non si fosse capito al di sotto del Tevere non esiste la privacy, anche perchè, rifletteteci un attimo: non è neanche una parola del vocabolario italiano, perchè dovremmo usarla? Questo è il motivo che spinge il primo venuto a farti qualsiasi domanda come se fra voi il dialogo non si fosse mai interrotto (ma perchè, quando è iniziato?). E di lì partono le domande:
  -"quando sei venuta?"
  -"quando riparti?"
Sempre. è la domanda della vita. Sono troppo educata per rispondere "ma che te frega?"  Che io sia un'ospite indesiderato in questa città? Mistero!

-Signora "ti ricordi di me????": No
Non mi ricordo di te.
Probabilmente l'ultima volta che ci siamo viste era il 1993 e io non avevo manco i denti da latte in bocca. Ovviamente mia madre non coglie mai i segni del mio disagio, e alza la posta dicendo "Ma come, non ti ricordi della cugina della nonna del barbiere nipote della nonna di tuo zio? Quella che una volta ti ha portato gli ovetti!"
No.
Non ricordo neppure degli ovetti, il che è grave.

-Parente "Grande Fratello": è la categoria di parente che non può mancare.
  "e la laurea?"
 "e il lavoro?"
 "e il fidanzatino?"
Sono convinta che questa categoria appartiene ad ognuno di noi, fa parte della nostra storia comune che non conosce barriere geografiche o culturali. Non credo che esista una risposta soddisfacente a questi quesiti esistenziali, provo a suggerire le mie risposte:
"l'ho comprata su ebay (la laurea), se non fanno problemi alla dogana in un paio di mesi arriva".
"credevo di averlo sceso in valigia (il lavoro), mi sa che l'ho lasciato a Roma."
"l'ho mangiato (il fidanzatino)".

Sempre vostra

domenica 21 dicembre 2014

i sogni son desideri

Forse i sogni si possono avverare davvero solo sotto Natale. Durante questa settimana sono successe una serie di cose che desideravo da tempo, alcune avevano solo voglie e contorni blandi, altri invece splendevano di fuoco sotto la cenere. 
Dopo tanto tempo sono andata ad un concerto, peccato che non mi concedevo da un bel po'. E non un concerto qualunque, ma quello di Biagio Antonacci. Posto che il desiderio più grande sarebbe vedere Jovanotti e, ovviamente, Cesare Cremonini, devo dire che è stata davvero una bella serata. Biagio sa tenere un concerto per due ore piene, si agita come un pazzo, ci coinvolge tutti, è simpatico. Ah, una delle cose più importanti: è puntuale! Ma la cosa più carina è stata la compagnia: io, Sere la bella e la mitica Lù. Non esiste una compagnia migliore delle mie sorelle. Peccato mancasse Steff la piccola, spero che al prossimo si possa replicare tutte e quattro insieme. 
 Domenica invece mi sono sentita una vera bimba romana: insieme alle mie due sorelle romane e al Duci sono stata a piazza Navona ed ho fatto un giro sulla giostra di Natale. Una esperienza bellissima! Mi sono sentita così bambina! Credo che il bello dello stare insieme alle persone che davvero ti vogliono bene sia proprio questo: non avere timore di sentirsi piccoli, o dire una cosa stupida o fuori luogo. Si riacquista libertà. Non ero nel posto sbagliato in un momento sbagliato:mi trovavo dove volevo essere e con le persone che volevo intorno. 
 Ho passato una giornata all'insegna della mondanità: passeggiare per le strade di Roma una mattina di sole, durante la settimana, quando c'è meno calca e quasi silenzio. Alla mostra di Cartier Bresson all'Ara Pacis c'eravamo solo io, Duci e gente che aveva tempo di investire un giovedì alternativo. Abbiamo trascorso il pomeriggio in una delle più antiche sale da thè inglese della capitale, fra rami di pino usati come decorazione natalizia e una cura maniacale e british per il rito inglese più gettonato. Avevamo bisogno di un giorno solo per noi, di un sole solo per noi, della città tutta per noi. Abbiamo fatto gli alternativi, con vestiti eleganti e cappotti delle grandi occasioni, biscotti al burro e thè caldo. 
 Ma la cosa più bella, davvero, è stato un regalo ricevuto. Lo so che può sembrare una cosa infantile, però nasconde un desiderio con una storia vintage. Duci conosce i miei gusti, i miei pensieri, i miei sogni. Sapeva che cercavo una macchina fotografica polaroid, non di quelle nuove, ma di quelle usate, ovviamente ancora funzionanti. Mi piaceva l'idea di possedere un oggetto che avesse una storia da raccontare, che avesse impresso momenti di felicità, che ne fosse stato diretto spettatore. E lui me l'ha fatta trovare lì, incartata alla bell'e meglio, con lo sguardo soddisfatto di chi sa di aver colto nel segno.
 E tu, con la tua dolcezza, sei il più bel regalo ricevuto dalla mia storia personale. 

mercoledì 10 dicembre 2014

Grazie Roma

è un periodo bello questo.
 Un momento in cui le mie giornate hanno un sapore più intenso, più vero (eccezzion fatta per questa tisana al finocchio che sto bevendo in questo preciso momento: non ho fatto riscaldare bene l'acqua e il 10 dicembre c'è solo voglia di roba calda, ma vabbè).
 Provo un piacere particolare nello studiare. Mi immagino fra un anno alle prese con la costruzione del mio futuro. Mi vedo impegnata fino all'inverosimile, forse sfruttata e magari sottopagata, però mi vedo presa, piena di speranze, con in mano sogni come grani di un rosario, come una angelica preghiera.
E poi c'è Roma.
 Questa città che tanto mi piace, tanto mi fa penare, tanto mi stupisce. Ancora non mi sono stancata di te.
Sabato sono stata allo stadio per la prima volta. Ottima compagnia, esaltazione a mille per me che il calcio l'ho sempre vissuto con gli occhi e la voce di mio padre, un misto di gioia e bestemmie, di rabbia e imprese epiche. Non è stata la Roma migliore che abbia mai visto, il Sassuolo si è dato da fare e alla fine è terminata con un pareggio.
 Le facce entusiaste di tutti quei bambini mi hanno dato conferma di quanto sia bello lo sport e quanta stupidità si nasconde negli atteggiamenti di quanti sanno rovinare questi momenti di magia, che si apprezzano solo quando sono circondati da sana allegria e passione vera, quella stessa passione che ti fa esultare nei momenti delle vittorie e fa fare un passo indietro di silenzioso rispetto quando le cose vanno meno bene.
Sono scappata verso il mare anche questo fine settimana. Qualcuno saprebbe descrivere la bellezza autentica, sincera del mare d'inverno?
 Mi sono nascosta dentro Torre Flavia, che dal suo lembo di bagnasciuga posizionato fra gli scogli, assediato dalle onde e dai ricci di mare durante i periodi di alta marea, osserva la spiaggia e ci protegge dai tempi di Roma caput mundi. Mi son chiesta cosa avranno visto da lì migliaia di anni fa gli occhi umani. Quante volte avranno visto, allarmati, navi nemiche. Quanta paura si sarà nascosta fra queste quattro mura in laterizio oggi diroccate.
 Duci poi mi ha fatto sedere fra gli scogli antistanti e mi ha fatto vedere i pescatori, benedetti dalla luce dorata di uno dei più bei soli di Dicembre. Sulla spiaggia il mare aveva depositato tutti i suoi tesori, ho preso un'altra conchiglia e l'ho depositata insieme alle altre.
 Questo pomeriggio mi sono goduta il portico di Ottavia e le sue delizie, artistiche e non: davanti ad una porzione esagerata di Dobostorte, un dolce austriaco che se ve lo descrivo morirete di invidia, mi sono goduta la pace di uno degli angoli più intimi di Roma. Il ghetto ebraico fa risuonare i passi di chi si avventura in esso con solenne musicalità e si respira un'aria di mistica contemplazione. In questo quartiere sono rimaste le cicatrici di tante ferite non ancora del tutto rimarginate: dal rastrellamento del 16 ottobre 1943 ai fatti di Via Caetati "l'alba dei funerali di uno Stato". Eppure con dignità il cuore di questa città continua a mostrarsi, va avanti senza dimenticare.
 Non saranno i loschi affari di "Roma capitale" a metterti in ginocchio, mia dolce Roma, sopravviverai anche a questo sacco morale che hai subìto. Hai un'anima più forte di chi ti abita.
 Per le belle donne come te il tempo e le storie che passano non hanno la forza di ucciderti.

mercoledì 26 novembre 2014

logico, sì è logico! (per tutti, persino per me...)

Anche se sono molto brava nei test di logica che propinano nei vari concorsi ed esami, sono ben consapevole del fatto di essere priva di logica nella vita di tutti i giorni.
 Meglio, ci sono momenti della vita in cui la logica mi si rivela come una mistica apparizione.
 E io oggi ho avuto la mia. è logico continuare a scrivere. Scrivere qui, sui tovaglioli di carta del bar, sugli angoli dei quaderni mentre prendo appunti.
 Scrivere è da sempre stato il filo logico della mia vita.
 E non potevo mollare il mio blog così, come qualche malcreato fa con i cuccioli ai bordi delle strade.
 Ed è straordinario, perchè a permettermi di ammirare questa epifania è stato Cesare Cremonini, che con questa canzone mi ha portato a riflettere.
"logico, sì è logico
è tutto quello che so
per ogni domanda componi un verso
non siamo soli in questo universo"
La mia vita è una metamorfosi di domande, di disordine, di disastri ben riusciti e capolavori improvvisamente andati in porto, come un pacco di coriandoli esplosi in faccia.
è cambiato qualcosa in questi cinque mesi? Beh, logico!
 Sono ritornata a Roma, nel collegio paraponsi-ponsi. Sono ricominciate le attività, i corsi di economia del sabato pomeriggio, le rotture di scatole, i pranzi improvvisati con commensali inaspettati e discorsi inverosimili. è l'ultimo anno che assisterò allo svolgersi di certe dinamiche e meccanismi, mi sento come uno scienziato che osserva da dietro un muro di vetro. è una sensazione strana, non foss'altro perchè il metodo scientifico poco di presta alla quotidianità dei miei divagare. Ma ho come l'impressione sotto pelle che qualcosa mi mancherà l'anno prossimo. Il "cosa" è ancora da definire.
 Contemporaneamente ho due delle mie tre sorelle fisse qui a Capital city, una in veste di stagista, l'altra di fresca studentessa universitaria. Due delle mie migliori amiche sono andate a vivere insieme nel loro appartamento al settimo piano, sopra una stazione dei treni. Duci vive ad un tiro di schioppo da me, in una casetta con un patio in cotto e i fiori, nei pressi di una spiaggia dalla sabbia nera di origini vulcaniche, un'oasi faunistica con una barriera corallina in formazione. Anche se è un ingegnere a tutti gli effetti ormai e vorrebbe farmi credere che non c'è niente di favoloso nella sua faunistica vita da pendolare, vi assicuro che la quotidianità della sua vita cammina su passi di poeta. Già il solo fatto che la sua facoltà si affaccia sul Colosseo mi sembra una vita degna di essere vissuta ogni mattina (la realtà dei fatti è che lo sa anche lui, ma oggi è troppo scazzato e stanco anche solo per pensare di ammetterlo.)
Quest'anno non ho paura di sentirmi sola, mi sembra di avere una casa o un posto dove sedermi e rilassarmi in diversi angoli di questa città. Conosco le strade, i posti dove mangiare bene, dove andare a passeggiare e riempirsi gli occhi di bellezza.
Anche se ho ripreso a dare esami in italiano e a seguire corsi in italiano, credo che sia una vita degna di essere vissuta anche questa.
Guardo a quello che mi ha lasciato l'anno precedente, penso alla maturità che mi ha fatto raggiungere, al mio modo a tratti preciso a tratti sconclusionato di guardare alla vita. Ho riportato la luce nella mia vita.
Ho fatto scorta di nuove esperienze, non ho più paura di nulla.
Anche questo, sì, è logico.
 A dover descrivere la mia vita in questo momento, anche se presenta una quotidianità comune a quella di molte persone, l'aggettivo giusto sarebbe brillante, perchè adoro riflettere la luce.

 Luccicantemente vostra

martedì 8 luglio 2014

ciao!

Sapevo che sarebbe arrivato questo post. Ogni cosa ha un principio ed una fine.
L'otto di settembre scrissi il mio primo post dall'appartamento spagnolo; oggi, otto luglio, scrivo l'ultimo.
Sono ritornata in Italia da quasi due settimane ed ho avuto bisogno di qualche giorno per metabolizzare la conclusione di questo capitolo.
La mia despedida è stata come la immaginavo: strana. In tutta la Spagna l'arrivo dell'estate è segnato dalla vigilia di San Giovanni, il 23 giugno, notte in cui le coste spagnole e portoghesi si riempiono di migliaia di falò, per fare luce all'arrivo della stagione più bella. A mezzanotte la tradizione vuole che bisogna saltare sette onde ed esprimere un desiderio. è stato magico. Resterà per sempre con me il ricordo di questo mare color pece, la spiaggia illuminata a sprazzi, la sabbia morbida e bagnata a contatto con la pelle,quei sette saltelli, un desiderio tanto semplice eppure così importante che si realizza ogni giorno che passa.
E poi trascorrere l'ultima sera intorno al tavolo del mio soggiorno, che di feste e gente ne ha viste parecchie nel corso di questi dieci mesi, preparare due spaghi aglio olio e peperoncino per le mie due amiche italiane, la riccia e la mora, a mangiare gelato, pan di stelle e ogni tipo di schifezza avessi a disposizione nella mia dispensa ormai vuota. Il bello di partire insieme è il ritornare insieme: non un "arrivederci!", ma un "ci vediamo a Roma!". E ci aspettiamo tutti e cinque lì, i ragazzi di Valencia, a continuare a darci sostegno anche se ora i professori parlano italiano e i campi d'agrumi hanno lasciato il posto al GRA.
Il viaggio di ritorno invece è stato a mia immagine e somiglianza: assurdo. Avevo un borsone grande (e pesante) quanto un cadavere, senza rotelle che ho trascinato in giro fra due Stati, ma che, nonostante le barriere architettoniche, pesava i chili giusti per essere imbarcato. Il vero problema è stato il bagaglio a mano. 8 kg in più di quelli consentiti. E cosa si fa in questi casi?
-si butta quel che si può nel cestino dl bagno;
-si mendica ai passeggeri del tuo stesso volo di infilare nei loro zaini pugni di abiti alla rinfusa.
-si indossa tutto ciò che è presente in valigia. Uscita dal bagno avevo addosso 3 vestiti, 4 reggiseni, 2 maglie, un maglioncino e un paio di pantaloni. Però a Roma c'eri tu ad aspettarmi, che mi hai detto "ma quanto sei bella" anche se avevo capelli per aria ed ero sudata, che mi hai aiutato a caricare il cada...ehm il borsone in macchina, che per tornare in Calabria mi hai prestato il tuo super valigione con le rotelle girevoli. Hai fatto tante piccole cose ordinarie che messe insieme sono la somma del tuo amore quotidiano per me. Non fai mai nulla di straordinario, ogni giorno fai quelle azioni ordinarie costanti che sono una carezza del tuo amore su di me. è questa quotidianità che mi è mancata per dieci mesi.
E infine sono tornata in Calabria. E anche se ancora non ho disfatto tutte le valigie, ho la giusta lucidità per fare qualche resoconto. Ripercorro con la mente questo anno e penso ai molteplici segni della fortuna che ho raccolto: in ogni posto da cui sono partita e nel quale sono approdata ho sempre trovato persone pronte ad aspettarmi, ognuna con un odore diverso; c'era chi aveva il profumo delle radici, chi delle cose care, chi della novità. Ho contato tutte le gocce di sudore prodotte dallo sforzo e ne ho fatto tesoro, per ricordarmi in futuro che io sono capace di saper uscire da ogni situazione difficile. Son tornata e ho visto che il mio cuore è rimasto aperto: troppe esperienze depositate, paesaggi raccolti per strada, storie, riflessioni. Il cuore non va chiuso mai, va lasciato sempre aperto per raccogliere l'essenza delle cose.
 E poi sono tornata a casa, sono andata al mare ed ho pensato che di acque e spiagge diverse ne ho viste tantissime, ma nessuna avrà mai lo stesso sapore di questa conca d'acqua che mi ha generato e mi aspetta ogni estate. Per un anno sono andata alla ricerca di un posto da chiamare casa. Son tornata ed ho scoperto che casa per me è e sarà sempre qui, in questo spazio profondo e blu.
 Grazie a tutti e a tutte le cose.

domenica 15 giugno 2014

Sciolgo le trecce ai cavalli

Oggi è una splendida domenica pomeriggio.
Il caldo si è placato grazie ad un adorabile venticello fresco che rallegra la città (forse anche troppo, visto che oggi mi ha fatto fare la figura di Marilyn Monroe per strada...), le rondini svolazzano nel cielo, per vedere il tramonto bisogna aspettare le dieci di sera e sono iniziati i mondiali.
Ma la cosa più bella di tutte è che io ho finito la sessione.
 Un giorno memorabile, che non si ripeterà mai più nella mia storia di studentessa universitaria: il 12 giugno, intorno alle ore 11 del mattino ho messo un bel cartello "chiuso per ferie" nel mio cervello.
E attualmente conduco la vita del pensionato: mi sveglio, vago per casa e per i giardini della città con le braccia incrociate dietro la schiena, mi spiaggio come una balena fra divano e letto leggendo qualcosa, do un senso alla mia esistenza guardando Boris, Gomorra e tutto quello che mi capita sotto mano.
L'ultimo esame che ho dato era quello che mi impensieriva di più: diritto internazionale, esame orale (l'unico esame orale che ho sostenuto durante l'anno, e vi assicuro che non è una cosa così semplice mettersi a parlare per venti minuti in linguaggio tecnico in un altro idioma), professoressa niente affatto tranquilla, ma anzi parecchio tosta e cazzuta.
Ma il vero spauracchio dell'esame erano le domande: non il classico esame all'italiana,con due assistenti occhialuti che ti fanno le domande che girano loro per la testa. La professoressa aveva diviso il programma in due blocchi e a scegliere la domanda eri tu, ignaro studente, che riponendo tutta la fortuna nelle tue mani dovevi pescare la domanda. Devo ammettere che in quanto a fortuna in genere non sono affatto il cugino Gastone, ma questa volta mi è andata discretamente: due domande su cui mi sentivo molto carica. Ed è andata bene!
 Ciò vuol dire che posso godermi tranquillamente i mondiali, posso aspettare di vedere l'Italia giocare a mezzanotte e passare il giovedì sera a guardare la partita d'apertura mentre sciolgo le treccine della mia coinquilina (da qui il nome del post. Non potevo assolutamente immaginare che fosse un compito così difficile, specialmente se la tua coinquilina ha i capelli stile afro).
E vi posso dire anche che vedere giocare la propria nazionale in un altro paese è davvero una bella emozione: io la Cami e la Vero vestite con i colori della nostra bandiera, in un bar pieno di italiani, a cantare a squarcia gola l'inno sperando di non commuoversi troppo.
 Momenti patriottici a parte vorrei dire giusto due cose:
1) Gli italiani sono sempre italiani. Fanno un casino pazzesco, pretendono di parlare con il cameriere non in inglese, ma in un italiano dal forte accento del nord,si stupiscono se non vengono compresi, tirano giù tutto il calendario di frate Indovino quando Pirlo si becca la traversa o quando inquadrano il povero Paletta.
2) gli spagnoli; strana razza. è inutile descrivervi a parole l'angoscia e il disagio provato per la tuonante sconfitta delle Furie Rosse contro gli Orange, però, dal momento che loro sono un popolo terribilmente orgoglioso, quasi più degli italiani, la loro filosofia è "se perdiamo noi devono perdere tutti". E infatti gli spagnoli presenti ieri nel bar gufavano Italia e tifavano senza entusiasmo l'Inghilterra. Fatevi due domande però: tifate Spagna e si perde, tifate Inghilterra e si perde, ma non è che forse a portare sfiga sono proprio gli spagnoli???????
Nel dubbio: Queen Elisabeth: TOMAAAAAAA!!! :)
 

martedì 3 giugno 2014

che vita di melma!

Mi dicono che in Italia vada molto di moda una canzoncina super orecchiabile e dal video ipercolorato: Levante e la sua "Alfonso" da settimane canticchia alle mie orecchie grazie al mio i-pod aranciato. Non solo io adoro la voce di questa ragazza bruna, ma trovo che rispecchi benissimo la mia situazione attuale per due elementi presenti nel ritornello:
1) Alfonso: il nome del mio professore spagnolo di diritto canonico. Una persona molto cordiale con infinita passione nella sua materia. E avrei voluto incontrarti in un'altra vita o in altro erasmus, magari non nello stesso semestre in cui mi dimeno fra diritto romano e diritto internazionale. Sicuramente ti avrei studiato di più, e invece le cose sono andate diversamente, e quindi mio caro Alfonso dovrò studiare la tua materia in un paio di pomeriggi per cercare di fare una figura non dico gentile, ma almeno decente venerdì, giorno dell'esame.
2) l'elemento "che vita di meeeeeeerdaaaaaa": sto sotto esame ragà! Fa tanto cado e respiro l'estate dalle finestre spalancate del mio appartamento. La vita in sessione d'esame, che la si faccia in Italia o all'estero resta pur sempre una vita di melma, in qualsiasi stagione dell'anno.
La citazione usata nel titolo del post è tratta da una splendida canzone di Claudio Bisio, tal "Guglielma (che vita di melma), anche questa perfetta per il periodo, perchè ascoltare il cd di Bisio "Patè d'animo" insieme ad Elio e le storie tese mentre leggo in pausa "Bar sport" di Benni mi manda in visibilio.
Per il resto qui è giugno, immagino sia giugno anche in Italia, e immagino che sia un periodo di melma per tutti gli studenti universitari. Io ho cominciato stamattina ed è stato uno shock: esame alle 9:30, sveglia dalle 7, io e il sole ci siamo alzati dai nostri rispettivi letti contemporaneamente e devo dire che avevamo due facce sbattute che manco ve le racconto.  Però forza e coraggio, almeno il primo è stato fatto e speriamo sia andato bene, giovedì prossimo chiudiamo la sessione estiva in Spagna.
E se è arrivato il tempo in cui finisce anche la seconda sessione d'esame il messaggio che si porta dietro questa data è solo uno: è tempo di tornare.
Mi sento molto strana a riguardo. Non riesco ancora a sentirmi triste, mi sento però confusa riguardo al ritorno, indecisa, nostalgica per quello che fra poco lascerò e quello che mi sono lasciata dietro e che andrò a riabbracciare a breve. Però anche felice. Ho tanti sorrisi in Italia che mi aspettano, persone curiose che mi diranno "Allora? Quest'anno fuori?", i sapori di casa, il suono delle parole a me care per casa e per le strade.
Ho cominciato a fare già i miei bagagli mentali, quelli che non occupano spazio nella stiva di un aereo nè danno problemi al ceck-in di Ryanair. Metto tante parole dal suono bellissimo in queste mie valigie: playa, emborracharse, abuela, te deseo lo mejor, te espero pronto, sobremesa.
Nei miei bagagli ho già riposto con cura le nuove lenti con cui ho guardato il mondo durante questo anno. E per il momento lascio tutto mezzo pronto mezzo sfatto, voglio ultimare il tutto poco prima di partire.

domenica 18 maggio 2014

maggio: studente fatti coraggio

Maggio secondo me è uno dei mesi più belli dell'anno. C'è solo un piccolo dettaglio che rovina la perfezione di questo mese: la sessione estiva imminente!
Se fossi stata in Italia sarei già entrata in clima da sessione già da molto tempo visto che nella prima quindicina del mese partono già gli esami, ma uno degli ultimi regali che l'erasmus mi ha concesso è stato avere la sessione nel solo mese di giugno. Questo vuol dire che dal 3 al 12 giugno dovrò sostenere a botta tre esami. Sarebbe stato un regalo più gradito non dover sostenere affatto esami, ma tant'è, dicono che ci mandano in giro per le università d'Europa proprio per questo, quindi tocca adeguarsi.
Non sono per nulla agitata, e forse agitarmi un po' mi farebbe anche benino, perchè questo sole semi caldo mi fa venire troppo sonno e al dolce dormire non riesco proprio a dire di no.
Così come non riesco a dire di no ad un sacco di altre cose.
Come per esempio all'apertura estiva di una mega discoteca al porto. Posto fighissimo, con musica all'aperto e super terrazzo con vista spettacolare sul mare. Ammetto che la musica lasciava un po' a desiderare, un mix di canzoni famosissime vecchie e seminuove ripetute più di una volta, però devo dire che ballare mentre ti arriva sul viso l'odore del mare è decisamente suggestivo. Sono andata a ballare insieme alle mie coinquiline, perchè sì, da marzo il numero di coinquiline si è moltiplicato. Il fantastico piso della puerta 14 vanta una rappresentazione globale di tutto rispetto con:
-una coinquilina messicana;
-una coinquilina svedese ma di origini somale;
-una coinquilina olandese ma originaria di Curaçao, isola del mar dei Caraibi (invidia profonda!)
A parte il continente asiatico quindi tutto il globo terracqueo è degnamente rappresentato. E vi assicuro che andare a ballare con loro è assolutamente uno spasso. Ritornate a casa alle cinque avrei tanto voluto aspettare l'alba, se non fosse che a Valencia albeggia intorno alle 7:30 del mattino. Insomma, vedo già l'alba tutti i giorni quando strangolo la sveglia che cerca di buttarmi giù dal letto, volevo fare qualcosa di meno scontato del solito, e così è stato. La scena è stata la seguente: io che esco dal letto alle 12:45, io che mi butto sotto la doccia, io che faccio colazione con un piatto di fusilli alla sorrentina e aspetto che il tutto si cuocia mentre sorseggio un rum e cola da me preparato.
Poi faccio giri, mi innamoro di tutte le scarpe che vedo (ora sono in fissa per le scarpe rosse più belle di sempre viste da Zara), tergiverso sulle cose importanti da fare o da scegliere. Come se chiedere la proroga dell'erasmus per almeno un altro mese. E dovrei sbrigarmi a fare domande, impicci burocratici e tutto il resto. Però vi giuro, al solo pensiero di dover rifare il trasloco impazzisco. Mi guardo in giro ogni mattina e domando a me stessa in quale buco nero infilerò tutta questa roba. Vorrei tanto essere minimalista,ma non capisco perchè mi debba sempre circondare di cose, per sentire la stanza più stretta, per sentirmi più avvolta e protetta. E poi mi ritrovo a dover ridurre in 20 kg  dieci mesi.
Ma lasciando perdere i problemi di trasloco, voglio rendervi partecipi dell'ultima esperienza sperimentata.
Per chi non lo sapesse ieri era il giorno del world Instameet, ovvero giorno di incontri e iniziative organizzate dalle comunità instagram nelle varie città del mondo. E io ovviamente non ho saputo dire di no all'invito offerto dalla comunità di Valencia. Giro in bus turistico per la città (avete presente quei bus a due piani con il tetto scoperchiato?? Queeeeeeello!!! *.*), sessione di foto al porto, birra gratis nella terrazza de Las Animas da cui vedere il tramonto del sole. In palio anche un sacco di premi per le foto più belle, premi non ancora assegnati per la maggior parte, tranne 3 casse di birra da 24 lattine per 3 fortunati partecipanti. Una delle casse è stata vinta da una ragazza con cui ho fatto amicizia, venuta all'Instameet con il fidanzato. Non esistono parole umane per descrivere l'incontenibile gioia del ragazzo nel poter stringere fra le sue mani tutta quella birra.
Anche questo è amore! :)
 

sabato 3 maggio 2014

per la stessa ragione del viaggio viaggiare...

Di ritorno!
Dopo quasi nove mesi di erasmus mi sono concessa finalmente un viaggio on the road da vivermi in tranquillità prima di buttarmi a capofitto nelle mie solite sessioni d'esami che coinvolgono Spagna e Italia. Zaino e Duci in spalla mi sono incamminata verso l'Andalucia. Già solo il viaggio verso Siviglia, prima tappa del nostro viaggio, è stata un'avventura: causa un mio erroneo calcolo nei tempi d'attesa fra un aereo e l'altro mi sono trovata a prendere di corsa a Ciampino l'aereo diretto a Siviglia dopo esser scesa da neppure 15 minuti dal volo che da Bari mi aveva portato lì. Sveglia dalle 4 del mattino (perchè rispetto alla mia adorata Rossangeles non è che Bari sia proprio a due passi) il volo da Bari parte, grazie al cielo, in orario, arrivo a Ciampino alle 09:05. Se vi viene in mente di usare Ciampino come scalo fra due voli sappiate che il secondo aeroporto di Roma NON HA l'area di scalo. Quindi abbiate l'accortezza di darvi uno stacco di almeno un'ora fra l'arrivo di un volo e l'apertura del gate dell'altro, perchè altrimenti farete la mia fine e, a 10 minuti dall'orario di chiusura del gate, vi troverete ai controlli ad elemosinare alla gente di farvi passare perchè il vostro aereo è già pronto a partire, e glielo direte in tutte le lingue conosciute.
Cosa dirvi di Siviglia? è splendida, ruba il cuore, ti emoziona, questo è stato l'effetto che mi ha creato. Uno stile personalissimo, lontano dalle arie sofisticate di altre città spagnole doc, non completamente araba come altre città del sud della Spagna. Ha una signorilità tutta sua, con le sue case di un bianco splendente macchiate ad ogni angolo da grappoli di fiori che colano via dai muri esterni delle case, dalle finestre, dai balconi. Le donne portano rose rosse come sangue fra i capelli intrecciati, gli occhi ben marcati dal trucco, ogni loro passo è un gesto di flamenco. è moderna e antica allo stesso tempo: ti affacci dalla Giralda, la torre più alta della città, e puoi osservare il bianco delle case imbrunirsi con il colore sanguigno del sole che tramonta oltre il quartiere di Triana e il suo fiume, fai due passi fino a Plaza mayor e a dominarla ci pensa la "setas", l'enorme "fungo" che svetta modernissimo all'inizio del quartiere della Macarena.
Abbiamo attraversato l'Andalucia per arrivare a Granada, una città completamente diversa non solo da Siviglia, ma da tutto ciò che avevo visto prima in questo paese. La reconquista spagnola sembra non sia mai passata da qui, e Granada continua a rimanere famosa per essere uno degli ultimi fortini arabi in Europa. Le geometrie di alcuni angoli più antichi della città, il forte odore di spezie nei vicoli, lo scorrere continuo dell'acqua nelle fontanelle che si incontrano ad ogni angolo, la vendita di thè dai sapori fruttati e i bazar con la mano di Fatima all'entrata, questa è Granada. Divisa fra due colli, su uno svetta l'Alhambra, dorata nel resto del giorno, aspra e rossiccia a contatto con il sole durante il tramonto, sull'altro il quartiere dell'Albayzin, speculare rispetto al colle dell'Alhambra, dove si trova uno dei punti panoramici più spettacolari del mondo: non si può passare da Granada senza sospirare dal belvedere San Nicolas. E l'Alhambra: vale la pena le lunghe ore di fila e l'essere molestati durante la visita dalle macchinette fotografiche dei giapponesi, ma è un posto che raccoglie tutti i profumi che Allah ha creato per questa Terra.
E durante il viaggio di ritorno verso Valencia, con il Duci che dormiva placido sulla mia spalla, osservavo l'entroterra di questo paese, così arido, dove pareva che nessun uomo mettesse piede lì da secoli, dove quella lunga linea ingrigita chiamata strada sembrava fosse stata lasciata lì per caso. Mi chiedevo se la Spagna fosse una terra dalle spettacolari contraddizioni e differenze per sua natura, oppure se fossero i miei occhi di viaggiatrice a vederla così. Mi chiedo quanto i miei occhi affamati di bellezze da vedere abbiano colorato il naturale splendore dei posti che ho visto. Un viaggio che mi è rimasto nel cuore, forse perchè è il primo che ho completamente organizzato e gestito da sola, che ho vissuto toccando con mani avide tutto quello che mi veniva incontro.
Questo viaggio ha inaugurato un ciclo che spero possa avere ancora molti capitoli da aggiungere, il ciclo dei "viaggi da grande", con i soldi messi da parte e i voli prenotati in offerta, con i localini scoperti per caso e gli ostelli che di confortevole avevano poco.
ed è stato anche il primo vero viaggio con il Duci, non la solita fuga nel posto più vicino per non impazzire fra un esame e l'altro, ma un viaggio che abbiamo vissuto tanto fino a stancarci, fino a consumare le suole, fino a riempirci gli occhi.
 La valigia si è colmata fino a scoppiare, e l'ho svuotata solo adesso, qui davanti a voi.

martedì 22 aprile 2014

feliz Pascua!

Auguri che arrivano in ritardissimo, ma vi assicuro che avevo davvero bisogno di riprendermi da questa Pasqua di bagordi alimentari e viaggi aerei più vicini ad un giro perpetuo sulle montagne russe che ad un confortevole viaggio dentro l'aerea Shengel.
Avete pregato? Avete dormito? Avete mangiato? E mangiato? E ancora mangiato?
Io ho fatto un sacco di cose in questa settimana: mi sono dedicata a dei simpatici test di mezzo semestre, simulato un giudizio presso il tribunale internazionale dei diritti dell'uomo, preso il sole (obbiettivo di metà maggio: essere abbronzata come se fosse luglio (un luglio senza esami fino al 31, ovvio)), sono tornata in Italia, dove ho trovato ben 25 gradi di differenza rispetto alla mia assolatissima Spagna.
E mi sono resa conto di una cosa: che all'incirca fra due mesi, giorno più, giorno meno, arriva il momento di mettere un punto, almeno grafico, a questa esperienza.
E ho cominciato a farmi una domanda, importantissima e dalla difficile risposta, pari solo alla domanda "cosa si fa quest'anno a pasquetta?": cosa ti lascerà l'erasmus?
"Ma l'erasmus ancora non è finito tonta!" tuonò la Cami qualche giorno fa, quando le feci questa domanda. Hai ragione Cami, non siamo ancora alla fine, però ormai dovresti aver capito come sono fatta: sono l'ingresso per un cinema che trasmette solo luuuuunghe seghe mentali. Sono un'elucubrazione mentale che respira (e mangia).
Credetemi, ho ancora un fottio di cose da fare, e da capire, e da vivere, e su cui piangerci su, vuoi per dispiacere, vuoi per commozione. Però la chiave di questa esperienza la porto al collo: una nuova visione della vita. E delle persone.
Se devo rappresentarmi tramite un'immagine la mia vita, oggi la vedo come una brezza di mare. Invisibile, salata, che graffia gli occhi, accarezza capelli, gioca con i bordi delle gonne. Che fa arrabbiare alcuni, che diverte gli altri. La brezza di mare non piace a tutti. E alla fine poco gliene importa di piacere a tutti, lei intanto c'è, e riesce a muovere il mare, che poi il resto del mondo si adatti.
E poi ho riflettuto sulle persone. Credevo che per alcuni  sarei riuscita a provare un risentimento eterno. Poi ci ho riflettuto, e mi sono chiesta cosa farei se qualcuno di questi, uno in particolare, mi incontrasse per strada e mi chiedesse come sto. Credo che gli risponderei, senza lanciargli frecciatine o mostrargli quando sia "favolosa" la mia vita. Sarei sincera. Non mi confiderei con lui come se fosse il mio migliore amico, ma starei lì, forse anche a dirgli che il cercare di rendere compatibili due parti di noi in completa antitesi non ci portava a star bene.
Le persone non vanno cambiate, bisogna provare profondo rispetto per le loro diversità. E con lo stesso rispetto dobbiamo chiederci se una convivenza con ogni sfera del loro essere è possibile.
Altrimenti,senza drammi, la si lascia andar via. E forse poteva essere una grande amicizia, o forse per un certo periodo ci abbiamo creduto, è stato davvero così.
Ci sono tanti rapporti chiusi dentro le gabbie dei nostri "riuscirò a cambiarlo" o "ti renderò diverso".
Apriamole. Lasciamoli uscire via.
Ho rinunciato ad amicizie formali tanto tempo fa, quando facevo i regali per Natale aspettandomi di riceverne altri in cambio. E non sono il tipo di persona che riesce a provare rancore per sempre, che è capace di creare piramidi di imputazioni a carico degli altri.
Ho temuto per tanto tempo di scendere in campo e dovermi battere con i rancori che alcuni mi avrebbero sbattuto in faccia il prima possibile.
Adesso faccio come la brezza: continuo a ballare insieme ai granelli di sabbia e non mi faccio fermare. La mia vittoria è arrivata ed è questa.

venerdì 11 aprile 2014

ti è mai successo...

Fino a due minuti fa, si abbatteva sulla città un temporale furioso, e fra una nuvola di piombo e l'altra spuntava un raggio di sole di un accecante color metallo.
Il bronzo del sole adesso si è preso il suo posto fra le nuvole, adesso regna lui.
Attualmente sono colta da sordità improvvisa da un orecchio.
Cerco di far sopravvivere la mia pianta di margherite, MisterObama, anche se continuo a rivelarmi un'ottima pollice-bleah e di sopravvivere a mia volta fra un test e l'altro prima di Pasqua.
Allo stesso tempo cerco di mantenere in vita le mie buone conoscenze di italiano, perchè scrivere in spagnolo mi sta prendendo così tanto la mano che ho molta difficoltà a scrivere la c e la q, così come ho problemi con il gruppo consonantico gn- e gl-.
Ed è cominciato un altro conto alla rovescia: quanti mesi mancano prima che tutto questo finisca, accompagnata dalla costante domanda "dopo cosa trovo".
La domanda è ancora priva di risposta, mi piacerebbe sentire le vostre risposte, le risposte di chi mi conosceva prima di partire, chi mi ha conosciuto direttamente qui, di chi non mi ha mai visto, ma ha imparato a conoscermi tramite ciò che scrivo.
Intanto però una risposta alla domanda che ha mosso tutto, sin dalle origini di questa esperienza, è arrivata:
nella patria della paella ho imparato a cucinarla.
Cucinarla è una parola troppo importante per me, che a mala pena possiedo l'abc della cucina commestibile, però la settimana scorsa con i miei immancabili amici di scorribande italiani ho appreso l'arte della paella.
Il maestro paellero è Gianlu, che ha appreso il mestiere da un suo ex coinquilino, definito un cuoco de puta madre (non è necessario tradurre, si capisce da sè vero?)
Intanto parto con il dirvi una cosa: volete fare la paella? dovete avere gli strumenti. Se non avete el paellero, ovvero la particolare padella larga e bassa con i due manici non andate da nessuna parte, fate il risotto alla milanese semmai, ma non chiamatela paella. Tutto parte da lì.
La ricetta che abbiamo fatto noi è quella della paella valenciana, ovvero quella con carne di coniglio e pollo. Tutto il mondo crede che la vera paella è quella con il pesce, taaaaaac! Errore! La ricetta originaria è con la carne, fermo restando che anche quella di pesce ha un suo perchè e io la preferisco. Oddio, diciamo una cosa: io non mangio il riso. Oh, non mi piace. Che ne so, sarà la sua consistenza in chicchetti, il suo essere molliccio, non lo so, sta di fatto che non lo mangiai neppure in Cina, quando te lo propinavano ovunque insieme ad ogni tipo di pasto. Però l'altra sera avevo così fame che credo di aver mangiato tutto il riso che non ho mai voluto ingurgitare in 22 anni di vita. Sarà stata la crosticina che si era creata sopra, il pollo cotto al punto giusto. Era proprio bona.
Insomma, prendete sto paellero, soffriggete agli e cipolla (questo vi fa capire che o la mangiate insieme alla vostra dolce metà, in modo da annullare reciprocamente l'alito cattivo oppure evitate di incontrare L'uomo dei vostri sogni proprio quella sera), aggiungete peperoni verdi, rossi, pomodorini, e la carne di pollo e coniglio. Fate cuocere. Fate cuocere tutto. Fate cuocere tutto in un tempo che vi sembrerà infinito e voi avrete una fame che comincerete a mangiare i mestoli in legno.
 Finalmente, quando la carne sarà abbastanza rosolata, aggiungete il riso. Booooom, a bomba ce lo buttate così, e se volete evitare che diventi un piatto a base di riso soffiato e coniglio (insomma, un Nesquick in chiave splatter con tanto di coniglio morto nel sartén) abbondate con il brodo vegetale che sapientemente avevate già preparato in precedenza (noi siamo persone sveglie, al Mercadona lo vendono nel tetrapack come se fosse latte). Ci aggiungete tutte le spezie giallo-ocra-rosse che il suq di Marrakech vi può offrire (principalmente zafferano, peperoncino e paprika, ma se trovate altro ben venga) e aspettate che il brodo vegetale si asciughi.
Chiudete il fornello.
Fate riposare per dieci minuti
Mangiatevela (e ricordatevi di metterci il sale durante la cottura, che noi ce ne siamo proprio scordati).
La ricetta ve l'avevo promessa e, alla fine, ho portato a termine il mio compito.
Però ho fatto un sacco di cose strane in questi giorni.
Mi sono trovata nel bel mezzo di una lotta di cuscini in piazza, e sono ritornata a casa senza ematomi evidenti. Ho comprato un aquilone e sono andata al parco a farlo volare. Mi preparo per fare il mio primo bagno al mare, perchè la stagione lo permette. Mi sono munita di bolle di sapone che voglio far danzare in aria quanto prima.
La domanda dei Negramaro  resta: ti è mai successo? No. Non di fare tante cose strane e sensate insieme, non passata la maggiore età almeno. Più o meno.
E allora cosa è cambiato qui? Io.
E la nuova concezione che ho della mia vita.

lunedì 31 marzo 2014

agua de março

Tom Jobim e Elis Regina cantano una delle canzoni del genere bossa nova fra le più famose al mondo, e,  per il ritmo che ha la musica, mentre la ascolti, non riesci ad immaginare un lingua migliore del portoghese per interpretarla e darle voce di parole.
 Vi consiglio di ascoltare agua de março mentre leggete questo post, vi accorgerete che le orecchie vi si approcceranno come se stessero ascoltando il picchiettare delle gocce di pioggia sui vetri della vostra finestra nella prima settimana di primavera, quando la terra si ricarica di colori e profumi per accogliere le stagioni più calde dell'anno. In realtà quando si parla di "acqua di marzo" nella canzone si fa riferimento alle piogge che, in Brasile, annunciano la fine dell'estate; credo che la pioggia sia una bella metafora per pensare ai momenti di passaggio della vita, quando la terra fertile della nostra pelle si prepara ad un nuovo cambiamento, che sia neve bianca o giardini di erba verde.
 Questa settimana a Roma ha piovuto un bel po', perchè una città così bella ha bisogno di purificarsi a lungo prima di splendere sotto le luci calde della nuova stagione. E io ero lì, ad osservare il suo rito di purificazione e il mio, ho aspettato che spiovesse prima di esporre la mia pelle ai raggi del sole nuovo.
 Sono tornata in Italia ed è stata una delle settimana più emozionanti di questo nuovo anno: sono tornata per la laurea del Duci.
  Dottore ingegnere eh, mica pane e bruscoletti.
Ci siamo conosciuti quando le nostre esperienze universitarie erano appena iniziate, quando ancora indossavamo gli occhiali e i jeans che usavamo alle superiori, quando i ricordi della maturità erano ancora freschi, così come la cera sulle nostre candeline di diciott'anni. Un legame alchemico che si è saldato all'incontro dei nostri primi sguardi in collegio, che non ci ha permesso più di separarci l'uno dall'altra, che non ci ha dato il tempo di pensare se era cosa buona metterci insieme, solo il tempo ci ha dato ragione di questa decisione da matti.
 E non ci siamo abbandonati mai, ci siamo sempre stretti fisicamente e metaforicamente le mani, quando l'università diventava sempre più difficile, quando ci raccontavamo dei problemi in famiglia, degli screzi con gli amici, del pranzo bruciato e dei lavaggi in lavatrice sbagliati.
Ti ho accompagnato fino alla fine di questo percorso, e se Dio lo vorrà sono pronta a continuare ad accompagnarti alla fine di ogni percorso e iniziarne con te tanti altri, sapendo che farai lo stesso con me.
Le cose facili non ci sono mai piaciute nè tanto meno ne siamo mai andati alla ricerca, le piogge, i fiocchi di neve caduti sul nostro cammino, le folate di vento e i momenti di sole allo zenit ci hanno sempre trovati abbracciati.
 E spero tanto che il tempo per continuare a restare abbracciati non finisca mai.
Grazie per avermi fatto emozionare come solo tu sai fare, continuerò a stringerti le mani anche adesso che sono ritornata a Valencia, dove mi ha accolto una leggera pioggerella che oggi si è trasformata in un sole furioso, continuerò a guardare con meraviglia tutto quello che mi circonda, immaginando che per mezzo dei miei occhi ben aperti anche tu possa vedere e stupirti per tutto quello che vedo, anche se sono a tanti chilometri da te. Respiro a fondo questo odore di fiori d'arancio che si respira per le strade e che trasforma tutto quello che sta intorno in un paradiso, aspettandomi che possa sentirlo anche tu.
E nel fine settimana porterò il mio aquilone al mare e lo farò volare, sono sicura che così i miei pensieri arriveranno più veloci da te. E anche il tempo passerà più velocemente, così che possa rivederti presto.
"è flauto, tuffo dalla sponda del fiume, è il profondo mistero, è il volere o non volere, è il vento che soffia, è la fine della discesa, è la trave, è il vuoto, è la festa del tetto, è la pioggia che cade, è l'incontro con il ruscello delle piogge di marzo, è la fine della fatica."

giovedì 20 marzo 2014

Valencia en fallas

Perchè Valencia, per la sua festa più importante ha proprio un inno tutto suo!
E, a furia di sentirlo a fine mascletà e in giro per le strade dagli altoparlanti finisci per impararlo a memoria, almeno il ritornello!
Che dire?
Spettacolare, Magnificente, Assurda, Pazza.
Però ti resta nel cuore. Non lo so, è un qualcosa che a parole è difficile da raccontare, perchè è una festa così ricca che alla fine sicuro ti perdi qualche pezzo.Voglio provarci ugualmente.
Da cosa comincio? Partiamo dai numeri di questa festa: circa 400 fallas dislocate per tutta la città, all'incirca un milione di persone (numeri ufficiali) in giro per la città, 19 giorni di festa matta, 1.600.000 lampadine nel solo quartiere di Ruzafa.
Botti ad ogni ora, intervalli di pochi secondi fra di loro. Odore di polvere da sparo. Tanto colore. E tutti quei fiori in plaza Virgen.
Ho visto tante cose, ho camminato chilometri, ogni sera andavo a dormire sempre più tardi e non mi saziavo mai gli occhi di cose e storie nuove.
Ogni giorno alle due del pomeriggio la mascletà. quegli spari in pieno petto, la polvere che si impasta nelle narici, quel rumore che diventa sempre più forte ad ogni secondo che ci si avvicina sempre di più alla fine, una danza folle, un rito tribale, e quella voglia di urlare quando tutto sta per finire, perchè quel rumore ti batte nel cuore e ti senti impazzire.
Le luci di Ruzafa, una cattedrale di colori che guardavo a bocca aperta mentre camminavo estasiata, senza curarmi della gente che mi spintonava e del rumore, delle chiacchiere e della musica a tutto volume.
L'offrenda dei fiori alla Virgen de lo desamparados. Un riproduzione della virgen alta quasi venti metri completamente ricoperta dei fiori offerti dalle donne di Valencia, vestite con i loro abiti tradizionali, spilloni d'oro nei capelli e gonne di broccato con fiori che non avvizziscono con il passare degli anni, come non avvizzisce il senso di festa nello spirito dei valenciani. Quelle lacrime quando sfilavano davanti alla Madonna.
E ieri sera l'atto finale: la cremà di tutte le fallas. Burn them all.
La parte più bella, l'atto finale della festa. brucia tutto,non si risparmia niente, i polmoni si riempiono di cenere e polvere e colori e pensieri.
Ieri sera ho capito il senso della festa. Ho capito perchè è necessario bruciare tutto. Il fuoco purifica, riduce in cenere i pensieri ingombranti e lascia spazio a nuove cose, nuova vita. Si saluta così a Valencia l'arrivo della primavera, liberandosi della zavorra della stagione fredda, levandosi i cappotti e il torpore della tramontana, ci si mette davanti ad un fuoco ad urlare, a polverizzare un anno di lavoro in meno di un'ora.
Ero lì, davanti ad una falla alta metà palazzo, in mezzo a quelle vie strette e osservavo il fuoco.
Ho bruciato tutto, i vecchi pensieri, i momenti di cattiveria, le amicizie sbagliate, gli incontri che mi hanno causato amarezza, i litigi partiti da un nulla, i tempi morti e le attese infinite, l'ozio tolto per creare qualcosa di costruttivo. Ho lasciato passare tutto dai miei occhi e ho depositato tutto quel vecchiume che rimaneva a prendere polvere dentro la mia testa.
E tutto ha preso fuoco.
è iniziata una nuova primavera anche per me.
Un nuovo inizio.

sabato 8 marzo 2014

Cumpleaños feliz

7 marzo.
Pare che sia una data abbastanza ricorrente nella mia vita, che mi ha sempre portato bene, che ha segnato passaggi importanti, l'inizio di nuove esperienze e un segnale positivo per l'arrivo di altre avventure, altre storie.
è il giorno nel quale sono nata io, un venerdì notte del 1992, per avvisare quanti mi stavano vicino circa la mia capacità innata di rompere In ogni momento della giornata.
7 marzo 1999.
Mi ero appena trasferita con la mia famiglia in una bella casetta con giardino. Ero così contenta di poter festeggiare il compleanno con i miei compagni di classe saltellando nell'erbetta del mio prato, accarezzando i micetti, facendo attenzione a non sgualcire il vestitino comprato dalla mamma. Due settimane prima della fatidica data, io e tutte le mie sorelle ci ammalammo di pertosse. Niente corse in giardino, nè amichetti nè micetti.
Mi rifeci l'anno dopo, quando il mio compleanno capitò di martedì grasso e facemmo una festa in costume a casa: ricordo mascherine di zorro, abiti da principessa Sissi, coriandoli e una torta a forma di maschera. Il mio vestito quell'anno era da ballerina di flamenco. Sapore di Spagna già allora.
Tutti i miei compleanni li ho festeggiati con mia sorella, perchè siamo nate a cinque giorni di distanza. Feste chiassosissime con più di trenta bambini per casa, festoni attaccati alle pareti, il babbo che gonfiava palloncini, mamma che non smetteva di cucinare.
La danza delle feste a classi unite finì quando mia sorella compì 18 anni. La festa fu tanto bella, ma quella che rimase più impressionata di tutti fu mia nonna, che le sembrò strano e allo stesso tempo bellissimo il fatto che fossimo andati al ristorante per festeggiare. Ne parlò per settimane, con quel suo tono di voce che aveva la consistenza dei petali dei fiori, ne parlava con noi come se non ci fossimo stati alla festa e non avessimo potuto vedere quelo di cui lei parlava, o forse non potemmo mai vederlo con i suoi occhi, di una tenerezza che ho sempre immaginato non fosse umana. Le feci promettere che sarebbe venuta anche alla mia festa, che toccava aspettare meno di due anni, che ci saremmo divertite un sacco e che ad aprire le danze saremmo state noi due. Glielo feci promettere più volte. Ridemmo tantissimo sulle poltroncine sistemate fuori in giardino, al sole di marzo che in Calabria in genere comincia già a brunire la pelle.
Alla mia festa dei diciott'anni non c'era e io non ballai, perchè davvero non ne avevo voglia. Così come non avevo voglia di fare la festa in realtà, nè di mangiare dolci o ricevere auguri. Però ho un ricordo bellissimo dell mia ultima sera da minorenne, due amiche pazzissime, da cui mi sono allontanata e avvicinata e poi aggrappata con forza nei momenti più difficili, una torta piccolina ma così bella che non dimenticherò mai più, un paio di scarpe nere altissime appena comprate che facevano un male cane e sostituite con un paio di ciabatte magari più bruttine ma così comode.
L'anno dopo passai la serata vedendo "Ho voglia di te" sottotitolato in inglese, con una sceneggiatura nella lingua di Shakespeare spassosissima e l'arrivo dei Ferrero Rocher allo scoccare della mezzanotte perchè il leitmotiv di quell'anno fra i miei amici era "Ambrogio, ho voglia di qualcosa di buono". Non chiedetemi perchè, onestamente non lo ricordo più nemmeno io, ma se ci penso ancora rido di riflesso. Era già iniziata l'università, avevo finito la mia prima sessione d'esami, non potevo immaginare le migliaia di cose che sarebbero successe fra un 7 marzo e l'altro.
Però ricordo quello dell'anno scorso, perchè non mi ha fatto dimenticare il valore simbolico che ha questa data per me. Il 7 marzo 2013 ci fu la riunione di assegnazione delle borse di studio Erasmus per l'anno accademico 2013/14.
Dissi Valencia.
E a distanza di un anno dico ancora Valencia, che mi ha regalato tanto, che ancora tanti regali mi prospetta, che mi ha consegnato il compleanno più internazionale che potessi immaginare in mezzo ad italiani, messicani, svedesi, scozzesi, ecuadoregni, colombiani e cubani. Che anche quest'anno ha consegnato la sua mole di auguri come mazzi di fiori, alcuni inaspettati, altri originalissimi, altri ancora privati, pieni di affetto.
Non so cosa avrò da raccontare fra 365 giorni, dove mi troverò, se sarà più lunga la lista dei desideri avveratisi o quelli rimasti ancora in sospeso.
Io il mio desiderio, ieri sera, davanti alle mie candeline, l'ho espresso.
E di una cosa ne sono sicura: ogni 7 marzo è sempre un nuovo inizio.

lunedì 24 febbraio 2014

Valencia, novia de la primavera

Valencia, sposa della primavera.
Questa la traduzione di questo verso (ascoltato per altro in valenciano, ora vi spiego perchè) che mi ha così tanto colpito che non posso fare a meno di ripeterlo nella mia mente da ieri senza smettere di pensare che sia assolutamente vero. 
Sono qui da più di sei mesi e avrò visto piovere su questa città non più di dieci volte, è una città che non soffre il mal d'aria, perchè d'aria vive, che non rischierà mai di vedere le vele delle sue navi ferme perchè qui c'è così tanto vento da trasformare in vela anche un foulard. 
E ieri l'ho avvertita tutta la gioia della primavera in un unico, incessante, atteso grido: la festa de las Fallas, la festa più conosciuta di tutta la Spagna, una delle più articolate, lunghe, folli, è iniziata. 
Due notizie al volo: cos'è las Fallas? Cosa si festeggia? Nasce come festa in onore di San Giuseppe (e infatti il vero giorno della festa è il 19 marzo), quando i valenciani, che in quanto a feste tutta la popolazione europea je fa na pista, hanno cominciato ad addobbare le strade della città con questi fantocci in cartapesta. Poi a festa finita si sono fatti due domande e si sono detti: ma mo di nuovo le scale dobbiamo prendere per togliere questi pupazzi? E quindi han pensato che il modo più veloce per eliminarli fosse bruciarli. E vengono bruciati alla vigilia della festa di San Josè perchè così "tutta la città arde di devozione" (io continuo a pensare che tutto sia sorto perchè gli pesavano troppo le natiche a salire di nuovo sulle scale per togliere i fantocci, libera interpretazione degli eventi). 
Certo, domanderete voi: ma mica è il 19 di marzo oggi. 
No, è il 24 di febbraio. Ma che fai, una volta che decidi di fare una festa con tutti i santi crismi non la fai durare almeno un mese?
E qui ritorna quel concetto di tempo sacro di cui ho già parlato in precedenza: assaporiamo per bene tutte le gioie che la vita ci offre, e se possiamo prolunghiamo questo momento fino a quando ci è concesso. Cioè più di 20 giorni di festeggiamenti di vario tipo, perchè, veramente, fanno così tante cose che di più non sarebbe umanamente sopportabile. 
Ieri era il "dìa de la crida" (giorno dell'urlo), ovvero il giorno in cui Valencia grida al mondo che la festa è iniziata. E va fatto nel modo più rumoroso possibile. 
E infatti immaginatevi me che alle 7:30 di domenica mattina vengo letteralmente buttata giù dal letto per lo sparo dei botti, durato per circa dieci minuti. Io devo ammettere che appena sveglia al mattino non brillo di intelligenza, e infatti la prima cosa che ho pensato è che avessero buttato una bomba. Poi ho realizzato e, arrabbiata, mi sono rimessa a dormire. 
Per svegliarmi giusto in tempo per assistere ad una cosa cui proprio i valenciani non possono fare a meno: la mascletà. Cioè continuano a sparare botti, questa volta per un quarto d'ora nella piazza principale della città con un mare di gente che si assiepa sopra ogni ramo d'albero che sporge o balcone o tetto di una edicola. Che io sono arrivata alla conclusione che qui c'è il feticcio per l'odore della polvere da sparo, perchè proprio impazziscono quando lo sentono, e il rumore dei botti li galvanizza che manco la vittoria del secondo mondiale consecutivo. E poi sono attrezzatissimi. Non appena parte il primo botto per avvisare dell'inizio della mascletà, tutta la popolazione intorno a me si sistema occhiali da sole e tappi per le orecchie. Credo sia inutile dirvi che io non avevo nessuno di questi oggetti. E che quando ho visto la gente attrezzata e pronta ho pensato: "Ooooooooooooooh, mierda!"
Però sono sopravvissuta, non so se il mio udito è rimasto quello di un tempo, ma sicuro non ho perso un occhio, e questo mi sembra già importante. Però prometto che per la prossima volta andrò attrezzata, tanto posso allenarmi in questi giorni; infatti fanno una mascletà al giorno dall'1 fino al 19 di marzo. Il tempo per prendere appunti e imparare non manca. 
E poi la crida. Innanzitutto ti fanno capire che loro con la cartapesta et similia ci sanno proprio fare piazzandoti al lato delle torri di Serrano, dove si è svolto il tutto, un cavallo bianco alto 10 metri e un soldatillo de plomo (soldatino di piombo, uguali identici ai nostri pupi siciliani) della stessa altezza. 
Aspetti l'ora X, la puesta del sol, per le 19:30, quando il sole è tramontato, e le torri cominciano a brillare con tutte le luci del mondo, il soldatillo comincia a parlare della bellezza di Valencia e il cavallo a galoppare avanti e indietro davanti ai tuoi occhi. Non scherzo, è successo davvero, e vi giuro che quel cavallo sembrava vero, scuoteva la testa e muoveva le zampe come se fosse al galoppo e il soldatillo ti fissava con degli occhi che parevano umani.
Bello, tutto molto spettacolare, tutto molto magico, quasi da fiaba, con le donne e gli uomini vestiti con i loro costumi tradizionali e le trecce fermate sulla nuca con questi grandi spilloni d'oro, tutto così surreale che quasi sembrava normale che ci fossero cavalli alti 10 metri e soldati in cartapesta parlanti. 
Il tutto rigorosamente in valenciano, perchè las Fallas non è una festa della Spagna, è una festa di Valencia
"Fallers
gent di tot el mond
aor empiesan: les Fallas!"
Solo a me ricorda tanto il dialetto barese? Giuro, a me sembrava di stare a Bari, aspettavo solo di sentire odore di orecchiette con le cime di rapa e di vedere gente che parlava del fallimento del Bari calcio. Spero che nessun valenciano legga mai come ho scritto nel loro idioma natio, perchè se no mi denunciano per crimini contro l'umanità, però vi dico che,ad occhio e croce, suonava così.
E poi dieci minuti di fuochi d'artificio, sai mai che dovessimo perdere l'abitudine oppure che dovesse venire il dubbio che qui si festeggia senza fare troppo casino! 
Ieri ho visto con quanta passione la gente di questa città vive un evento così allegro e ho sofferto il fatto di non essere così ben integrata da capire la loro lingua e ogni passo dei loro costumi. Avrei voluto avere la giubba del colore di uno dei quartieri, tifare per la rappresentante della mia falla che faceva bella mostra di sè sulla torre insieme alle altre, conoscere l'inno valenciano, cantarlo ed emozionarmi con loro. 
è una città che, davvero, sa come farti sentire a casa. Ma sa anche dirti in modo allegro e gentile "vai e trova anche tu la tua casa."

sabato 15 febbraio 2014

e tutto è calmo

Ho avuto una settimana intensa, molto intensa.
E se vi state chiedendo se quello di cui sopra è un tentativo di giustificarmi per la mia assenza allora sì, mi giustifico.

Sono scappata in Italia questa settimana. Una toccata e fuga di cinque giorni per conciliare tutto quello che avevo da fare entro i confini di casa nostra, innanzitutto un esame.
Che in effetti era il motivo principale, ma che ha fatto compagnia a tanti altri validi motivi per cui sono ritornata.
Lunedì mattina sono partita da Valencia, mi sono imposta nel posto vicino al finestrino, andando contro le ferree regole della compagnia low cost dai capelli rossi (e le divise gialle e blu) che adesso assegna anche i posti. Avevo bisogno di vedere Roma, di vederla dall'alto, come se fosse uno spettacolo concesso solo ai miei occhi. E la vedi così, altissima e immensa, di una maestosità che fa seriamente vacillare, che fa perdere i sensi, bianca, screziata del verde dei parchi, le strade un tratto a matita che costeggiano una delle bellezze più tangibili del mondo. Ho pianto tanto vedendola dall'alto, mai come questa volta ho capito quanto mi manchi questa città così viva, più bella di tutti i più bei sogni, quanto le sia affezionata, come riesca a perdonarle qualsiasi cosa, perchè, nonostante le difficoltà che ho dovuto affrontare qui, mi ha reso donna, mi ha reso bella rendendomi partecipe della sua stessa bellezza. è stato come rivedere un lontano amore all'improvviso; ti fa abbassare lo sguardo, ti colora le guance, ti fa chiedere "davvero non lo amo più?".

Ho fatto lunghe passeggiate con la mamma e preso tanti caffè con il papà, loro che sono saliti apposta per me, per vedermi un attimo, per non dover fare passare troppo tempo prima di rivedermi. Voi conoscete ogni trucco per farmi stare calma, sapete come coccolarmi, curate la parte bambina di me che non vuole mai andar via, che si aggrappa ai vecchi ricordi che profumano di maglioni maschili ben stirati e lacca per capelli. è una famiglia che non smette di crescere, ed è un aspetto che ha un fascino indiscutibile. Si potrebbero scrivere storie su quello che succede in una casa quasi completamente al femminile. La mattina dell'esame, in metro di fronte a me c'era una bella donna con le sue quattro bimbe. Solo oggi ho capito che effetto fa vedere una mamma circondata da quattro pulcini.

Ho riempito un altro righino del mio libretto verde, ed ogni volta che succede son colma di gioia, ne mancano sempre meno, un obiettivo che diventa più concreto ad ogni passo, ad ogni righetto riempito, ogni pagina (ben) studiata che scivola nella mente. è andata, è andata anche questa, e se non ci fossero state Jess e la Love avrei girato i tacchi e sarei andata via, sarei scappata lì da te, Duci, che mi hai aspettato fino alle sette di sera per prendere il treno e portarmi a casa tua.

Ho visto Latina per la prima volta, mi ha regalato un bel giorno di sole dopo due di pioggia che mi hanno travolta a capo nudo nella capitale. Al sole di questa città dalla storia particolare ho asciugato le mie ossa, ho riposato un attimo e poi ho rifatto la valigia e son tornata.
Diventa sempre più difficile dirti "alla prossima", a noi che le ore non ci son mai bastate, che ci aggrappavamo mani nelle mani per fermare ogni momento. So che adesso sei molto più tranquillo, ora che gli esami di questa triennale sono terminati e mi aspetti il mese prossimo per festeggiare insieme. Tornerò di nuovo da te, mi troverai ogni giorno più bella, farò sparire le occhiaie, proverò a non commuovermi e a non scoppiare in singhiozzi al momento dell'ennesimo addio.

E oggi Peniscola, questa gita veloce di un giorno per non perdermi questa splendida perla del Mediterraneo a confine con la Catalogna, per godermi questo forte odore di iodio che graffia le narici, per stendermi al caldo sole di febbraio, per vantarsi dei 26 gradi che si misurano dentro e fuori di me. Bella, bellissima, così greca con le sue casette bianche dagli infissi blu, con questo mare che la circonda quasi a 360° che ti ci fa perdere dentro, che assorbe i pensieri e li rinfrange sul bagnasciuga insieme alle onde.
Oggi ti ho guardato mare, ed ho pensato all'ultimo verso di una poesia di Sandro Penna: "e tutto è calmo."

domenica 2 febbraio 2014

E nel mare cambiò quella mia vita

Sì, è un periodo in cui mi sento molto Gucciniana, anzi credo che la mia vita sia terribilmente gucciniana, fra Locomotive che passano una volta sola e prese di corsa, Temi di cui parlare, Tanghi da ballare e dispute sopra Cristoforo Colombo con gli spagnoli che cercano di spacciare a tutti i costi per uno di loro (ne avevamo già parlato, vero?)
Nell'ultimo post ci siamo lasciati con le prime migrazioni di studenti Erasmus che abbandonano Valencia perchè il primo semestre si è concluso, e questa settimana ha visto la fine della girandola delle partenze.
Giuro, vi porto tutti con me, come compagni di una prima parte di viaggio emozionante, delicata, fra alti e bassi, sempre incantevole. Ho tutti i vostri nomi stampati nel cuore amici di ogni dove,  avete dato un colore a questi mesi invernali che non immaginavo potesse mai avere. Elena, Roberta, Ester, Meike, Marine, Cecile, Helena, Alessandro, Victor, Simona, Tamara, Francesca, Beatrice, Ilaria, Karin, grazie davvero, ad ognuno di voi ho associato un ricordo, una sfida da compiere, una parola spagnola, un momento di panico, tante risate.
E fra tanta gente che parte, c'è anche chi arriva. E chi resta. Noi di giurisprudenza Tor Vergata siamo tutti qui, ben piantati in questo anno di erasmus, pronti a iniziare questo secondo semestre. Domani iniziano davvero i corsi, dico davvero perchè la parola "logica" deve essere stata cancellata dal vocabolario del CEU, perchè gli esami sono terminati il 29, e ovviamente io ero la sfigata di turno che aveva un esame il 29, e le lezioni sono iniziate il 31, un giovedì, ma è inutile dirvi che l'unica lezione iniziata quel giorno è stata solo un vuoto blablabla, giusto per farmi alzare presto inutilmente una mattina. Sarò sincera, non vedo l'ora. Ho voglia di ritornare in gioco: empezamos!

E poi c'è lei, la mia coinquilina d'oltreoceano, la mexicana Lau. Un personaggio! E qui a Valencia da circa una settimana e siamo già finite a guardare insieme la cartina del Messico e a pianificare un viaggio. Ma magari! Le ho promesso che quando avrò tanti soldi la prima cosa che farò sarà un viaggio nel suo Paese, anche se al momento il raggiungimento dei presupposti sembra decisamente mooooooolto lontano!
Oltre ad aver finito gli esami (finalmente!) questa settimana ho avuto un ospite speciale: la Mitica Lù è venuta a trovarmi!
Ci siamo divertite un sacco, e devo dire che fare la turista dentro Valencia è una cosa che mi diverte sempre da morire, e poi volete mettere l'assaggio di sagrie varie, tinto di verano et similia per approfondire la conoscenza della cultura spagnola? è sempre un passaggio obbligato, non credete?
In tutto questo momento reclame d'obbligo: se passate da Valencia DOVETE (imperativo categorico kantiano) perdere un'ora del vostro tempo nell'Hemisferic, alla città delle arti e delle scienze. Ne vale la pena più del plastico del DNA alto 3 metri tutto colorato che sta nel museo delle scienze e più dei pescetti dell'Oceanografic. Immaginate questa struttura a forma di gigantesco occhio che al suo interno nasconde uno schermo concavo di 900 mq circa dove vengono proiettati questi film/documentari girati appositamente per l'Hemisferic. è straordinario. Tanto più se il biglietto costa quasi quanto quello di un cinema. Ovvio, non vengono proiettati i film che hanno vinto l'oscar, però è un qualcosa di tremendamente futuristico, che lascia  a bocca aperta.
Fine della pubblicità.
E poi, un pomeriggio fin troppo caldo (punte di 22 gradi amici, non so se mi spiego!) siamo finite al mare. Nessuno potrà mai raccontare degnamente la poesia del mare in inverno, quando l'estinzione dei bagnanti porta ad avere di fronte a sè una visione del mare fatta solo per i nostri occhi.
Mia nonna mi dice sempre che del mare non c'è da fidarsi, il mare è traditore, ma io non sono mai riuscita a fare mio questo monito, e mi sono trovata più e più volte a buttarmici a capofitto dentro, fino a sparire. Per poi riemergere. più brillante e pulita di prima. "E diedi un volto a quelle mie chimere, le navi costruii di forma ardita, concavi nave dalle vele nere, e nel mare cambiò quella mia vita. E il mare trascurato mi travolse, seppi che il mio futuro era sul mare, con un dubbio però che non si sciolse, senza futuro era il mio navigare..."
Ho fatto partire tutte le mie sfide guardando il mare negli occhi. Ho affrontato viaggi pazzeschi in piena estate, a bordo di un catamarano per approdare in un Paese che si trova dall'altro lato dell'Adriatico e che mi ha fatto sentire straniera per la prima volta in vita mia, ho guardato il mare, sempre, sul finire dell'estate, quando settembre iniziava ed era tempo di migrare verso Roma. E poi sono finita a guardare un altro pezzo di Mediterraneo, sconosciuto, sabbioso, mai profondo, dall'alto di un aereo, e a cominciare a chiamare "casa" quella spiaggia così diversa dalla mia, con le sue telline infrante sul bagnasciuga e la sabbia, così tanta sabbia da sembrare di essere nel deserto.
E sono ancora qua, con una nuova avventura che inizia, tanta gente da incontrare, ritorni mordi e fuggi in Italia, posti nuovi che bramo di vedere, sogni, sogni, sogni a riempirmi le tasche. E tutto questo non può che avere inizio guardando il mare negli occhi.

mercoledì 22 gennaio 2014

Quello che non...

Se c'è una cosa che ho capito dopo quasi sei mesi che vivo a Valencia è questa: controllate TUTTI I GIORNI il calendario con il santo del giorno.
Perchè potrebbe capitarvi che voi decidiate di fare la spesa settimanale proprio il giorno in cui si festeggia uno degli innumerevoli santi patroni di cui questa città si fregia di avere e vi troviate a dover pranzare con le lenticchie che fortunatamente avevate cucinato in precedenza e messo nel freezer.
Questa è la mia triste storia di oggi: una povera studentessa erasmus in una grande casa, sola, all'ottavo piano, che vaga per le strade pioggerellanti di Valencia alla ricerca di un Mercadona aperto. Ma oggi è San Vincenzo martire, concittadino illustre e patrono di Valencia. Che non lo sapete che oggi TUTTO è completamente, miserabilmente, terribilmente CHIUSO???? Che fai Chiara, non controlli il calendario la mattina?
Grazie al cielo la mia cara coinquilina, la dolce Ele, tornando in Italia definitivamente mi ha lasciato in eredità quintali di lenticchie congelate, di cui vado ghiotta, ed ha salvato il mio pranzo a distanza di molti km.
Vi ho raccontato questa storia perchè voglio avvertirvi del fatto che a Valencia c'è almeno una festa religiosa/laica al mese, e qui non succede come in Italia che i supermercati stanno aperti pure la mattina di Natale, qui c'è un qualcosa di sacro che viene chiamato tiempo de la siesta y de la fiesta  e si rispetta, possa cascare il mondo o l'economia globale e nazionale, ma non togliete agli spagnoli il loro spazio di riposo.

Notavo proprio questa cosa, questa grande differenza rispetto all'Italia, un modo di vivere la vita che ci rende molto distanti dai cugini iberici. Quando vedo la gente camminare per strada, fare la spesa, comprare il giornale o il biglietto del bus, noto che non hanno fretta. Hanno un concetto intrinseco nella loro persona del tempo che rende ogni azione da loro compiuta solenne. Anche nella semplice azione del respirare c'è tanta solennità. Non so, forse queste sono quelle differenze che si acquisiscono quando si vive sotto una monarchia, dove c'è un certo rispetto dei tempi e dei protocolli, ma è bellissimo vivere in un posto che non subisce il richiamo angustiante della fretta. E se alla fine dei conti si arriva a dire che in Spagna, o comunque a Valencia, c'è una buona qualità della vita credo che il modus vivendi della gente del posto facciano impennare di molto questo indice in positivo.
Certo, credo che qualsiasi città in giro per il mondo sia meno caotica di Roma, dove ho vissuto in questi ultimi anni, e che i paragoni siano difficili da mantenere in piedi, però non vi nascondo il terribile fascino che tutto questo esercita su di me.
Spesso mi concedo il lusso di farmi lunghe passeggiate, di studiare in terrazza prendendo il sole se fuori non fa troppo freddo. Qui sembra essere nell'ordine naturale delle cose riuscire a trovare del tempo da dedicare anche alla bellezza meno visibile del proprio Io, a Roma mi sembrerebbe di perdere terribilmente il mio tempo.
Forse l'immagine migliore per descrivervi lo stile di vita che si muove silente in questa città è quella che ho gustato lunedì pomeriggio, facendo una passeggiata dopo un esame. Un palazzotto non troppo alto, molto signorile, che si affaccia sulla Gran Via. Un balcone aperto, per far entrare nell'appartamento al primo piano l'aria buona di una giornata quasi tiepida di gennaio. E questa tenda bianca, che svolazza fuori dall'appartamento, abbagliata dal sole. Si solleva stanca e gioca con il vento. Lenta. Pesante. Libera.
Valencia è una città che sa giocare con il tempo che scorre, le piace vedersi bella nei riflessi del sole che si rincorrono sulle facciate di monumenti e palazzi con sfumature sempre diverse, suonare campane ad ogni ora del giorno, ciarlare per le sue vie.
E tutto questo, dopo mesi che vivi qui, non può restarti indifferente, lo assorbi e lo vivi tu stesso nella tua quotidianità.

Ne parlavo con la Ele, qualche giorno prima della sua partenza definitiva per Roma. Il suo erasmus è finito, e posso immaginare la malinconia che ti prende quando un bel sogno vissuto a pieni polmoni si consuma. Questo post è anche per te, e per tutti quelli che cominciano a ritornare alla vita di sempre in Italia, Francia, Cile, Brasile, Germania... in ogni parte del mondo dove una casa aspetta.
Ed è una promessa per quanti arriveranno ora: l'erasmus è tutto e il contrario di tutto, è la vita parallela che non si immagina, la ninfea che nasce spontanea nel polmone e che fa male al respiro quando tutto si conclude e si ritorna.
Non ci sono parole per descriverla, se non solo un consiglio: godetevi lo scorrere solenne del tempo.

mercoledì 15 gennaio 2014

Sono un'altra da me stessa, sono un vuoto a perdere

Ma chi ha mai detto che bisogna avere una canzone porta fortuna da ascoltare prima degli esami?
O meglio: chi ha mai detto che debbano essere così tristi?

Ecco, questa sono io, che prima di fare un esame infilo le cuffie azzurre del mio i-pod arancio nelle orecchie e sul bus, mentre lentamente arrivo nei pressi di Tor Vergata, ascolto questa bellissima canzone di Noemi scritta per lei da Vasco. Bellissima, ripeto, voce di Noemi calda e brunita, momento perfetto. Però magari non prima di un esame. Nel senso: mette un po' troppa malinconia.
Quindi, nell'assolata e allegra Spagna ho deciso di cambiare registro: per caricarsi occorrono canzoni allegre.
Ho provato di tutto, dalla Carrà (mio mito indiscusso) fino a Lady Gaga, e devo dire che per un po' "Born this way" ha funzionato. Però poi ho capito che non mi basta un ritmo che dia grinta. Ma anche qualcosa che mi faccia ridere. Ho capito che l'ingrediente che è sempre mancato era un pizzico di trash.
E ieri, mentre mi avviavo verso la metro per fare IL PRIMO ESAME nella mia PRIMA SESSIONE IN SPAGNA (della serie: squillino le trombe e rullino i tamburi) ho capito di cosa avevo bisogno.
Lei. La regina del truzzo. Lei, nata 22 anni fa (come me, ahimè!) insieme al twerking. Lei, che ha dato importanza anche alle operazioni di abbattimento dei muri portanti.
La canzone scelta è Wrecking ball, di Miley Cyrus. Che poi sono giorni che rifletto su questa cosa: ma come si dice in italiano quella super pallozzola in cemento che serve ad abbattere i palazzi? Ora come ora saprei chiamarla solo in inglese, sarà che fino ad ora non mi ero mai posta il problema di paragonare il mio cuore infranto e una brutta storia d'amore mal riuscita in macerie e mazzotte da leccare come fa lei.
Vedendo il video però mi sono posta una domanda: ma perchè nessuno ha mai insegnato alla giovane Miley che non bisogna mettere le cose in bocca???? Perchè le mancano in modo così evidente i fondamenti dell'igiene personale?

Posto che non voglio più annoiarvi con le mie domande sulla vita e sul mondo, vi informo che ieri ho avviato la mia sessione d'esame, che m pare sia andato abbastanza bene e mi auguro da sola mucha suerte per gli altri che ho da fare.

Riempito anche questo spazio riguardante il lato prettamente didattico dell'erasmus, vi informo in generale sulla mia vita e sulle cose fatte in questi giorni.
-Shopping. Shopping come se piovesse. Shopping come se il mio armadio fosse andato a fuoco e dovessi nuovamente riempirlo. No, scherzi a parte, non ho fatto sessioni di compere a questi livelli di bulimia, grazie a Dio soprattutto per le mie finanze, però sono molto soddisfatta. I miei marchi di fiducia (es decir: Zara, Mango, Pull and bear, stradivarious etc) qui costano già meno rispetto all'Italia quando sono a prezzo pieno. Figurarsi sotto i saldi! La Spagna è il posto che fa per me, lasciatemi morire qui, povera ma con tanti vestitini! *.*
-Sabato sera, visto che era il primo sabato della sessione e poteva risultare disdicevole passarlo a bere e ballare, con la Roby e la sua coinquilina siamo andate a vedere uno spettacolo di Flamenco. Della serie: stare sveglie fino alle 2:30 pm per ballare fa venire i sensi di colpa, andare a dormire allo stesso orario per fare un qualcosa di culturalmente più elevato e trasformare il proprio sabato in una serata alternativa no. Locale fighissimo, molto iberico, con tanto di giovane barista con treccia di lato e megafiore nei capelli (per chi non lo sapesse è molto comune qui) e spettacolo meraviglioso. Un bel vedere sotto tutti i punti di vista, culturalmente, spiritualmente, fisicamente (per intenderci: non c'erano ballerine donna, ma solo un ballerino... donne ci siamo intese). Davvero, se passate per la Spagna, in qualsiasi città andiate, se avete l'occasione di vedere uno spettacolo di flamenco approfittatene: se è un bene protetto dall'Unesco un motivo ci sarà.
-Tapas, localino tipico, un buon moscatel (vino dolce della zona valenciana), torta al triplo cioccolato, chiacchiere e allegria: così ho festeggiato il mio primo esame con la Roby e la chica alemana. è stata una serata a dir poco carina e divertente, anche se mi ha lasciato un po' malinconica. è già passato un semestre e la maggior parte delle splendide persone conosciute qui andranno via. Si disgrega quello che è stato il mio punto di riferimento in questi mesi, aspettando che se ne formi uno nuovo. Questo è il lato più triste di un Erasmus così lungo come il mio. Odio le partenze e gli "arrivederci" che possono essere degli addii. Spero nella forza mistica e sovrannaturale dell'Erasmus, augurandomi che i bei rapporti creati qui non abbiano la stessa flebile durata dei fiori di campo.

giovedì 9 gennaio 2014

Un passo avanti e il cielo è blu

Ed eccomi qui, con il primo post del nuovo anno, sempre circondata dalle pareti bianche della mia stanzetta sulla Gran Via, Valencia.
A farmi compagnia la mia musica, una nuova tazza con la solita tisana fumante (giusto per sgonfiarci, depurarci e pentirci per le feste passate all'ingozzo), la cupola blu scintillante della chiesa di San Sebastian che si vede dalla mia finestra.
Sono tornata a Valencia dopo 25 giorni di lontananza. E non potevo immaginare che mi mancasse così tanto. Che mi mancasse il vivere bene qui, le sue cupole piastrellate di blu, questa lingua così musicale, la gente cordiale che ti aiuta a portare le valigie lungo i gradini della metropolitana.
Questo mese è decisivo: è la mia prima sessione d'esame. è il tempo per portare a casa i frutti seminati in quattro mesi, per mettersi davvero alla prova, è il momento in cui bisogna rimanere vigili, mentalmente plastici, pronti alle difficoltà, determinati.
 Ma soprattutto, è il banco di prova per capire se davvero Babbo Natale e questi mesi d'erasmus mi hanno portato il dono più atteso: un po' di tranquillità.
Fino ad oggi mi sento di dire che ci siamo quasi, anzi, direi che sono quasi contenta che inizi la sessione!
Non fraintendetemi, non sono una secchiona, però mi piacciono da matti le sfide, e in questo mese si compie la prima parte della sfida vera: gli esami.
Come ho detto più volte, il sistema spagnolo è un sistema che, almeno per quello che ho visto fino ad ora, mi stimola moltissimo. Mi piace il legame che si crea con i professori, la loro attenzione, e la ricerca continua di input da offrire ai ragazzi.
Non so, forse sono stata particolarmente fortunata con i corsi seguiti questo semestre, però sono davvero soddisfatta del metodo di studio adottato nelle classi che ho seguito. Ho fatto la mia prima analisi di sentenza, fatto piccoli progetti, rapportata con tanti tipi di prove che non hanno lasciato spazio alla noia.
E ora, da settimana prossima, ci giochiamo tutto l'impegno di questi mesi. E sono eccitata! E per niente preoccupata (almeno per il momento, alla vigilia del primo esame, che è anche il più importante della sessione, saprò aggiornarvi sulla mia situazione mentale!)

Oggi ho viaggiato tutto il giorno per arrivare fin qui, dalla Calabria fino alla Comunitat valenciana. Sole e nebbia lungo le strade che mi hanno portato fino a Lamezia, in aeroporto. Mi sono ricordata di quella volta, era un febbraio, in cui feci una toccata e fuga a casa, perchè ero troppo demoralizzata per un esame andato male. Ricordo che nevicava fitto quel giorno, papà non poté prendere l'autostrada e si fece un viaggio di tre ore e mezzo lungo la SS 106 per venirmi a prendere. Altre tre ore e mezzo di viaggio per arrivare nel mio paese, pranzo in un autogrill con dei calamari buonissimi (o forse sembrarono a me particolarmente buoni), chiamata a mamma che non sapeva nulla del mio arrivo, le facemmo una sorpresa. la 106 Jonica costeggia il mare, non ero mai arrivata nella mia città dal mare. Le spettacolo del mare d'inverno fu un buon balsamo per le mie amarezze, tornai a Roma più forte di prima.

Volo Lamezia-Roma Fiumicino, un'ora di scalo e poi, di corsa, senza pranzare, partenza da Roma Fiumicino per Valencia.
Dall'aereo ho visto il lago di Bracciano con il suo castello, le rovine di Ostia antica, il porto di Ostia, il Tevere che abbraccia il mare dopo un viaggio lungo e snodato. E poi ho visto Roma. Con il dito toccavo dall'alto Termini, piazza Repubblica, l'Olimpico, castel Sant'Angelo, l'isola Tiberina, San Pietro.
Ho sentito il cuore stringermisi nel petto fino a farmi male, pensavo a quella mia collega che vive dalle parti di Cipro con fidanzato e due gatti, i miei colleghi in Università, qualche amico perso per le strade di Roma, alle vite incrociate di tante persone che avrò incontrato di sfuggita sui mezzi pubblici, per strada, in un negozio, che stavano vivendo quella giornata di un quotidiano gennaio un po' freddo, un po' grigio.
Ho allungato le dita verso le zone dei castelli romani, immaginando il Duci studiare, nella sua stanzetta con la finestra alta puntata verso il cielo.  Mi sono chiesta se avesse alzato lo sguardo in quel momento per vedere  la scia di un aereo, se avesse pensato che in quel momento i nostri sguardi si stavano incrociando, come tante volte è successo, con colpi all'anima ogni volta diversi.

è stato un viaggio che non saprei definire:  non nostalgico, non triste, non particolarmente allegro. Mi sono preparata mentalmente a questo ritorno. Ed ho trovato una Valencia sempre ospitale, mai più fredda dell'Italia, un sole morbido sciolto lungo i bordi delle case che lasciava entrare la sera.
Sei sempre graziosa Valencia, non c'è nulla da fare. E la tua grazia così naturale la porterò sempre nel cuore, anche quando saranno passate mille vite e mille vissuti da te. Mi hai rubato il respiro con il primo sole che mi bagnò lo sguardo quel 4 settembre.
E comincio a credere che starti lontano definitivamente, un giorno, sarà difficile.